«I cristiani in Israele? Crescono. E possono avere ruoli decisivi»
Parla George Deek, arabo cristiano che è stato confermato come Inviato speciale dello Stato ebraico per i rapporti con il mondo cristiano. È stato il primo ambasciatore della comunità a rappresentare il Paese all’estero

George Deek è un arabo cristiano, è nato a Giaffa (Tel Aviv), ha costruito una carriera nella diplomazia israeliana, è stato il primo ambasciatore cristiano a rappresentare lo Stato ebraico, servendo in Azerbaigian, e l’altro ieri è stato confermato Inviato speciale di Israele presso il mondo cristiano.
La sua traiettoria personale sembra contraddire la narrazione di una Israele che penalizza le minoranze, o che addirittura persegue un regime di apartheid. È un percorso rappresentativo o un’eccezione?
Il mio percorso personale è unico nel senso che incarichi diplomatici di alto livello sono rari per chiunque, indipendentemente dal background. Ma sarebbe sbagliato descriverlo come un’anomalia isolata concepita per contraddire una regola. I cittadini arabi – musulmani, drusi e cristiani (gli ortodossi sono il gruppo più numeroso Ndr) – contribuiscono ogni giorno a plasmare il Paese come educatori, medici, innovatori, imprenditori, giornalisti, sindaci, avvocati, ufficiali, funzionari pubblici e leader in molti settori. Questo non significa che Israele sia una società perfetta. Come ogni democrazia, presenta tensioni sociali, disparità e questioni ancora da affrontare. Discutiamo apertamente di questi temi, spesso con toni accesi, perché è ciò che fanno le società libere. Ma l’imperfezione non è apartheid. L’accusa di apartheid è falsa e crolla sotto il peso della realtà. Usare quel termine per Israele è uno slogan politico che svuota di significato un grave crimine storico.
Il mio percorso personale è unico nel senso che incarichi diplomatici di alto livello sono rari per chiunque, indipendentemente dal background. Ma sarebbe sbagliato descriverlo come un’anomalia isolata concepita per contraddire una regola. I cittadini arabi – musulmani, drusi e cristiani (gli ortodossi sono il gruppo più numeroso Ndr) – contribuiscono ogni giorno a plasmare il Paese come educatori, medici, innovatori, imprenditori, giornalisti, sindaci, avvocati, ufficiali, funzionari pubblici e leader in molti settori. Questo non significa che Israele sia una società perfetta. Come ogni democrazia, presenta tensioni sociali, disparità e questioni ancora da affrontare. Discutiamo apertamente di questi temi, spesso con toni accesi, perché è ciò che fanno le società libere. Ma l’imperfezione non è apartheid. L’accusa di apartheid è falsa e crolla sotto il peso della realtà. Usare quel termine per Israele è uno slogan politico che svuota di significato un grave crimine storico.
Lei ha una storia personale molto articolata, che attraversa comunità, conflitti e ritorni. Quali sono gli episodi che più hanno segnato il suo percorso?
