Asma Mhalla: il XXI secolo non ci governa: ci programma
Nel pensiero della politologa franco-tunisina i due imperi, quello cinese e quello americano, si fondano entrambi su un approccio culturale di tipo nazionalista

Ese la Cina non fosse l’anti-modello ma il modello? Domanda paradossale ovviamente, dato che si tratta di un’autocrazia che non lascia spazio ad alcun tipo di opposizione e non concede libertà di opinione e di pensiero, tantomeno religiosa. La questione è posta senza mezzi termini da Asma Mhalla nel suo pamphlet Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario (Einaudi, pagine 144, euro 17,50), volume in cui la politologa franco-tunisina, che insegna a Sciences Po a Parigi e alla Columbia University a New York ed è specialista di geopolitica della tecnologia, mette a fuoco il nuovo regime che avanza anche in Occidente. In America prima di tutto, come è evidente, dove l’intreccio fra potere politico e BigTech stanno progressivamente dando vita a un SuperStato con analogie culturali con il fascismo novecentesco. I cui prodromi sono stati profetizzati dalla letteratura cyberpunk.
«Stiamo risprofondando nell’incubo degli anni Trenta?», si chiede in avvio l’autrice in questo libro che chi scrive ha trovato singolarmente efficace, condivisibile dalla prima riga all’ultima, e che dovrebbe esser letto e meditato da tutti, cristiani compresi ovviamente. «Guardatevi attorno – aggiunge Mhalla più avanti -. Non avete la vaga impressione di vivere un momento di dissociazione collettiva? Vediamo che tutto sta crollando, eppure andiamo avanti come se niente fosse. Questa non è una crisi della democrazia ma lo smottamento verso un nuovo regime. Scrolling infinito, dopamina sotto controllo. Quando dubiterete di voi stessi, ricordàtelo: questo secolo non vi impedisce di pensare, vi tiene occupati finché non saprete più come fare. Il XXI secolo non vi governerà, vi programmerà». Un grido d’allarme spiegato con dovizia di particolari.
Ma torniamo alla Cina, che assurge incredibilmente a prototipo con la sua economia che funziona e garantisce sempre più il benessere sociale ed economico ai suoi cittadini. I due imperi, quello cinese e quello americano, dimostrano oggi di avere simili leve di potere, fondate su un approccio culturale imperialista e nazionalista: «Due capitalismi molto forti, con industrie strategiche ultradefinite e la stessa ambizione: la potenza tecnologica come potenza militare, cristallizzata attorno all’Intelligenza artificiale». Entrambi gli imperi dispongono di BigTech potentissime, «le megacorporation ribelli dell’America e quelle disciplinate della Cina», al punto che non è affatto sbagliato pensare che pure il trumpismo tenda «a una forma domestica di autoritarismo tecnonazionalista, che sposa alcune logiche del modello cinese senza rivendicarle mai: un governo autoritario, capacità tecnoindustriali illimitate, un popolo massificato e pronto ad agire (vale a dire, per gli Stati Uniti, una volta terminata la battaglia culturale, un popolo di maschi bianchi)». E ancora: «Pechino gioca sulla durata, sulla densità. Washington replica con lo shock, la frammentazione, il rafforzamento».
