Se il lavoro uccide nella Repubblica dei diritti dimenticati

La strage di Amendolara, dopo tanti episodi di sfruttamento, ci insegna quanto sia importante fare memoria, 80 anni dalla nascita dell'Italia repubblicana, dei valori che animano la nostra Costituzione
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June 4, 2026
Se il lavoro uccide nella Repubblica dei diritti dimenticati
Il punto dove è stato dato fuoco al minivan su cui viaggiavano le vittime di Amendolara/ ANSA
Ci sono immagini che non svaniscono nemmeno nel veloce scorrere di notizie sul web. Come quella vecchia Fiat Ulysse davanti a un distributore di benzina ad Amendolara, nel Cosentino, che un uomo dà alle fiamme. Ma non è vuota. In quattro, prigionieri, bruciano vivi. Pachistani e afghani. Il più giovane aveva solo 19 anni, un ragazzino. Non si può andare oltre. Bisogna guardare. Era il 1 giugno, vigilia degli 80 anni della Repubblica “fondata sul lavoro”. L’Italia delle grandi battaglie e conquiste sindacali sembra un devoto ricordo. Guardate laggiù, in quel Cosentino dove è accaduta la strage. L’unico superstite ha detto che con i compagni protestavano perché da un mese non ricevevano lo stipendio. Un misero, indecente stipendio. Quindi i “capi” pachistani avrebbero deciso di dare una lezione ai ribelli: ammazzarne con il fuoco quattro, per insegnare a tutti. Nelle prime ore un inquirente ha escluso responsabilità della ’ndrangheta: «Nessun uomo della ’ndrangheta agirebbe mai in pieno giorno, in un distributore ovviamente dotato di telecamere». Certo, nessuno della ’ndrangheta. Quei due pakistani invece, probabilmente, nulla sapevano delle telecamere. I soggetti ideali da mandare ad uccidere, per essere arrestati il giorno dopo. Semplice. Forse troppo semplice? Davvero il racket del lavoro nero nei campi del Sud è lasciato in gestione a dei caporali stranieri? Chi veramente comanda e guadagna nei campi dei pomodori e delle fragole, e punisce con ferocia gli sgarri?
Nella Repubblica fondata sul lavoro, 80 anni fa. Allora era certamente un’aspirazione condivisa, dopo guerra, fame, sfruttamento. Allora in molti ci si credeva, ci si sperava. E oggi invece storie di sfruttamento disumano, come a Amendolara, oppure “sistemico”, integrato, emergono dalle cronache ogni giorno. Come a Milano, dove si è scoperto che a costruire il nuovo Consolato Americano in piazzale Accursio erano in buona parte manovalanze straniere gestite da una compagnia turca. Centinaia di ombre trasportate all’alba dalla periferia al cantiere e riportate indietro la sera. Pagate 2 euro all’ora. Vietato uscire. Attorno al cantiere in Accursio ci sono robuste barriere, e addetti che allontanano fermamente chi vorrebbe parcheggiare. La sicurezza, certo. Solo la sicurezza? Che nessuno veda quelle ombre. Al di là della strada c’è il Portello, ricco centro commerciale con un super che gronda di ogni ben di Dio. Le fragole raccolte di braccianti in nero per 5 euro al giorno, 8 euro al chilo. Se per caso una delle ombre segregate nel cantiere traversasse la strada, non crederebbe ai suoi occhi davanti a tanta abbondanza. Il Consolato americano a Milano, ombre a 2 euro all’ora. E quegli altri, quelli scoperti mesi fa a confezionare borse di superlusso in capannoni dell’hinterland? Manodopera cinese che mangiava e dormiva in fabbrica, 50 euro per una borsa venduta a 1.500 nel Quadrilatero. Ma le grandi firme ne sono uscite quasi indenni: non avevano l’obbligo di controllare le aziende subappaltatrici. E certo poi, come avrebbero potuto immaginare? (Anche se 50 euro per una borsa in fabbrica sembra davvero un po’ poco).
E così la Repubblica di 80 anni fa pare cambiata nel suo Dna, nel suo humus che voleva diritti e umanità e uguaglianza. Per “noi” forse - e nemmeno sempre, pensando alla paga dei giovani stagisti. Per “noi” comunque, non per loro, gli stranieri - se vengono qui si contentino, sennò tornino a casa. 80 anni di pace e Repubblica, e che drammatica smemoratezza. Di quando gli stranieri nelle miniere del Nord, gli invisi nei bar, eravamo noi. Due generazioni, e si dimentica. E ci si chiede come ricominciare, da dove ripartire, per riconoscerci uomini, tutti.

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