A plasmare il mio percorso non sono stati soltanto eventi o istituzioni, ma le persone. A cominciare da mio padre. Era il cantore della nostra chiesa ortodossa a Giaffa e un leader rispettato nella comunità cristiana. Mi portava con sé in chiesa ogni domenica mattina, quelle e mattine non erano soltanto rituali religiosi, ma anche lezioni di identità, continuità e appartenenza. Vado ancora in chiesa la domenica. Attraverso mio padre ho imparato l’amore per Dio, il rispetto per la tradizione e la dignità di appartenere a qualcosa di più grande. Poi ci sono i miei nonni, George e Vera. La loro storia iniziò a Giaffa prima del 1948, quando si preparavano a sposarsi e a costruire una vita nella città in cui la nostra famiglia viveva da secoli. Arrivarono la guerra, la paura, la fuga. Ripararono in Libano. Molti avrebbero accettato l’esilio come destino. Invece decisero di tornare a Giaffa e di vivere tra coloro che avrebbero dovuto essere i loro nemici. Grazie a quella scelta coraggiosa, la nostra famiglia ricostruì la propria vita invece di restare intrappolata nell’amarezza e nello sradicamento. Mi hanno insegnato che la speranza è una decisione e che arabi ed ebrei possono essere vicini e amici, non nemici destinati a esserlo. C’è stato ancora il mio insegnante di musica, Avraham Nov. Era un sopravvissuto all’Olocausto che aveva perso la sua famiglia e sopportato orrori oltre ogni immaginazione. Eppure, scelse la vita. Venuto in Israele, costruì una famiglia e si dedicò all’insegnamento della musica ai bambini, inclusi bambini arabi, come me a Giaffa. Infine padre Gregor Pavlovsky. Ebreo, era nato in Polonia. Durante l’Olocausto perse gran parte della sua famiglia e sopravvisse solo perché gli furono forniti documenti falsi di identità cattolica e fu nascosto in istituzioni cattoliche. Dopo la guerra fu cresciuto da suore, entrò nella Chiesa. Arrivò in Israele e servì per decenni a Giaffa. Era il mio vicino, e passavo molti giorni a casa sua. Aveva una mezuzah sulla porta e il Talmud accanto alla Bibbia. Da padre Gregor ho imparato che la gratitudine può diventare servizio e che la gentilezza è spesso la forma più alta di fede.
A plasmare il mio percorso non sono stati soltanto eventi o istituzioni, ma le persone. A cominciare da mio padre. Era il cantore della nostra chiesa ortodossa a Giaffa e un leader rispettato nella comunità cristiana. Mi portava con sé in chiesa ogni domenica mattina, quelle e mattine non erano soltanto rituali religiosi, ma anche lezioni di identità, continuità e appartenenza. Vado ancora in chiesa la domenica. Attraverso mio padre ho imparato l’amore per Dio, il rispetto per la tradizione e la dignità di appartenere a qualcosa di più grande. Poi ci sono i miei nonni, George e Vera. La loro storia iniziò a Giaffa prima del 1948, quando si preparavano a sposarsi e a costruire una vita nella città in cui la nostra famiglia viveva da secoli. Arrivarono la guerra, la paura, la fuga. Ripararono in Libano. Molti avrebbero accettato l’esilio come destino. Invece decisero di tornare a Giaffa e di vivere tra coloro che avrebbero dovuto essere i loro nemici. Grazie a quella scelta coraggiosa, la nostra famiglia ricostruì la propria vita invece di restare intrappolata nell’amarezza e nello sradicamento. Mi hanno insegnato che la speranza è una decisione e che arabi ed ebrei possono essere vicini e amici, non nemici destinati a esserlo. C’è stato ancora il mio insegnante di musica, Avraham Nov. Era un sopravvissuto all’Olocausto che aveva perso la sua famiglia e sopportato orrori oltre ogni immaginazione. Eppure, scelse la vita. Venuto in Israele, costruì una famiglia e si dedicò all’insegnamento della musica ai bambini, inclusi bambini arabi, come me a Giaffa. Infine padre Gregor Pavlovsky. Ebreo, era nato in Polonia. Durante l’Olocausto perse gran parte della sua famiglia e sopravvisse solo perché gli furono forniti documenti falsi di identità cattolica e fu nascosto in istituzioni cattoliche. Dopo la guerra fu cresciuto da suore, entrò nella Chiesa. Arrivò in Israele e servì per decenni a Giaffa. Era il mio vicino, e passavo molti giorni a casa sua. Aveva una mezuzah sulla porta e il Talmud accanto alla Bibbia. Da padre Gregor ho imparato che la gratitudine può diventare servizio e che la gentilezza è spesso la forma più alta di fede.
Com’è accolto il suo lavoro di Inviato speciale di Israele per il mondo cristiano nella comunità arabo-cristiana del Paese? Quali sono le principali aspettative e, se ci sono, le resistenze?
