La scommessa su Luzi del giovane Piccioni

Il 24enne critico già nel 1949 comprese il valore dell’allora sconosciuto poeta fiorentino: «Il suo è un percorso che si presenta già fertile e perentorio»
April 25, 2026
La scommessa su Luzi del giovane Piccioni
Mario Luzi con Leone Piccioni
Pubblichiamo la prefazione scritta dal poeta e critico letterario Roberto Mussapi al volume di Leone Piccioni La conoscenza concentrica. Scritti su Mario Luzi 1949-2001 (Succedeoggi Libri, pagine 208, euro 18,00). Il volume, curato da Gloria Manghetti contiene anche una postfazione di Alfiero Petreni. Piccioni (1925-2018) è stato giornalista, critico, direttore del telegiornale unico della Rai e dei programmi culturali televisivi e radiofonici. È stato anche tra i fondatori della celebre rivista letteraria “L’Approdo”. Allievo di Giuseppe De Robertis e di Giuseppe Ungaretti, ha scritto decine di saggi sulla letteratura, l’arte e la poesia. I testi degli articoli, saggi e recensioni su Luzi, riuniti per la prima volta in volume, documentano una frequentazione assidua fin dal 1949, sempre nel nome della comprensione generosa, inclusiva dell’autore, dove l’indagine filologica era sì una delle componenti, ma non la sola, prediligendo, soprattutto con il passare degli anni, la disponibilità al dialogo, alla profonda partecipazione all’arte indagata. D’altra parte Luzi stesso non aveva mancato di sottolineare il sentimento di fraternità e complicità che attraversava la pagina dell’amico, del tutto estranea «alla critica ideologica o stilistica o strutturalistica», così come «alla mentalità “dissacrante” che ne è derivata», per prediligere piuttosto una interpretazione «umile e paziente mediante la lettura piena e l’ascolto».
«A Firenze vive un poeta, non eccessivamente noto tra il grosso pubblico, ma ben conosciuto tra gli amanti della letteratura: è Mario Luzi, che noi stimiamo tra i maggiori ingegni dell’Italia contemporanea, e fra le più vive e nuove voci di poesia». Era il maggio 1949, un mese dopo il giovanissimo critico letterario - all’epoca Leone Piccioni aveva solo 24 anni - gli riconosceva «un raro impegno e coraggio difficilmente riscontrabili altrove».
Una scoperta formidabile, infallibile, che avrebbe dato inizio a quella che sarebbe divenuta «una lunga fedeltà», quella di Piccioni nei confronti dell’opera di Luzi, una attenzione critica protrattasi fino all’età matura, in sedi e forme diverse, ma con costante regolarità, come anche testimonia la loro corrispondenza. «Sulla certezza della carriera poetica di Mario Luzi – scriverà anni dopo – non abbiamo mai avuto dubbi». E Piccioni dichiara che alla stima dei massimi poeti italiani di quel tempo, da Ungaretti a Montale, si aggiungeva un consenso profondo da parte di giovani studiosi e autori, in un contesto in cui anche l’opera di Bertolucci e Caproni spiccavano come importanti e nuove, ma senza raggiungere la verticalità dei versi di un Luzi, su cui Piccioni scommetteva senza esitazioni. Fino al punto di affermare di aver provato, subito, una certezza sui testi che Luzi non aveva ancora scritto. Senza esagerare in retorica, si tratta di una di quelle profezie che sono possibili al grande critico, che come Piccioni, entra nell’anima dell’autore studiato, non solo nei versi già scritti ma in quelli germinanti e nascituri.
E a sottolineare questa intuizione profonda Piccioni scriveva pagine memorabili su un libro saggistico di Luzi, in cui si delinea una visione poetica che avrebbe, dopo qualche decennio, colpito e illuminato chi sta scrivendo queste righe. Che lesse, ventenne, L’inferno e il limbo, e da quel momento s’immerse nell’opera di Luzi da La barca fino ai libri di quegli anni e quei giorni, con entusiasmo e certezza pari a quelle del giovane Piccioni trent’anni prima. L’inferno e il limbo segnò la scoperta della linea dantesca della poesia, differente da quella petrarchesca predominante. E compresi, leggendolo, la mia attrazione per Coleridge e la sua leggendaria Ballata che Luzi aveva, non a caso, tradotto. Qualcosa che nasce dall’idea simbolista, che dà il titolo a una fondamentale antologia di poeti scelti da Luzi, e che nello stesso tempo la supera.
Tornando a Piccioni e alla sua fondamentale recensione del libro saggistico di Luzi, leggiamo come non occorra «ricordare che la natura e la figura che in Luzi predomina è quella del poeta, tanto da rappresentare con le sue raccolte di versi una delle più sicure voci dei nostri anni e certo, tra i più giovani, la più impegnativa e sincera». È naturale quindi che quel libro sia interrelato a quanto sta avvenendo nell’anima di Luzi poeta: «Per i poeti che si esercitano nella critica, è avvenuto - credo - sempre così. Questo non esclude (anzi avvalora) che il loro particolare intuito e la loro sensibilità non li portino, spesso, a folgoranti scoperte e a preziose indicazioni (e basterebbe un esempio: quello del Foscolo!)».
