Il corpo fragile di San Francesco cambia lo sguardo sulla disabilità
L’ostensione delle spoglie mortali del Santo ad Assisi illumina la fragilità facendo emergere la vita vera. Ciò che resta non è il corpo, ma l’amore e la relazione

Si è chiusa da pochi giorni l’ostensione delle spoglie mortali di san Francesco, ad Assisi. Per settimane, un flusso silenzioso e continuo di persone ha attraversato la Basilica, sostando davanti a un corpo consumato dal tempo. E la domanda inevitabile resta: perché 370.000 persone sono arrivate in Assisi per sostare davanti a quel corpo? Ho attraversato quell’esperienza insieme ad alcuni colleghi con cui condivido il lavoro quotidiano al Serafico, a pochi passi dalla Basilica di San Francesco. Non è un dettaglio. Il Serafico, da 155 anni, si prende cura di bambini e ragazzi con gravi disabilità. È stato fondato dal francescano san Ludovico da Casoria proprio guardando a Francesco: a quel corpo fragile, segnato dalla malattia, reso quasi del tutto cieco negli ultimi anni della sua vita. Un corpo lontano da ogni idea di forza e perfezione, eppure capace di attraversare i secoli e continuare a parlare. Entrando nella Basilica sorprendeva il silenzio. Un silenzio che accompagna e che lascia parlare dentro di te. Il percorso che accompagnava verso i resti mortali di Francesco era costruito come un cammino. Da una parte la Passione di Cristo. Dall’altra la vita di Francesco. Due vicende che si rispecchiano. Tra le prime immagini, colpisce la nudità: Cristo sulla croce, esposto nella sua totale vulnerabilità, e Francesco che si spoglia, rinunciando a tutto. Due corpi nudi, due consegne radicali. E immediatamente il pensiero va ai nostri ragazzi di cui ci prendiamo cura ogni giorno. Alla loro nudità. Anche loro spogliati. Spogliati delle possibilità del corpo. Spogliati, spesso, della possibilità di un lavoro, di un’autonomia. Spogliati, troppo spesso, dei diritti fondamentali.
Le immagini delle piaghe del corpo di Cristo e di Francesco ci riportano ancora ai corpi dei nostri ragazzi al Serafico: corpi immobili, silenziosi, o a volte attraversati da un’energia che non trova forma. Eppure, dentro quei corpi segnati dalla disabilità, c’è una vita che chiede di essere riconosciuta. C’è un’anima che può volare, e noi possiamo diventarne le ali. La bellezza che incontriamo ogni giorno sta proprio qui: nel riconoscere che il limite non è la fine, ma una soglia da attraversare insieme. Nel percorso silenzioso in Basilica, tra le immagini che si susseguivano, ecco una scena familiare: ai piedi della croce ci sono Maria e Giovanni. La fragilità non isola: genera legami. La croce non è solitudine, è spazio di fraternità. Per noi, la fragilità è una scuola di relazione. È ciò che ci costringe ad aprire porte che la disabilità sembrava aver chiuso. È ciò che ci chiede di inventare linguaggi nuovi e di costruire ponti per liberare nuove possibilità.
Ho negli occhi l’immagine di Michele, uno dei nostri ragazzi, il giorno prima che morisse. Con l’ossigeno, il corpo quasi immobile, dipingeva insieme alla sua educatrice, che accompagnava e sosteneva ogni minimo movimento della sua mano. In quel gesto non c’era nulla di straordinario, eppure c’era tutto. C’era una vita che, pur dentro il limite, continuava a esprimersi. C’era una relazione che rendeva possibile ciò che da soli non sarebbe stato possibile realizzare. C’era un desiderio che non si arrendeva al corpo che si spegneva. Quel gesto dice che la vita non coincide con la funzionalità, né con la prestazione. Dice che anche quando il corpo si ritira la persona resta. E continua a cercare, a comunicare, a creare. In quel momento era evidente che la fragilità non è il contrario della vita. È il luogo in cui la vita, a volte, si lascia vedere nella sua forma più autentica. Pensando a quel momento tornano alla mente le parole di G. K. Chesterton: le stelle passarono sopra quel corpo consumato e, guardando giù, videro un uomo felice. Mentre ripercorrevo questi pensieri ero arrivata ai resti mortali di Francesco. E lì si è fatta strada una domanda radicale: che cosa resta? Quando i corpi fragili dei nostri ragazzi ci lasciano, cosa rimane davvero? Al Serafico a volte la morte si avvicina lentamente, quando la fragilità è così evidente da lasciarla intuire. Altre volte, invece, irrompe improvvisa e lacerante. Ma il dolore non cambia. E porta con sé le stesse domande. Eppure dentro quel dolore che ci travolge affiora sempre la stessa consapevolezza: ciò che resta non sono i resti mortali. Resta ciò che è stato generato. Resta la relazione. Resta l’amore dato e ricevuto. Resta la consapevolezza di essere stati, per un tempo, mani, occhi, respiro per qualcuno che abbiamo amato. Resta la certezza che quella vita, fragile agli occhi del mondo, è stata un capolavoro.
Davanti ai resti mortali di Francesco questa verità prende corpo con forza. La fraternità attraversa il limite del corpo e lo oltrepassa. Rivela una forza dell’amore che non si può imparare nei manuali, né spiegare. Si può solo incontrare e vivere. E forse l’ostensione ha rappresentato proprio questo: non mostrare la morte, ma rivelare la vita che nessuna fragilità può cancellare. Se solo riuscissimo a comprendere fino in fondo il valore immenso di ogni vita non ci sarebbe spazio che per l’amore, la fraternità e la pace.
Presidente dell’Istituto Serafico di Assisi
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