Finora ho percepito, da parte di molte persone, un senso di orgoglio per il fatto che un membro della nostra comunità sia stato incaricato di una responsabilità di questo livello. Per molti cristiani arabi, questa nomina ha anche un valore simbolico: riflette la crescente fiducia, il contributo e la visibilità della nostra comunità nella vita pubblica del Paese. Esiste anche una naturale aspettativa che io rimanga autentico rispetto alle mie origini. Come in ogni comunità, esistono anche voci di esitazione o di critica. È naturale e legittimo. Qualcuno mi disse una volta: se tutti sono d’accordo con te, probabilmente non stai facendo nulla di significativo. Se nessuno è d’accordo con te, probabilmente stai facendo tutto nel modo sbagliato. Ma se alcuni ti sostengono e altri ti mettono in discussione, potresti essere sulla strada di fare qualcosa che conta.
Finora ho percepito, da parte di molte persone, un senso di orgoglio per il fatto che un membro della nostra comunità sia stato incaricato di una responsabilità di questo livello. Per molti cristiani arabi, questa nomina ha anche un valore simbolico: riflette la crescente fiducia, il contributo e la visibilità della nostra comunità nella vita pubblica del Paese. Esiste anche una naturale aspettativa che io rimanga autentico rispetto alle mie origini. Come in ogni comunità, esistono anche voci di esitazione o di critica. È naturale e legittimo. Qualcuno mi disse una volta: se tutti sono d’accordo con te, probabilmente non stai facendo nulla di significativo. Se nessuno è d’accordo con te, probabilmente stai facendo tutto nel modo sbagliato. Ma se alcuni ti sostengono e altri ti mettono in discussione, potresti essere sulla strada di fare qualcosa che conta.
In molti Paesi del Medio Oriente la presenza cristiana è in diminuzione, mentre in Israele mostra segnali di crescita costante. Come sta evolvendo il processo di integrazione?
Da Baghdad a Beirut, da Mosul a Maaloula, comunità cristiane che esistevano da millenni sono state cancellate. Israele è ampiamente riconosciuto come l’unico Paese del Medio Oriente in cui la popolazione cristiana è cresciuta costantemente nell’ultimo secolo. Dalla nascita dello Stato, la popolazione cristiana è passata da circa 34.000 nel 1950 a circa 188.000 oggi. Ciò rappresenta una crescita superiore al 400%. Ma i numeri da soli non raccontano tutta la storia. La questione più importante è se una comunità stia semplicemente sopravvivendo oppure partecipando e contribuendo pienamente. Qui i segnali sono significativi. I cittadini cristiani costituiscono la comunità con il più alto livello di istruzione nel Paese – superiore anche a quello della popolazione ebraica. Più della metà possiede titoli di istruzione superiore e i cristiani sono presenti negli studi di dottorato in misura ben superiore alla loro quota nella popolazione. Si osserva inoltre una forte integrazione nella vita professionale e pubblica: in medicina, diritto, accademia, imprenditoria, tecnologia, diplomazia e nella magistratura. Anche le istituzioni cristiane restano vitali. Chiese, scuole, ospedali e luoghi santi continuano a operare ed espandersi. Il numero di chiese e cappelle è raddoppiato dal 1948, passando da circa 100-150 a oltre 300 oggi.
Da Baghdad a Beirut, da Mosul a Maaloula, comunità cristiane che esistevano da millenni sono state cancellate. Israele è ampiamente riconosciuto come l’unico Paese del Medio Oriente in cui la popolazione cristiana è cresciuta costantemente nell’ultimo secolo. Dalla nascita dello Stato, la popolazione cristiana è passata da circa 34.000 nel 1950 a circa 188.000 oggi. Ciò rappresenta una crescita superiore al 400%. Ma i numeri da soli non raccontano tutta la storia. La questione più importante è se una comunità stia semplicemente sopravvivendo oppure partecipando e contribuendo pienamente. Qui i segnali sono significativi. I cittadini cristiani costituiscono la comunità con il più alto livello di istruzione nel Paese – superiore anche a quello della popolazione ebraica. Più della metà possiede titoli di istruzione superiore e i cristiani sono presenti negli studi di dottorato in misura ben superiore alla loro quota nella popolazione. Si osserva inoltre una forte integrazione nella vita professionale e pubblica: in medicina, diritto, accademia, imprenditoria, tecnologia, diplomazia e nella magistratura. Anche le istituzioni cristiane restano vitali. Chiese, scuole, ospedali e luoghi santi continuano a operare ed espandersi. Il numero di chiese e cappelle è raddoppiato dal 1948, passando da circa 100-150 a oltre 300 oggi.
