In Ucraina e Medio Oriente si sta testando la guerra del futuro

Droni, algoritmi, reti e dominio dei dati stanno ridefinendo le strategie militari. Ciò a cui stiamo assistendo è un'anticipazione dei conflitti di domani, sempre più ibridi, veloci e multidominio
April 25, 2026
In Ucraina e Medio Oriente si sta testando la guerra del futuro
Un dipendente dell'azienda ucraina SkyFall effettua un volo di prova con un drone intercettore P1-Sun in una località non specificata in Ucraina/ ANSA
Siamo nell’era dell’interconnessione meta-sistemica di reti digitali vieppiù sofisticate, ingemmate di potenzialità predittivo-sintetiche e di una fusione ultrarapida di dati multisensoriali. Un mix in cui imperano matrici di sincronizzazione algoritmiche, informativo-sensorial-armigere, apparentemente capaci di penetrare le incognite di battaglie tornate ad essere convenzionali, a-lineari nell’altalenanza plurifase e ibride nel ricorrere a mezzi militari, diplomatici, economici e d’influenza. È cogente l’impiego di tecnologie asservite allo spazio di manovra, come il sistema Delta ucraino, e per integrare la gestione dei sensori, e per convogliare le informazioni, dalle fasi di direzione, raccolta, elaborazione e disseminazione dell’intelligence alla ritrasmissione dei dati decisionali. Ricalcando il pulsare economico-sociale, lo sviluppo di strutture militari reticolari è metronomo della trasformazione in fieri dei sistemi di comando e controllo, sinergici nel delineare un continuum fra sensori e armi da privilegiare. Vi concorrono attività sincroniche plurime, spaziali, cibernetiche, aeree, navali e terrestri. Progetti cui lavorano i colossi dell’industria della difesa d’oltreatlantico, ma che accomunano molte altre potenze.
Israele stesso ha più di un programma: uno per la quinta generazione dell’ordito di digitalizzazione delle forze di sicurezza (Tzayad) e uno per la protezione delle frontiere (Mars), forte degli ammaestramenti del recente triennio di guerra. Anche la Nato ha una strategia multidominio, affidata nel 2023 al Comando per la trasformazione. Reti blindate, sicure e proprietarie garantiscono già una disseminazione capillare di dati poliacquisiti, preludio a un combattimento concomitante, armi in pugno all’uomo e spade-scudi che crescono in autonomizzazione. Camaleontica nelle declinazioni di quinta generazione, la guerra evolve ma conserva immutati tratti e volto truci, inquietanti in nuce per l’ipervelocita postmoderna dei cicli di intelligence-pianificazione, ricognizione acquisitiva dei target, discriminazione algoritmica fra obiettivi più o meno prioritari e fusione simultanea del belligerare, già poli-dominio nell’investire il dispositivo nemico a contatto, nelle retrovie immediate e in profondità. Sale un monito dalle macerie mediorientali per la tempestività, talvolta incongrua, di soluzioni algoritmiche multitarget, con raid meno ponderati che in passato, in barba alla precisione terminale di missili e bombe.
La rivoluzione in itinere negli affari militari, partita nell’America statunitense di inizio millennio e galvanizzata dalle chimere taumaturgiche delle interfacce uomo-macchina, dell’auto apprendimento robotico, dei modelli predittivi e dai nuovi macromodelli info-linguistici accresce la vulnerabilità sistemica all’inganno-inquinamento-compromissione dei database, compresi quelli addestranti gli automatismi algoritmici, innescando una corsa reattiva alla deception: all’artifizio-camuffamento tipici di ogni conflitto ed epoca, affinabili con l’hi-tech o con mezzi inducenti all’errore, piegabile a proprio vantaggio perché smascherante l’antianomia fra potere distruttivo e principi di diritto bellico consuetudinar-pattizi. Tornata alla ribalta con la tragedia ucraina, è riemersa come fiume carsico pure la guerra industriale di massa, con la centralità imperante di catene di fornitura robuste, di retrovie solide e di riserve strategiche di semiconduttori, materie prime critiche e armi.
