Se i giovani non pensano a relazioni durature, è (anche) una questione di reddito
Secondo il Rapporto Giovani 2026 dell'Istituto Toniolo, le disparità socioeconomiche hanno un impatto negativo sulla possibilità di «vedersi in coppia per la vita»

Non è solo una questione di figli. La mancanza di un impiego stabile e di un reddito adeguato ha rimodellato, negli ultimi cinquant’anni, anche i progetti romantici dei giovani italiani. Rendendoli, di fatto, più precari: solo chi può contare su una casa e un buono stipendio prima dei 35 anni mostra, nella maggior parte dei casi, un atteggiamento spontaneamente entusiasta nei confronti di una vita di coppia stabile. Al contrario, chi vive in condizioni di marginalità o povertà è più spesso orientato verso relazioni a lungo termine da pressioni esterne, perlopiù familiari. In altre parole, la capacità di progettare un futuro sentimentale solido in Italia non è solo una scelta privata, ma il riflesso delle disuguaglianze materiali che segnano il passaggio all’età adulta. A questa conclusione in materia di relazioni sentimentali conduce il Rapporto giovani 2026 dell’Istituto Toniolo, che ha studiato l’impatto delle disparità socioeconomiche sulla possibilità di immaginare un futuro di coppia per la cosiddetta Generazione Z (in particolare, i ragazzi tra i 18 e i 34 anni). «La novità di quest’anno – puntualizza Francesca Luppi, ricercatrice di Demografia all’università Cattolica del Sacro cuore e coautrice del report – è che avere un reddito o un titolo di studio basso non ha solo un impatto negativo sulla tenuta della coppia, ma ha anche effetti a monte: ovvero sulla possibilità di progettarla».
In numeri. La maggior parte dei giovani occupati riferisce di trovarsi in una relazione stabile (56,9%). Ma le percentuali scendono se guardiamo alla sola platea degli studenti (43,4%) e crollano tra i cosiddetti Neet, i ragazzi che non sono in formazione, non hanno un impiego e neppure lo cercano (37,5%). Non solo. Le chance di vivere in una coppia solida crescono assieme ai guadagni: il 64% dei giovani con reddito mensile superiore ai 1.600 euro mensili vive in una relazione stabile, contro il 58,8% degli impiegati con un salario inferiore. A parità di stipendio, invece, conta il costo della vita. È anche per questo che gli under-35 che vivono nelle grandi città hanno più difficoltà a costruire rapporti duraturi rispetto ai coetanei che abitano nelle aree interne. «Chi vive in una situazione di svantaggio economico – precisa Luppi – patirà maggiormente anche tutte le insicurezze relative al fragile contesto geopolitico e ambientale. In altri studi questo è stato notato: è un problema costruire qualcosa di certo se tutto è incerto». O percepito come tale.
Si registrano, poi, marcate differenze di genere. Se le donne si dicono generalmente più orientate verso una visione tradizionale della “relazione per la vita” (50,5%), gli uomini lo sono in percentuali inferiori (41,3%). Con una tendenza a privilegiare, tra i maschi, la carriera sulla coppia. «Questi dati potrebbero richiamare a rapporti di genere più tradizionali: se sei uomo, ti senti in qualche modo ancora incaricato del benessere della famiglia», ragiona la ricercatrice.
Al netto delle differenze, però, la voglia di relazioni “per la vita” resta diffusa almeno tra un giovane su due. Quel che è cambiato negli ultimi anni, semmai, è il significato attribuito dalla Generazione Z alla “stabilità”. Il 25% degli intervistati dall’Istituto Toniolo sostiene che la propria relazione ideale può durare finché contribuisce al benessere personale. In caso contrario, si valuta la possibilità di cambiare partner. «È cambiato il modo di stare insieme: ci si permette più spesso di cambiare compagno o compagna, alla ricerca di una persona giusta che rappresenti la combinazione perfetta e che offra un adeguato livello di benessere», spiega Luppi. Ma cosa succede se non si trova? «È uno scenario interessante ancora inesplorato dalla ricerca in Italia: è stato però analizzato in alcuni Paesi del nord Europa, dove molte donne non più giovani confessano di non aver avuto figli in assenza del partner giusto».
Si tratta, in realtà, di una delle maggiori differenze con le generazioni passate: «Non ci si accontenta più della prima o seconda persona che si trova nella vita – conclude Luppi – ma si cerca la metà perfetta della mela. È un’influenza che arriva da un immaginario da Hollywood. La prospettiva dei giovani oggi è più mirata al benessere, ma può diventare individualista quando si smette di essere disposti a sacrificare qualche parte di sé nella relazione».
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