I leader religiosi cristiani in Terra Santa chiedono più rappresentanza e maggiore interlocuzione con le autorità israeliane. Che tipo di rapporto intende costruire con loro?
Qualsiasi relazione seria tra Israele e il mondo cristiano deve includere un dialogo attento e rispettoso con i leader delle Chiese e delle comunità cristiane. Vedo il mio ruolo anzitutto come un lavoro di ascolto e di costruzione di relazioni. La fiducia non si crea soltanto con dichiarazioni, ma attraverso contatti regolari, sincerità e la disponibilità ad affrontare seriamente le preoccupazioni. Allo stesso tempo, ritengo che si debba passare a un’azione condivisa. Se in Israele i cristiani godono di libertà religiosa, tutele giuridiche e opportunità concrete, in gran parte del Medio Oriente molte comunità cristiane e altre minoranze affrontano incertezza, violenza, declino demografico e pressioni. Salvaguardarne il futuro dovrebbe essere oggetto di una cooperazione concreta. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato pubblicamente della disponibilità di Israele ad assistere le comunità cristiane perseguitate nella regione. Credo inoltre che uno dei ponti più efficaci sia la vita cristiana viva all’interno dello stesso Israele. Le comunità cristiane di Giaffa, Nazareth, Haifa, Gerusalemme possono fungere da punto d’incontro naturale tra Israele e i cristiani di tutto il mondo.
Qualsiasi relazione seria tra Israele e il mondo cristiano deve includere un dialogo attento e rispettoso con i leader delle Chiese e delle comunità cristiane. Vedo il mio ruolo anzitutto come un lavoro di ascolto e di costruzione di relazioni. La fiducia non si crea soltanto con dichiarazioni, ma attraverso contatti regolari, sincerità e la disponibilità ad affrontare seriamente le preoccupazioni. Allo stesso tempo, ritengo che si debba passare a un’azione condivisa. Se in Israele i cristiani godono di libertà religiosa, tutele giuridiche e opportunità concrete, in gran parte del Medio Oriente molte comunità cristiane e altre minoranze affrontano incertezza, violenza, declino demografico e pressioni. Salvaguardarne il futuro dovrebbe essere oggetto di una cooperazione concreta. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato pubblicamente della disponibilità di Israele ad assistere le comunità cristiane perseguitate nella regione. Credo inoltre che uno dei ponti più efficaci sia la vita cristiana viva all’interno dello stesso Israele. Le comunità cristiane di Giaffa, Nazareth, Haifa, Gerusalemme possono fungere da punto d’incontro naturale tra Israele e i cristiani di tutto il mondo.
Qual è oggi, a suo avviso, la principale incomprensione tra Israele e il mondo cristiano, e come intende lavorare per colmarla?
Uno dei principali equivoci tra Israele e il mondo cristiano è che molti vedono Israele attraverso una lente molto ristretta: quella del conflitto e dei titoli di cronaca. Dopo le atrocità del 7 ottobre e la guerra che ne è seguita, è ancora più difficile andare oltre il dolore. Ma quando questo accade, la realtà più profonda rischia di essere trascurata: il legame spirituale duraturo tra il cristianesimo e la Terra Santa, il rapporto profondo sviluppatosi tra ebrei e cristiani. A volte ho l’impressione che i cristiani della Terra Santa siano visti all’estero come se appartenessero soltanto alla storia. Eppure non siamo un relitto del passato. Siamo comunità vive, con radici profonde, chiese attive, scuole, ospedali, opere caritative e un contributo significativo alla società.
