Un crocifisso distrutto e un'aula di studenti che si interrogano
Da cosa dipende la nostra capacità di indignarci? Vale di più un simbolo o una vita? Cosa ci colpisce più profondamente? I ragazzi e il senso della responsabilità

Stamani, entrato in aula, mi ha colpito particolarmente l’immagine sulla Lim (la lavagna digitale). Di solito ci sono quelle lasciate dai colleghi delle ore precedenti, legate ai temi spiegati, oppure qualche sfondo scelto dagli studenti, spesso leggero, a volte persino ironico. Questa volta, invece, sullo schermo c’era una scena diversa: un soldato che distruggeva un crocifisso. Non ho detto nulla per qualche secondo, ho guardato quell’immagine e, quasi contemporaneamente, ho guardato i loro volti. Alcuni la fissavano in silenzio, altri si scambiavano rapide occhiate; era chiaro che non si trattava di uno sfondo casuale e che chiedeva di essere preso sul serio. Non avevo intenzione di “spiegare” qualcosa, né di commentare semplicemente una notizia, ho sentito il bisogno di dare spazio a ciò che stava già suscitando in loro. Mi sono appoggiato alla cattedra e ho detto: «Cosa vi fa pensare quanto vediamo?». Per qualche istante silenzio, poi una studentessa ha preso la parola. Con una semplicità disarmante ha fatto notare come, di fronte a un gesto certamente grave contro un crocifisso, siano arrivate subito reazioni ufficiali, scuse, prese di distanza e invece «per le persone che muoiono in guerra, non si vedono le stesse reazioni». In quella osservazione non c’era polemica sterile ma un’inquietudine autentica. Le ho chiesto se percepisse uno squilibrio e lei: «Sembra che un simbolo conti più delle vite vere, possibile?». Non tutti sono stati d’accordo. Un altro studente è intervenuto sottolineando che quel gesto è stato diretto, intenzionale, mentre la guerra – per quanto tragica – è anche un insieme di conseguenze non volute. Qualcuno, quasi interrompendo, ha aggiunto con amarezza: «Effetti collaterali, vuoi dire? Ma come si fa a chiamare così migliaia di bambini morti?». Mi sono limitato a sottolineare quanto il linguaggio influenzi il nostro modo di percepire la realtà e che le parole non sono mai innocenti.
Un’altra voce ha provato a spostare lo sguardo: «Quel gesto ha colpito di più, perché riguarda un simbolo religioso, qualcosa che tocca l’identità profonda delle persone». Subito dopo, una compagna ha espresso un pensiero che ha fatto riflettere tutti: «I veri crocifissi sono le persone che soffrono e il crocifisso rotto rappresenta il dolore innocente, quel dolore di tanti uomini, donne, soprattutto bambini travolti dalla guerra. Forse dovremmo indignarci di più per loro guardando quei frammenti». Non è stata una presa di posizione contro i simboli bensì una richiesta di coerenza. Qualcuno, infatti, ha fatto notare il rischio opposto, quello di contrapporre simboli e persone, come se il rispetto per gli uni escludesse l’attenzione per le altre. E proprio lì si è aperto uno spazio di dialogo interessante, cioè non tanto scegliere tra le due cose, quanto riconoscere che spesso reagiamo con maggiore immediatezza a ciò che è più visibile, più semplice, più vicino. Le guerre, invece, sono complesse, lontane, difficili da comprendere fino in fondo. «E allora finiamo per abituarci – ha detto un’altra compagna – e forse è questo il rischio più grande. Non tanto l’ignoranza, quanto la perdita progressiva di sensibilità. Ci indigniamo per ciò che ci colpisce emotivamente o per ciò che sentiamo più vicino alla nostra identità culturale o religiosa». A un certo punto ho chiesto, quasi più a me stesso che a loro, se fosse giusto che la nostra indignazione dipendesse da questa “vicinanza”. La risposta è arrivata subito: «Prof., forse è umano, ma non è giusto!». Un nuovo intervento dall’ultimo banco, quello che non ti aspetti, ha provato a indicare una strada: «Dovremmo educarci a sentire il dolore degli altri anche se sono lontani; questo passa dal confronto, dall’informazione, dal non fermarsi alla superficie delle notizie».
A pochi minuti alla fine dell’ora ho sentito il bisogno di non chiudere con una conclusione, ma di lasciare delle domande aperte, capaci di accompagnarli: «Vale di più difendere un simbolo o una vita? Oppure la vera sfida è non separare mai le due cose? Che cosa, oggi, riesce davvero a toccarci nel profondo? Perché alcune immagini ci feriscono subito, mentre altre rischiano di scivolarci addosso? Da cosa dipende la nostra capacità di indignarci: dalla verità dei fatti o da come ci vengono raccontati? E infine, che responsabilità abbiamo noi? Possiamo limitarci a reagire emotivamente oppure siamo chiamati a fare un passo in più come capire, approfondire, non abituarci all’indifferenza e agire?».
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