Quando il giovane Kissinger sognava la pace perpetua

Nella sua tesi di laurea, ora tradotta in italiano, sposava Kant contro il pessimismo di Spengler e Toynbee:
April 24, 2026
Quando il giovane Kissinger sognava la pace perpetua
Henry Kissinger (1923-2023) / Boris Karmi /Meitar Collection / Biblioteca nazionale di Israele / The Pritzker Family National Photography Collection
«Il significato rappresenta l’emanazione di un contesto metafisico. Come ogni uomo, in un certo senso, crea le proprie immagini del mondo, così lo scienziato può trovare nella natura solo ciò che vi mette nella formulazione della sua ipotesi. Così anche ogni domanda determina almeno l’ambito delle risposte, così la storia non mostra la stessa faccia a tutti, ma rivela solo i significati insiti nella natura della nostra interrogazione. Perciò, anche la filosofia della storia è inseparabile dalla metafisica e implica una profonda consapevolezza degli enigmi e delle possibilità non solo della natura, ma anche della natura umana». Parole, queste, che danno da pensare ancora oggi anche se risalgono a settantasei anni fa, al 1950 per la precisione, e sono tratte da una tesi di laurea discussa a Harvard, una delle più prestigiose università americane. Se poi da queste parole la mente corre al loro autore non mancheranno sorprese.
Chi le ha vergate non è certo uno sconosciuto anche se allora aveva appena ventisette anni e una carriera diplomatica di grande prestigio ancora a venire. Il loro autore non passerà alla storia certo per l’originalità filosofica ma sarà ricordato, e discusso, per il ruolo ricoperto nella politica estera americana degli anni Settanta e per l’influenza che ha esercitato successivamente al suo incarico di segretario di Stato durante le presidenze di Richard Nixon e Gerald Ford. Considerarlo controverso è dir poco. Non solo a lui si devono gli accordi di Parigi che hanno chiuso l’esperienza a stelle e strisce in Vietnam e la successiva apertura alla Cina, naturalmente in funzione antisovietica, grazie alla celebre diplomazia del pingpong. Ma su di lui si allungherebbero i sospetti del supporto al colpo di stato cileno che ha portato nel 1973 alla defenestrazione di Salvador Allende e, due anni più tardi, l’appoggio all’invasione di Timor Est perpetrato dal presidente indonesiano Suharto.
A questo punto non ci sono dubbi sulla penna che sta dietro le righe iniziali dell’articolo. Che si tratti di Henry Kissinger (1923-2023) è oramai evidente, ma meno evidente che a lui si debba un lavoro di tesi intitolato Il significato della storia. Riflessioni su Spengler, Toynbee e Kant (pagine 306, euro 24,00) che oggi è pubblicato per la prima volta in traduzione italiana per le edizioni Mimesis, con la traduzione di Giovanni B. Soda e la curatela di Giuseppe di Ruvo, già artefice di un’importante Storia e filosofia della geopolitica. In quelle pagine degli anni Cinquanta, non si troveranno certo idee innovative su Spengler, Toynbee o Kant, trattandosi pur sempre di una tesi di laurea. Ma una volta ammesso questo dato di fatto sarebbe un errore trattarle con sufficienza. Non solo non possono considerarsi banali, per i tempi in cui sono state scritte, ma forniscono un’ottima chiave di lettura, come accadrà anche per la sua tesi di dottorato dedicata al Congresso di Vienna, per comprendere l’operato di Kissinger in politicis. Non è un caso che lo storico britannico Niall Ferguson sottotitoli il primo volume della monumentale biografia dedicata al diplomatico originario di Fürth “l’idealista”. E per quanto poco si soffermi sul suo percorso universitario fa emergere bene la fascinazione esercitata su di lui dagli ideali kantiani.
Prendendo le mosse da una riflessione esistenziale, Kissinger spiega, fin dalle prime righe della tesi, che con il passare degli anni il vissuto di ogni uomo cambi, finendo col diventare consapevole di come le possibilità illimitate a cui si apriva la propria vita durante la giovinezza si restringono in un percorso definito e ineluttabile. Parimenti, nell’attribuire un significato alla storia, occorre mantenere l’equilibrio tra la Necessità, ricostruita ex post, del susseguirsi degli eventi storici e l’esperienza interiore della Libertà di orientare gli accadimenti futuri. «Nessuna rappresentazione dell’inevitabilità, tuttavia, può esimere l’individuo da attribuire un senso alla propria esistenza - ammonisce il giovane Kissinger -. La necessità descrive il passato, ma la libertà governa il futuro. Gli scopi rivelano un compito da realizzare, l’espressione di un’anima, non un attributo degli eventi storici. Il fondamento etico della loro condotta dipende dall’esperienza trascendentale che Platone, Kant o Dostoevskij hanno lasciato intendere». Ecco allora che Spengler e Toynbee diventano due bersagli, e Kant il segnavia per uscire da quella sindrome dell’impotenza dell’agrimensore che De Ruvo attribuirebbe a Kissinger, richiamandosi a K., il protagonista del Castello kafkiano. Se nel Tramonto dell’Occidente l’ineluttabilità biologica trasforma la storia in un “mero vegetare”, negando il ruolo dell’intenzionalità cosciente dell’uomo nell’imprimerle una direzione, per il comparatista inglese la presunta libertà riconosciuta all’uomo e alle civiltà risulta ingannevole. Il meccanismo “sfida-e-risposta” che guiderebbe il divenire storico non sarebbe che una descrizione determinista dell’élan vital. Per abbandonare il circolo vizioso offerto dai due, Kant risulterebbe indispensabile perché perorerebbe, scrive Kissinger, «il raggiungimento della pace perpetua, il più nobile dovere dello statista».
Spetta di certo agli studiosi fornire un valutazione sull’operato del segretario di Stato ma, come sottolinea De Ruvo, ritenere che Kissinger «non parli mai di pace ma ne indaghi le condizioni di possibilità» considerando «l’ordine mondiale un processo e non uno stato» offre un’ulteriore chiave di lettura della sua azione a fianco di Nixon e Ford. Forse assumere su di sé, weberianamente, la responsabilità di riconoscere la Necessità storica del conflitto, come fa Kissinger nelle parti conclusive della tesi, potrebbe condurre l’uomo, e in particolare lo statista, a cercare la pace, perché se «la beatitudine di Dante è andata perduta nella nostra civiltà ciò descrive meramente il fatto del declino, non la sua necessità». D’altronde «a ben vedere, questi potrebbero essere tempi stanchi. Ma noi non possiamo pretendere l’immortalità come prezzo per dare significato alla vita. L’esperienza della libertà ci permette di sorgere al di là delle sofferenze del passato e delle frustrazioni della storia. In questa spiritualità risiede l’essenza dell’umanità, ”l’unico” che ogni uomo impartisce alla necessità della sua vita, l’auto-trascendenza tramite cui giungiamo alla pace»”. Ingenuità e illusioni da emigrato in fuga, nel 1938, dalla Germania hitleriana, dimenticate una volta al timone della politica estera americana o ispirazione della sua condotta di segretario di Stato? Agli storici la risposta.

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