Uno dei principali equivoci tra Israele e il mondo cristiano è che molti vedono Israele attraverso una lente molto ristretta: quella del conflitto e dei titoli di cronaca. Dopo le atrocità del 7 ottobre e la guerra che ne è seguita, è ancora più difficile andare oltre il dolore. Ma quando questo accade, la realtà più profonda rischia di essere trascurata: il legame spirituale duraturo tra il cristianesimo e la Terra Santa, il rapporto profondo sviluppatosi tra ebrei e cristiani. A volte ho l’impressione che i cristiani della Terra Santa siano visti all’estero come se appartenessero soltanto alla storia. Eppure non siamo un relitto del passato. Siamo comunità vive, con radici profonde, chiese attive, scuole, ospedali, opere caritative e un contributo significativo alla società.
Nelle ultime settimane si sono verificati episodi che hanno creato tensioni con la comunità cristiana: da un lato le restrizioni al Santo Sepolcro durante la Pasqua, dall’altro la distruzione del crocifisso in Libano da parte di un soldato israeliano.
Si tratta di due situazioni molto diverse, ma condividono un elemento importante: in questa regione i simboli hanno un peso profondo, soprattutto quando toccano la sfera della fede. La distruzione del crocifisso in Libano è stata particolarmente dolorosa. È stata profondamente deplorevole e del tutto inaccettabile. Le autorità hanno agito rapidamente: il soldato è stato sanzionato e sono state adottate misure per riparare il danno. Le restrizioni al Santo Sepolcro durante la Pasqua hanno avuto una natura completamente diversa. Sono scaturite da serie preoccupazioni di sicurezza in un periodo segnato da attacchi missilistici contro Israele. Sono state introdotte misure temporanee di limitazione degli accessi e degli assembramenti in tutta la Città Vecchia, interessando luoghi santi ebraici, musulmani e cristiani allo stesso modo. Tali misure non erano dirette contro i cristiani, ma miravano a proteggere fedeli e visitatori in un momento di pericolo reale. Ritengo che ciò che conta di più sia la capacità delle istituzioni di rispondere seriamente quando emergono criticità.
Si tratta di due situazioni molto diverse, ma condividono un elemento importante: in questa regione i simboli hanno un peso profondo, soprattutto quando toccano la sfera della fede. La distruzione del crocifisso in Libano è stata particolarmente dolorosa. È stata profondamente deplorevole e del tutto inaccettabile. Le autorità hanno agito rapidamente: il soldato è stato sanzionato e sono state adottate misure per riparare il danno. Le restrizioni al Santo Sepolcro durante la Pasqua hanno avuto una natura completamente diversa. Sono scaturite da serie preoccupazioni di sicurezza in un periodo segnato da attacchi missilistici contro Israele. Sono state introdotte misure temporanee di limitazione degli accessi e degli assembramenti in tutta la Città Vecchia, interessando luoghi santi ebraici, musulmani e cristiani allo stesso modo. Tali misure non erano dirette contro i cristiani, ma miravano a proteggere fedeli e visitatori in un momento di pericolo reale. Ritengo che ciò che conta di più sia la capacità delle istituzioni di rispondere seriamente quando emergono criticità.
Lei ha spesso invitato i cittadini arabo-israeliani a superare una narrativa vittimista per conquistare maggiore incisività nella vita del Paese. In concreto, quali percorsi e quali spazi vede per realizzare questo obiettivo?
Quando mi candidai per diventare diplomatico, quasi vent’anni fa, molti mi dissero che era inutile. Dicevano che ero arabo, che non avevo le giuste conoscenze e che avrei dovuto restare avvocato invece di inseguire un sogno improbabile. Ma sono cresciuto con genitori che mi hanno insegnato che, con fede in Dio, fiducia in se stessi e duro lavoro, è possibile molto più di quanto la gente immagini. Così mi candidai. Un anno dopo, ero tra i trenta allievi diplomatici selezionati su oltre 3.000 candidati. Significa forse che non esistono difficoltà per le minoranze in Israele? Certamente no. Significa che la discriminazione non esiste? Assolutamente no. Israele, come molte società, presenta imperfezioni reali e tensioni concrete. Riconoscere le difficoltà è necessario se vogliamo affrontarle con onestà e migliorare la realtà. Ma esiste anche un’altra verità: se una comunità arriva a credere che tutto sia chiuso, truccato e senza speranza, rischia di rinunciare proprio a quella capacità di azione necessaria per progredire. Il mio messaggio è semplice: ogni minoranza si trova di fronte a una scelta: definirsi solo in base agli ostacoli affrontati, oppure anche in base alle opportunità che può creare.
