La sanità campana, il nodo aborto e la vita da non banalizzare

L'annuncio del presidente Fico di un provvedimento sull'interruzione volontaria di gravidanza di tipo farmacologico, a domicilio o in ambulatorio, non è un segnale di civiltà. In gioco c'è il diritto alla verità delle nuove generazioni
April 25, 2026
«È un provvedimento di civiltà, atteso da tempo. Continuiamo a lavorare per una sanità più vicina alle persone». Una sanità più vicina alle persone è il sogno che i cittadini campani si tramandano di padre in figlio. Un sogno che, non poche volte, si trasforma in incubo.  Eppure, le parole del presidente della nostra regione, Roberto Fico, non hanno sortito in tutti l’effetto sperato. Ancora una volta ci si è divisi per convinzioni ideologiche e politiche. Perché questo provvedimento riguarda non tanto la sanità ma la nodosa e dolorosa questione dell’aborto. La Campania, dunque, avrebbe da vantarsi per essere stata tra le prime regioni in Italia a provvedere alla possibilità di aborto farmacologico fatto in casa o in ambulatorio. Siamo ritornati indietro, dunque.
Certo, perché, al di là delle più sicure possibilità d’intervento, ancora una volta, il dramma di un bambino non nato non viene, non dico affrontato adeguatamente, ma nemmeno lontanamente sfiorato. Siamo arrivati alla farsa. La stessa legge 194 viene violata e nessuno di coloro che pure la vollero, la difesero, la elogiarono; la vogliono, la difendono, la elogiano, se ne rammarica. Nessuno protesta. Nessuno si scandalizza. Si ritorna al privato. La meraviglia della vita nascente stroncata non viene nemmeno sfiorata. Il “fastidio” viene gettato via a domicilio, in day hospital. Come quando devi estirpare un dente, una verruca, un’unghia incarnita. No, Presidente, ti prego, non chiamare questa scelta «un provvedimento di civiltà».
Non lo è, non potrà mai esserlo. In ballo c’è la vita di una donna che ha diritto alla propria autodeterminazione e il diritto di un essere umano a venire al mondo come è venuto lei, chi sta scrivendo e chi sta leggendo. Lei sa bene che in Campania sono migliaia i cittadini che vedono calpestati i propri diritti in campo sanitario. Sono tanti gli ammalati che non possono accedere alle cure in modo adeguato. In questi giorni, decine di migliaia di persone stanno attendendo l’arrivo di Papa Leone per ascoltare – finalmente! – una parola serena, una parola di pace, una parola di speranza, una parola di fratellanza. Una parola di amore. Per quanto riguarda a vita nascente non possiamo divederci.
Non possiamo ingannare le giovani generazioni. I ragazzi hanno il diritto alla verità. Una verità scientifica prima che politica, fraterna, umana e umanizzante. Provi a chiedere a un bambino di pochi anni chi c’è nel pancione della sua mamma incinta. Di certo vi risponderà: il mio fratellino, la mia sorellina. Qualche giorno fa, da Bergamo, stiamo stati raggiunti dal pianto di un neonato, deposto nella Culla per la vita, da una mamma che non avrebbe potuto allevarlo. Mamma benedetta, la tua lezione ha sferzato le nostre coscienze più di mille prediche fatte in chiesa o di convegni. Mio figlio è mio e non è mio. È altro da me. Spesse volte sono state ricordate le parole di madre Teresa di Calcutta: finché non avremmo risolto il dramma dell’aborto non ci sarà mai la pace nel mondo. È vero. Ci hanno insegnato a leggere e a scrivere, a stare su due piedi, a parlare, ragionare e a essere educati.
Non sempre abbiamo capito che anche l’amore s’insegna e s’impara. Lentamente. Dolcemente. Siamo tutti ammaliati dalla ricerca delle origini. Vogliamo sapere quando, come e perché è nata la città che amiamo. Quando ha avuto inizio la pallina sulla quale ci muoviamo. Quando, come e perché è scoppiato dal niente questo mistero che chiamiamo universo. Ci è rimasta, però, la paura di fissare negli occhi la verità che ci riguarda più da vicino. Quando ho iniziato a esistere? Quando è scoppiata quella scintilla che sono io? I bambini ce lo chiedono, non possiamo ingannarli. I ragazzi pretendono risposte, non possiamo eluderle. I giovani vanno aiutati a non cadere nelle trappole ideologiche, non possiamo dileguarci.
Aborto a domicilio, una civiltà? No, la prego, non lo dica. Di fronte alle tante culle desolatamente vuote, non lo dica. Di fronte a tanta violenza tra i giovani che per un nonnulla infilzano coltelli nell’addome di un rivale, non lo dica. Formiamo, invece, un coro, un unico coro, che canta all’unisono un inno alla vita. Partiamo dall’inizio se vogliamo venire a capo di qualcosa. Viktor Frankl, psichiatra austriaco, che sperimentò le follie dei campi di concentramento, come tanti altri, nel suo libro, racconta di come gli internati nei primi giorni fossero sotto shock, per poi  diventare indifferenti al dolore altrui. L’istinto per la sopravvivenza prendeva il sopravvento su tutto. Lo stiamo vedendo, in questo tempo, con le guerre in atto. Alla fine, ci facciamo l’abitudine. Sì, perché l’uomo si abitua a tutto. Anche a gettare via la vita nascente per una qualsiasi causa. Ricordiamolo ai nostri bambini, ai giovani delle stese, ai ragazzi della microcriminalità, ai nostri universitari: la vita è bella. Gridiamolo insieme: è unica e irripetibile. Uniamoci a papa Leone quando dirà loro: non abbiate paura, voi siete preziosi agli occhi di Dio e ai nostri. Per favore, non banalizzate la vita.

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