Il Mondiale della Croazia comincia dalla Messa
Durante il ritiro di preparazione al torneo iridato 2026 la nazionale croata si è raccolta in preghiera partecipando a una Messa nell’arcidiocesi di Fiume

Ci sono tanti modi per prepararsi a un Mondiale. C’è chi punta tutto su sedute mirate di atletica e tattica. E c’è chi, come i giocatori della Croazia, ha scelto anche un’altra strada: quella della preghiera. Un gesto semplice, quasi nascosto, che racconta qualcosa di più profondo dello sport. E tocca le corde della storia e dell’identità di un popolo che, nonostante le vicissitudini del tempo, non ha mai dimenticato le proprie radici cristiane.
La notizia è stata resa pubblica dalla stessa arcidiocesi di Fiume: domenica 31 maggio, mentre la nazionale croata iniziava a Fiume la preparazione al Mondiale 2026, capitan Modric e alcuni giocatori, insieme allo staff tecnico guidato dal commissario tecnico Zlatko Dalic, hanno partecipato alla Messa a Icici, piccolo centro vicino a Abbazia. La squadra è arrivata senza annunci ufficiali, unendosi con discrezione ai fedeli riuniti davanti alla cappella di San Giovanni di Dio.
Il parroco Mato Berišic li ha salutati all’inizio della Messa, mentre al termine i giocatori hanno acconsentito volentieri a foto e autografi per i ragazzi e i parrocchiani presenti. Immagini che colpiscono proprio per la loro normalità: campioni affermati al fianco della “gente comune” in un momento di grande raccoglimento fuori da ogni protocollo. Un incontro fugace prima di tornare in fretta agli allenamenti a testimonianza di una decisione personale e spontanea di uomini che, prima di una sfida sportiva, hanno voluto ritrovarsi in preghiera.
La Croazia arriva al Mondiale 2026 con una storia calcistica ormai di tutto rispetto. Dopo l’indipendenza del Paese in pochi decenni è diventata una delle realtà più rispettate del panorama internazionale.
La prima partecipazione alla Coppa del Mondo fu a Francia 1998, dove si classificò terza rendendo subito evidenti le sue ambizioni. Ha raggiunto la finale del Mondiale 2018 in Russia e il terzo posto nel 2022 in Qatar, risultati straordinari per un Paese che sfiora appena i quattro milioni di abitanti.
La squadra che partecipa a questo torneo iridato unisce esperienza e giovani talenti. Al centro resta ancora una volta Luka Modric, capitano e simbolo di una generazione che ha scritto pagine indimenticabili del calcio croato. Dietro però i successi della Nazionale degli ultimi anni c’è anche la figura di Zlatko Dalic. Un commissario tecnico che non ha mai nascosto l’importanza dell’educazione cattolica nella sua vita.
Una fede cresciuta e mai venuta meno anche negli anni del regime socialista di Tito quando manifestare pubblicamente il proprio credo poteva essere molto pericoloso.
Da piccolo ministrante nella chiesa francescana di Livno è oggi marito e padre felice di due figli: «Tutto quello che ho fatto nella mia vita e nella mia carriera lo devo alla mia fede e sono grato al mio Signore». Ai Mondiali 2018 le telecamere lo inquadrarono con una mano in tasca. Lui ammise: «Il rosario è sempre con me, e quando mi sento un po’ agitato, metto la mano in tasca, stringo il rosario e tutto diventa più semplice».
Un allenatore che cerca di trasmettere disciplina e organizzazione tattica, ma anche valori come unità, sacrificio e appartenenza. La sua Croazia non è soltanto una squadra chiamata a vincere partite: è un gruppo che sente di rappresentare un popolo. E poi, certo, brilla ancora la stella di Modric. Pallone d’Oro nel 2018, nonostante i suoi quasi 41 anni riesce a sciorinare ancora tutta la sua classe come ha dimostrato anche quest’ anno in Italia con la maglia del Milan. Nonostante la frattura allo zigomo sarà in campo per la sua quinta Coppa del Mondo.
Un campione infinito che ha vissuto sulla sua pelle anche il dramma della disgregazione dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta. Aveva soli sei anni quando suo nonno fu ucciso. Luka, che porta il suo nome e spesso lo accompagnava a pascolare il gregge, non dimentica: «Ero molto legato a mio nonno... Quando l’hanno ucciso è stato un momento davvero duro. Ero piccolo e ancora non capivo certe cose. Andavamo a cercarlo ma non sapevamo che non sarebbe più tornato».
Durante la guerra rifugiato insieme alla sua famiglia nella città di Zara presso l’Hotel Kolovare, fu proprio nel parcheggio di quella struttura, che quel piccolo caschetto biondo cominciò a farsi notare col pallone tra i piedi. «Vivevamo in una stanza d’albergo da 20 metri quadrati. Eravamo in quattro. Stavo con i miei genitori e la mia sorellina. In ogni caso non ho brutti ricordi. Davanti all’hotel c’era una piazza dove giocavamo a calcio. Spesso le bombe cadevano vicino. Noi dovevamo correre al bunker… Non piangevo, sapevo che stava succedendo qualcosa di brutto. Certo ero un po’ spaventato… Ma poi tornavamo a giocare». Oggi vanta una bacheca stellare in cui spiccano tra l’altro sei Champions League. Una scalata di classe e dedizione frutto senz’altro di un’incredibile forza interiore. Le telecamere qualche anno fa svelarono il motivo per cui prima di una partita baciò i parastinchi: lì infatti da sempre nasconde una foto della sua famiglia e un’immagine del Sacro Cuore di Gesù. Molto riservato nella sua vita privata, non è un mistero però l’amore per la sua famiglia, il legame con sua moglie Vanja Bosnic, dalla quale ha avuto tre figli, e anche la sua fede cattolica unita a un tenace senso del dovere. «La classe innata? Sono molto grato perché Dio mi ha dato un talento, ma poi devi lavorare e dedicarti molto a quello che fai, alla tua professione. Talento senza lavoro non significa molto».
Oggi è pronto a trascinare ancora la Croazia per scrivere un’altra pagina di storia. Per Modric, Dalic e i compagni presenti a Messa, però, il Mondiale non è l’unica partita: ce n’è una più grande che riguarda il senso della vita. «Pensa a ogni volta che ti fai il segno della croce - ha spiegato il parroco nell’omelia -. Ricorda che stai ponendo su di te il nome di Dio che è amore, che ci ha creati, ci ha redenti e non smette mai di amarci».
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