Quando mi candidai per diventare diplomatico, quasi vent’anni fa, molti mi dissero che era inutile. Dicevano che ero arabo, che non avevo le giuste conoscenze e che avrei dovuto restare avvocato invece di inseguire un sogno improbabile. Ma sono cresciuto con genitori che mi hanno insegnato che, con fede in Dio, fiducia in se stessi e duro lavoro, è possibile molto più di quanto la gente immagini. Così mi candidai. Un anno dopo, ero tra i trenta allievi diplomatici selezionati su oltre 3.000 candidati. Significa forse che non esistono difficoltà per le minoranze in Israele? Certamente no. Significa che la discriminazione non esiste? Assolutamente no. Israele, come molte società, presenta imperfezioni reali e tensioni concrete. Riconoscere le difficoltà è necessario se vogliamo affrontarle con onestà e migliorare la realtà. Ma esiste anche un’altra verità: se una comunità arriva a credere che tutto sia chiuso, truccato e senza speranza, rischia di rinunciare proprio a quella capacità di azione necessaria per progredire. Il mio messaggio è semplice: ogni minoranza si trova di fronte a una scelta: definirsi solo in base agli ostacoli affrontati, oppure anche in base alle opportunità che può creare.
Che prospettiva vede oggi per il conflitto israelo-palestinese?
Troppo spesso le discussioni sul conflitto si concentrano quasi esclusivamente su mappe, confini, formule e documenti da firmare. Questi aspetti contano, naturalmente. Ma la questione più profonda è se i popoli di questa regione siano disposti ad accettare la legittimità di chi è diverso. Dirò qualcosa che potrebbe sorprendere, anche se non dovrebbe. L’esistenza di Israele come patria nazionale del popolo ebraico è importante per me, in quanto cristiano arabo, non meno di quanto lo sia per molti israeliani ebrei. Perché? Perché un Medio Oriente che non lascia spazio a uno Stato ebraico è un Medio Oriente che non lascia spazio a nessuno che sia diverso. Quando si accetterà il fatto che gli ebrei sono originari di questa regione e che Israele è qui per restare, e quando gli israeliani potranno essere certi che la pace porterà sicurezza anziché violenza, allora le soluzioni pratiche diventeranno molto più realizzabili. I confini possono essere negoziati. Gli assetti di sicurezza possono essere progettati. La cooperazione economica può essere costruita. Ma la pace inizia quando le persone fanno spazio nei propri cuori a chi è diverso. Senza questo, nessun accordo scritto potrà durare. Con questo, molte possibilità diventano reali.
Troppo spesso le discussioni sul conflitto si concentrano quasi esclusivamente su mappe, confini, formule e documenti da firmare. Questi aspetti contano, naturalmente. Ma la questione più profonda è se i popoli di questa regione siano disposti ad accettare la legittimità di chi è diverso. Dirò qualcosa che potrebbe sorprendere, anche se non dovrebbe. L’esistenza di Israele come patria nazionale del popolo ebraico è importante per me, in quanto cristiano arabo, non meno di quanto lo sia per molti israeliani ebrei. Perché? Perché un Medio Oriente che non lascia spazio a uno Stato ebraico è un Medio Oriente che non lascia spazio a nessuno che sia diverso. Quando si accetterà il fatto che gli ebrei sono originari di questa regione e che Israele è qui per restare, e quando gli israeliani potranno essere certi che la pace porterà sicurezza anziché violenza, allora le soluzioni pratiche diventeranno molto più realizzabili. I confini possono essere negoziati. Gli assetti di sicurezza possono essere progettati. La cooperazione economica può essere costruita. Ma la pace inizia quando le persone fanno spazio nei propri cuori a chi è diverso. Senza questo, nessun accordo scritto potrà durare. Con questo, molte possibilità diventano reali.

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