L'illusione dei conti in ordine quando la crescita non basta più

Gli indicatori tengono, ma i salari bassi, il debito elevato e il lavoro fragile sono rivelatori di un Paese fermo e senza una vera strategia. Così il declino diventa strutturale
April 25, 2026
L'illusione dei conti in ordine quando la crescita non basta più
I numeri sono freddi e forse anche per questo l’economia viene chiamata la “scienza triste”. Ma dietro molti di quei numeri c’è la rappresentazione concreta della vita delle persone. Le ultime letture di Eurostat ci restituiscono un quadro che, a prima vista, potrebbe apparire rassicurante. La crescita dell’Eurozona ha tenuto, chiudendo il 2025 all’1,5% dopo lo 0,9% dell’anno precedente. Il deficit medio dell’area euro è sceso al 2,9% del Pil, dal 3% del 2024. L’inflazione, dopo il minimo di gennaio all’1,7%, è risalita al 2,6% di marzo, ma resta, almeno per ora, dentro un perimetro gestibile, pur guardando con preoccupazione a quanto accade nel Golfo Persico, dove la guerra con l’Iran ha già fatto salire il prezzo del petrolio e del gas a livelli che pensavamo di esserci lasciati alle spalle.  L’Europa, nel suo complesso, continua a muoversi dentro un equilibrio fragile. Da un lato, la necessità di mantenere i conti pubblici sotto controllo, nel solco delle regole comuni e della sostenibilità del debito. Dall’altro, l’urgenza di sostenere investimenti che non sono più rinviabili, come transizione energetica, infrastrutture digitali, difesa comune, innovazione industriale. Esigenze in tensione tra loro, che possono convivere solo dentro una visione.
Per l’Italia questa tensione è ancora più evidente. I dati Eurostat raccontano un Paese che resiste, ma che fatica a riprendere uno slancio; deficit al 3,1%, debito che sale al 137,1% del Pil, secondo solo a quello greco, e una crescita reale ferma allo 0,5%. Mentre il dibattito pubblico si concentra sulle cifre, annuali rischiamo di perdere di vista la traiettoria di lungo periodo che ci racconta cosa rappresentano davvero quelle cifre. La nostra economia cresce, quando va bene, molto poco da troppi anni. Questo è un problema democratico, non un problema contabile. Quando la ricchezza aumenta lentamente, infatti, diventa più difficile finanziare il welfare, garantire servizi pubblici di qualità, sostenere l’uguaglianza delle opportunità. I numeri, di nuovo, parlano da soli. Secondo i dati Eurostat riferiti al 2024 lo stipendio medio in Italia è poco meno di 25mila euro, mentre in Germania poco meno di 40mila euro, e la media Ue è anche molto superiore all’Italia, arrivando quasi a 30mila. Disuguaglianze che si aggravano anche per effetto di scelte o di mancate scelte.
Quello che sta accadendo è la perdita di centralità del lavoro come fonte principale di reddito e contribuzione. Specialmente per i giovani e nel Mezzogiorno, anche quando c’è, non riesce a garantire una vita dignitosa proprio per via di stipendi troppo bassi. Non consente a una giovane coppia di accedere a un mutuo per comprarsi una casa. L’Eurostat riporta che oggi, in Italia, oltre un lavoratore su dieci è a rischio povertà, nonostante lavori. La fragilità del lavoro rischia di incrinare tutto il meccanismo che tiene in piedi lo Stato sociale e il nostro stile di vita.
In questo contesto, la politica è impegnata, come è accaduto recentemente con i diversi decreti per ridurre le accise dei carburanti, a inseguire l’emergenza invece di governare il cambiamento. Misure inevitabili, forse, ma con questo orizzonte la politica mostra di non aver alcuna visione.  Serve uno scatto nel modo di pensare il rapporto tra economia e società. L’Europa non può limitarsi a essere il luogo delle regole. Deve tornare a essere il luogo delle scelte. Bisogna costruire strumenti comuni per affrontare sfide che nessuno Stato può sostenere da solo. Dobbiamo indirizzare le nostre economie verso una crescita che redistribuisce e non che si limita ad accumulare. Per l’Italia questo significa investire sul lavoro stabile, qualificato, capace di creare valore, non come costo da comprimere, ma come fondamento della Repubblica. Rafforzare il sistema educativo e formativo. Semplificare e facilitare le attività economiche, perché la produttività non si impone per decreto, ma si costruisce nel tempo. Rendere il fisco più equo e semplice, perché senza fiducia non esiste sviluppo duraturo. Per uscire dall’emergenza servono idee che abbiano orizzonti di legislatura. Non possiamo limitarci a gestire i vincoli. Dobbiamo contribuire a riscriverli, dentro una visione europea che tenga insieme stabilità e crescita, rigore e giustizia. Perché senza questa sintesi, il rischio è quello di una lenta erosione: dei conti pubblici, certo, ma prima ancora della coesione sociale. I numeri, alla fine, non mentono. Ma possono essere letti in modi diversi. Possono essere usati per rassicurare o per capire. Per giustificare l’esistente o per cambiarlo. Sta alla politica scegliere.

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