L’inferno e il limbo tratta del “progresso spirituale”, del concetto di natura, dell’idea di speranza, memoria, realtà e invenzione, dolore e colore nell’ispirazione poetica italiana. «La qualità che più ci lusinga e ci avvince - scrive Luzi - è quella di progredire in un senso preciso e fatale... produrre un’opera che sia spiritualmente migliore della precedente... L’ideale di ogni persona onesta e ambiziosa consiste nel grado più alto di coscienza morale... Prima di ogni cosa, la poesia è un avvenimento umano».
Piccioni sottolinea come nella critica così nella poesia, Luzi sia sempre stato guidato da una esigenza di sincerità, «anche verso di sé e nei confronti di quel gruppo fiorentino dal quale è nato e che ha, forse, soverchiato di tanto». E ancora, in un altro scritto giovanile: «Se dovessi puntare su un percorso che si presenta già fertile e perentorio, farei oggi soprattutto il nome di Mario Luzi. Egli si chiarisce sempre di più, mentre ha svolto autonomamente una sua esperienza di sempre maggior chiusura del verso e della forma, un sempre maggior rigore, una intima geometrica rispondenza, ha statura, ha forza, le sue ultime e recentissime prose […] hanno un insolito splendore, una sostanza, un profondo riflesso, la sua penetrazione critica è delle più ricche: ha tutto per arrivare ad una grande poesia».
Leone Piccioni scrive di fatto uno dei libri fondamentali su Luzi, che ora appare compiuto e completo, mostrando una fedeltà di tutta la vita. Il Piccioni che lascia l’università per creare la televisione italiana più bella di sempre, che ha istruito, animato, divertito e nutrito di letteratura, pensiero, milioni di italiani, è anche, fuori dall’accademia, un critico e uno storico letterario di alto livello, e un interprete indispensabile della poesia che nasceva in un’Italia liberata dall’oppressione del fascismo. Non è solo il profondo critico di Ungaretti, ma di una realtà poetica fertile che comprende profondamente: «E oggi si può ben dire che l’insegna dell’ermetismo servì a raggruppare, nei casi migliori, gente che non accondiscendeva a facili improvvisazioni, che preferiva la via lunga, che legava al fatto poetico - com’è della poesia più grande - un bagaglio morale, una base affermativa, un messaggio di risonanza umana, sottovoce, segreta».
Piccioni, nei confronti di Luzi, fu un Leone letteralmente, lo scoprì subito e lo sostenne con convinzione assoluta. Dagli anni Cinquanta l’opera del poeta è oggetto di studi, saggi, convegni. La sua fama è giustamente cresciuta, ma restano alcuni irriducibili che lo hanno sostenuto con orgoglio e passione da entusiasti ispirati, Piccioni agli inizi, alla fine degli anni Settanta Giancarlo Quiriconi, che pubblica nei primi Ottanta un libro fondamentale sul poeta. E, tra i poeti, appunto, il sottoscritto, che ne fece subito un punto di riferimento. Da quando avevo vent’anni, scrissi su di lui e lo inclusi nei miei maestri accanto a Eliot, Yeats, e poi Bonnefoy. Accanto a cui lo pongo in un mio saggio su una trilogia non esclusiva ma ideale del secondo Novecento, Luzi, Heaney, Bonnefoy. I grandi poeti italiani non sono solo italiani, come gli irlandesi non sono solo irlandesi e i francesi e tutti gli altri, pure...
E Leone parla da mago dell’anima di Luzi uomo e poeta insieme: «Chi conosce Mario Luzi lo sa quieto, di poche parole ed effusioni, ma pensoso sempre, raccolto in sé. Ti aspetteresti da quella sorta di apparente sua quiete della persona, scatti improvvisi, percorsi nuovi dettati dall’estro immediato che lo guida, perpetuamente pronto e sensibile in lui: una possibilità fino a imprevedibili punte di scatto, di estro, di “furor”, sempre trattenuta, vigilata. E nella sua poesia, sorpresa che rincuora, ecco di continuo quei balzi, le sue idee, l’estro suo, ampio dono di canto (il magico possesso degli elementi di un paesaggio – l’eloquenza segreta):
È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.
La mia pena è durare oltre quest’attimo.
Aprile-Amore, accanto a Love after love di Derek Walcott, la più grande poesia d’amore del Novecento, per me. Che la lessi a Firenze, nelle celebrazioni per Luzi senatore e novantenne. La lessi per lui «nel giusto della vita e nell’opera del mondo».

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