È sotto gli occhi di tutti il progressivo distacco degli Usa dall’Europa, tanto che ormai viene da chiedersi se possiamo ancora considerare gli Stati Uniti facenti parte dell’Occidente o se non stiano diventando un corpo estraneo, con una cultura che esprime un fascismo di fondo che ha assai poco a che fare con la civiltà che nel corso dei secoli è sorta in Europa a partire dalla fusione fra Atene e Gerusalemme sublimata dal cristianesimo. Basata fondamentalmente sulla libertà, quella libertà di coscienza e di pensiero che ha generato la democrazia. «L’Europa, di fronte alla disgregazione di una civiltà di cui è stata la linfa, sarà un’appendice o una voce dissidente?», si chiede Mhalla in un capitolo accorato dedicato al Vecchio Continente, un progetto non obsoleto ma «che deve reincarnarsi». Un modello certamente in crisi e che manifesta a volte inceppamenti e difficoltà nel far funzionare l’economia e la società. Ma siamo davvero disposti a rinunciarvi perché preferiamo che le cose materiali funzionino meglio? Se guardiamo ancora alla Cina, vediamo come tutto funzioni sempre più perfettamente grazie alla tecnologia: nelle metropoli colossali del Dragone perfino l’inquinamento sembra essere stato debellato e il traffico diventato armonioso… Ma davvero – ci torniamo a chiedere – siamo disposti a fare a meno della nostra libertà per avere un mondo in cui le cose girano meglio? Ancora: davvero preferiamo un mondo alla Orwell? In 1984, sulla facciata del ministero della Verità, sono scritti in maiuscolo i tre slogan del Partito: «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». La distopia cyberpunk ci ha azzeccato in pieno: William Gibson in Neuromanie dipinge un pianeta dominato dal darwinismo sociale, mentre Philip Dick nel romanzo Gli androidi sognano pecore elettriche? immagina che una parte dell’umanità si sia trasferita su Marte mentre l’altra si ibrida con androidi dotati di coscienza. Non siamo molto lontani dai sogni dei guru della Silicon Valley, talmente potenti da condizionare governi e regimi. La riconquista dello spazio è «simbolo di un accelerazionismo tecnologico e industriale da cui dipende il sogno di immortalità dell’élite dei tech bros», specifica Asma Mhalla, che aggiunge: «Il post-Occidente cyberpunk è un mondo dove gli ingegneri hanno sostituito i pensatori, dove l’impero si rimette in salute a colpi di algoritmi, armi supersoniche e miniere di terre rare». È forse un caso che Vance abbia più volte dichiarato che «i professori sono il nostro nemico»?
Come ci hanno spiegato Hannah Arendt e George Mosse fra gli altri, odio per gli intellettuali, confusione fra partito e Stato, fascino per la tecnica, virilismo sono le caratteristiche che accomunano il fascismo del ‘900 con il tecnocapitalismo di oggi in versione americana. È possibile reagire? Innanzitutto prendendo coscienza di quanto sta avvenendo. L’autrice affonda i colpi ma vuole chiarire le chance di una ribellione: «Un nuovo potere si è delineato chiaramente. Dopo il legislativo, il giudiziario e il mediatico s’impone ormai un quinto potere: il potere cognitivo». Per evitare che le nostre menti siano colonizzate dobbiamo opporvi la nostra libertà cognitiva, il nostro diritto a pensare da sé preservando l’integrità della nostra mente ed esercitando il nostro pensiero critico. Ad esempio informandoci su fonti serie e accreditate: come insegna quanto sta facendo il “New York Times”, il giornalismo va recuperato quale fondamento della democrazia, nonostante le operazioni di imbavagliamento da parte della politica. Poi c’è il ruolo essenziale della solidarietà, il Noi che ci deve muovere a dispetto di ogni isolamento con la partecipazione e la mobilitazione della società civile, che in Usa è scesa in piazza contro le azioni violente dell’Ice.
Ma è “l’amore per la libertà” a costituire “la lotta del secolo”, il diritto di pensare e di esprimerci liberamente, che non dobbiamo più dare per scontato. E l’amore per la cultura. Non a caso Asma Mhalla suggerisce una serie di libri da leggere per evitare l’indottrinamento da una parte e l’ignoranza che porta all’indifferenza dall’altra, fra i quali oltre ai romanzi di fantascienza citati figurano Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt, L’uomo in rivolta di Albert Camus e Il mondo di ieri di Stefan Zweig. E fa capolino anche, seppure in una nota, uno scrittore e intellettuale cattolico come Georges Bernanos, che nel suo La Francia contro i robot scrisse: «Il pericolo non è nella moltiplicazione delle macchine, ma nel numero crescente d’uomini abituati, a partire dalla loro infanzia, a non desiderare altro che ciò che le macchine possono dare».
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