Mummie? No, persone. La parola è sguardo
Non oggetti ma umani: la sfida dei musei moderni è tra ricerca scientifica, empatia e responsabilità culturale

In una recente intervista rilasciata al “Corriere della Sera”, il direttore del Museo Egizio di Torino Christian Greco ha sottolineato un aspetto fondamentale dell’attuale dibattito sul ruolo dei musei nella gestione e tutela del patrimonio culturale. Incalzato sulla sua resistenza a utilizzare il termine “mummia” (che deriva dall’arabo mûmiyya per indicare le sostanze impiegate nell’imbalsamazione dei corpi), Greco ha precisato – molto opportunamente – che l’espressione più appropriata per riferirsi a questa particolare tipologia di reperti è “resti umani”. Da raffinato studioso e direttore “militante”, pienamente calato nel dibattito sull’evoluzione dei musei nella società contemporanea, Greco ha utilizzato una definizione divenuta canonica nel lessico archeologico e museale, che tiene conto prima di tutto della effettiva natura della categoria in oggetto: “corpi o parti di corpi di persone non più viventi, appartenenti alla specie Homo sapiens” (Guidance for the Care of Human Remains in Museums, 2005). È comprensibile che ai non addetti ai lavori queste precisazioni possano sfuggire, ma desta vero sconcerto – e anche preoccupazione – il fatto che la sottolineatura di Greco abbia scatenato in alcuni commentatori un discutibile sarcasmo. Anziché cogliere la sensibilità e la profondità di pensiero che guidano il desiderio di tutelare la dignità della “persona” (un termine che nella stessa etimologia lega l’essere umano al suo apparire, dunque al corpo di cui è parte integrante), si è voluta rivendicare la libertà di esercitare un discutibile gusto del macabro, al punto da ritenere che le “mummie” vadano considerate come “cose buffe”, tali da poter eventualmente ispirare spot pubblicitari, maschere di carnevale o feste di Halloween.
La questione, come il direttore Greco e chiunque si occupi di patrimoni museali sa molto bene, è complessa e ha radici lontane. È emersa con forza sul finire del secolo scorso, quando le popolazioni indigene del Canada cominciarono a chiedere la restituzione dei beni sottratti alle loro comunità in epoca coloniale, considerando tra questi anche i materiali organici (teschi, scheletri) prelevati principalmente per ricerche di natura antropologica. Il Native American Graves Protection and Repatriation Act, approvato dal Congresso Canadese nel 1990, costituisce un punto di svolta sulla responsabilità etica dei musei e trova una sua conferma nella Legge emanata nel 2023 dal governo francese sul rimpatrio di resti umani di origine coloniale.
Al di là delle vicende dei singoli paesi e della sconfinata bibliografia sull’argomento, il codice etico dell’International Council of Museums (ICOM), peraltro in corso di aggiornamento, ha stabilito da molto tempo il principio sacrosanto per cui i “resti umani” (non esiste altra definizione ammissibile in tale dibattito) vanno conservati, esposti e studiati secondo precisi standard professionali, nel pieno rispetto “degli interessi e delle credenze delle comunità o dei gruppi etnici o religiosi da cui provengono i reperti, ove questi siano conosciuti”. Emerge, in tali riflessioni, la necessità di stabilire un preciso discrimine tra ciò che è “oggetto” e ciò che si qualifica come “umano”, con la premura di considerare con debita attenzione l’opportunità di esporre o di non esporre determinati materiali (e dunque il vantaggio culturale ed educativo che tale esposizione può offrire).
La polemica sorta intorno alle cosiddette “mummie” – di cui il Museo Egizio di Torino, come molti altri musei occidentali, conserva numerosi esemplari – riguarda proprio il confine tra “cosa” e “persona” e le conseguenze che l’oggettivazione del corpo può comportare. Neutralizzare il vissuto che è intrinseco nei “resti umani” – che siano o meno avvolti in bende di lino affinché il corpo “perduri, non vada in rovina, non svanisca in questa terra, per sempre” (Libro dei Morti, cap. 154) – significa privare i defunti della loro identità, ma anche inibire nel visitatore qualsiasi sentimento di interesse, empatia e compassione che lo sguardo verso una vita passata dovrebbe suscitare. Proprio a Torino, da diversi anni, le sepolture egizie sono state inserite in uno spazio espositivo che porta un titolo emblematico (“Alla ricerca della vita”) e che prevede da qualche tempo la consultazione del pubblico, attraverso questionari anonimi elaborati da un apposito comitato etico. Il museo si pone in una condizione di ascolto, affidando ai visitatori la valutazione del messaggio che cerca di trasmettere attraverso il proprio allestimento.