La dronizzazione dei domini operativi dello spazio di battaglia classico, inedita per qualità e quantità, tende alla compressione dei cicli di sviluppo-produzione, obsolescenza e introduzione di succedanei innovanti, eludenti le contromisure nemiche, in una simbiosi intercomunicante fra terreno e aziende belliche. Modulari in concezione, producibili a iosa grazie al costo contenuto e rapidi nella manifattura, i droni si apprestano a combattere in pluri-sciami, guidabili da un singolo soldato, coordinati da sistemi algoritmici e reti neurali. La startup ucraina Swarmer ha già animato un software, integrato in circuiti pluridrone volanti: l’obiettivo dichiarato è tendere verso un’interazione molteplice aria-terra, con centinaia di sistemi non pilotati eclettici e interoperanti. Come spirale vorticosa, si stanno impennando gli investimenti nella lotta antidrone, il cui mercato crescerà da un valore attuale di poco inferiore a 5 miliardi di dollari a 30-40 stimati fra un decennio, alla ricerca di sempre maggiore economicità, nuovi sensori, sciami di droni intercettori di droni, armi ad energia diretta, apparecchiature per la guerra elettronica e difese a corto raggio, attingendo in molto dal modus operandi ucraino.
Armi sacrificabili ab initio e mezzi irrinunciabili, perché a conduzione umana o più alti in gamma, combatteranno mano nella mano e il futuro prossimo parla di piattaforme semiautonome ancillari, gregarie a quelle in mano all’uomo, come i cacciabombardieri classici di quinta e sesta generazione e i sistemi di combattimento collaborativo. Ne spicca già uno: il Fury semiautonomo, cui lavora con test promettenti la statunitense Anduril, una delle tante corse al capezzale del potere aereo smarrito nei cieli di Taiwan ed est-europei. A un concetto simile tendono tutte le maggiori potenze, in Europa e in Asia: lo conferma il programma sudcoreano per il sistema di combattimento aereo futuro, fusione di sensori avanzati, collegamenti dati satellitari, elaborazione tattica algoritmica, reti software ed armi ad energia diretta. Si conferma l’attuale epoca di missili di teatro, balistici convenzionali, ipersonici e da crociera: la Germania e il Regno Unito puntano ad esempio a sviluppare una categoria di cruise a lungo raggio, classici e ipersonici. Altrettanto fiorente è il mercato degli intercettori anti-ipersonici e antimissilistici, prossimo a triplicare in valore e, se un dirigente di un’azienda bellica israeliana ha qualificato come “prima guerra digitale” l’ultima ad esser stata combattuta contro Hamas, le due fiammate belliche anti-iraniane del biennio corrente hanno confermato la centralità strategica del fuoco ciber-elettronico in apertura di raid: nelle prime ore di guerra, i sistemi di avvistamento, scoperta, allerta e comando e controllo iraniani sono stati accecati.
Tutte le maggiori potenze mondiali, Usa e Cina in testa, stanno attrezzandosi, in difesa e in attacco, per gestire e dominare gli spettri elettromagnetico, cibernetico e spaziale, imprescindibili per l’impiego sinergico e sincronizzato degli assetti chiave, in battaglia e in patria. Si staglia all’orizzonte una competizione per le orbite cislunari, strategiche sotto più profili e foriere di un’arsenalizzazione, se non disciplinate. Si affinano armi controspaziali ed omologhe digitali, sia offensive, per isolare le forze nemiche, sia difensive, per preservare la superiorità informativa, integrando sempre più le tante potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale e, presto, dalla quantistica, nella concezione di sistemi incisivi per affondare e parare i colpi, e individuare falle, sfruttandole o emendandole. Le reti abbracciano tutto il teatro operativo, innervando funzioni vitali; permettono una condivisione olistica di informazioni sulle forze amiche e nemiche; coinvolgono ogni livello ordinativo e accomunano molte armi.
Esaltano il principio di modularità come summa di personale, mezzi e sistemi capaci di agire unitariamente ed autonomamente. I mutamenti tattici del campo di battaglia ucraino, con la trasparenza garantita dalla pervasività dronistica e multisensoriale, hanno comportato un’evoluzione simmetrica dell’agire, distribuito, più agile e furtivo delle fanterie, organizzate in difesa in microgruppi, su postazioni ben mimetizzate e frastagliate, intervallate fra loro da centinaia di metri. Anche in attacco, le operazioni offensive prevedono in genere infiltrazioni di piccole squadre di fanteria, su veicoli leggeri, mobili, perché concentrazione e manovra si sono fatte proibitive, da ultimo per la presenza di droni muniti di cavi in fibra ottica, eludenti misure di guerra elettronica e di disturbo dei segnali radio. Una sfida integrata in tutti i programmi di aggiornamento protettivo dei mezzi e nei futuri sistemi di contrasto.

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