Il caso specifico delle “mummie” richiede una particolare attenzione, perché proprio il processo di colonizzazione della regione nord-africana ha alimentato un intero immaginario che si è diffuso attraverso due processi fondamentali. Da un lato si è definita una sorta di negazione del legame tra l’attuale popolazione egizia e la civiltà dei faraoni, in favore di una opposta appropriazione da parte dell’Occidente: si pensi alle ricorrenti mode, che dall’epoca barocca, all’età neoclassica fino all’art déco, hanno manipolato motivi e suggestioni tratti dall’immenso e seducente patrimonio figurativo egizio. Dall’altro, si è affermata una pressoché inesauribile vena letteraria e cinematografica che ha principalmente indugiato, con una compiaciuta vena horror, sul tema della morte e del “ritorno in vita”. È su questi due specifici processi che si contestualizza la goffa ironia di chi contesta la scelta, sicuramente impegnativa ma eticamente ineccepibile, di definire le “mummie” come dei “resti umani”.
Viene spontaneo il confronto con altre realtà archeologiche particolarmente connotate dalla esposizione di corpi e reperti anatomici, per le quali i sarcasmi scatenati dai contesti egizi sarebbero inimmaginabili. Penso al caso emblematico di Pompei, un sito ancora oggi impressionante e prodigo di scoperte, che da secoli affascina i ricercatori e il grande pubblico per la sua particolarità di aver “fermato nel tempo” – a causa della devastante eruzione del 79 d.C. – un momento preciso della vita di una intera città. Le evidenze dei corpi rannicchiati a terra, resi esanimi dall’inalazione di gas tossici e dal calore estremo, suscitano ancora oggi commozione e sconcerto. Già nell’Ottocento, l’archeologo Giuseppe Fiorelli fece realizzare dei calchi intorno ai “resti umani” rinvenuti sul sito, modellando le forme sulla base delle impronte impresse nel materiale vulcanico dal processo di decomposizione: una tecnica che ha reso possibile la restituzione esatta della tragedia vissuta da uomini e donne di duemila anni fa e che al contempo ne ha preservato le spoglie. Primo Levi, straziato dall’immagine della bimba stretta alla mamma, coglieva il senso di contemplare e rendere un dignitoso omaggio a quei resti, laddove di tante vittime dell’Olocausto e della bomba di Hiroshima si era persa ogni traccia: “Poiché l'angoscia di ciascuno è la nostra / Ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna / Che ti sei stretta convulsamente a tua madre. […] / Sono passati i secoli, la cenere si è pietrificata/ A incarcerare per sempre codeste membra gentili. / Così tu rimani tra noi, contorto calco di gesso, / Agonia senza fine, terribile testimonianza […] / Ma nulla rimane fra noi della tua lontana sorella, / Della fanciulla d'Olanda murata fra quattro mura / Che pure scrisse la sua giovinezza senza domani: / La sua cenere muta è stata dispersa dal vento, / La sua breve vita rinchiusa in un quaderno sgualcito […]” (1978).
Nella sua intervista, Christian Greco fa riferimento alla proposta del suo museo di offrire il percorso espositivo come spazio di riflessione e di conforto per chi si trovi ad elaborare un lutto. La morte, che è inevitabile protagonista di queste teche, viene considerata parte di un’esperienza di vita complessa, articolata, per molti aspetti gioiosa, e nel rituale egizio è anche porta verso un mondo ultraterreno altrettanto vitale e fecondo. Una visione premurosa e coerente con una museologia che intende promuovere principi di cittadinanza, partendo dal valore assoluto della vita umana.
L’idea che le “mummie” facciano ridere appartiene al bisogno, tipico dell’età infantile, di esorcizzare ciò che spaventa, ma anche alla difficoltà di confrontarsi con una complessità di cui chi ha reali responsabilità culturali deve farsi carico e su cui il grande pubblico desidera riflettere con crescente consapevolezza.
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