«La Resistenza fu fenomeno di popolo. I caduti di Salò? No a nostalgie del fascismo»
di Diego Motta
Lo storico Pezzino: «Senza il 25 Aprile, il 2 giugno la Repubblica non avrebbe vinto. L'insurrezione mise insieme mondi diversi, dai comunisti che furono la parte più attiva, a liberali, cattolici, azionisti. E le donne ebbero un ruolo cruciale, non solo come staffette»

Alla Bolognina c’è un enorme murale, che raffigura la partigiana Edera De Giovanni. «Venne arrestata, torturata e fucilata. Aveva solo 19 anni, faceva la mugnaia. Solo in provincia di Bologna, le partigiane cadute sono state 128» ricorda il professor Paolo Pezzino, già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Pisa e dal 2018 al 2024 presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. Pezzino cita i nomi di tante donne, a memoria, dopo averle raccontate nel libro edito dal Mulino “Andare per i luoghi della Resistenza”. «Figure come Vera Vassalle, Anna Maria Enriques Agnoletti, Carla Capponi, tutte donne insignite della medaglia d’oro al valor militare. Alcune erano studentesse, altre maestre, altre ancora intellettuali. Diverse ragazze erano di famiglia più umile, figlie di operai e di contadini. Furono davvero il segnale della Resistenza come lotta di popolo, come fenomeno di tutti, come opposizione corale al nazifascismo». Il 25 Aprile 2026, sarà anche un tributo al mondo femminile, 80 anni dopo la partecipazione al voto delle donne per la scelta tra Monarchia e Repubblica. «Senza la Resistenza e senza il 25 Aprile, il 2 giugno la Repubblica non avrebbe vinto» spiega il professor Pezzino.
Perché?
Perché la vittoria della Repubblica avvenne dove più lunga fu la guerra di liberazione, in particolare nei territori del Centro-Nord: lì ottenne oltre il 54% dei voti. Al Sud, dove gli Alleati cacciarono prima gli occupanti, vinse invece la Monarchia.
In che senso la Resistenza fu lotta unitaria di popolo?
L’insurrezione che si registrò nel Paese dall’8 settembre 1943 riuscì a mettere insieme mondi diversi. C’erano senza dubbio i comunisti, la parte più attiva, ma anche gli altri mondi erano ben rappresentati: liberali, cattolici, azionisti. Tanti sacerdoti pagarono con la vita la loro scelta di stare a fianco delle loro comunità fino alla fine. La presenza stessa del presidente Mattarella a San Severino Marche oggi ne è un pieno riconoscimento. Certo, poi, ci furono tanti volti di resistenti: chi prese le armi, chi eroicamente nascose i partigiani, chi diede un tetto, chi garantì assistenza in modo pacifico. Ma il 6 maggio a Milano sfilarono tutti, compreso il generale Cadorna.
Secondo alcune interpretazioni, l’antifascismo divenne per molti un sentimento condiviso, in quella fase, per ragioni di opportunismo. È d’accordo?
Lo choc morale dell’8 settembre ci fu: tanti videro cos’era successo e cambiarono idea. Anche le sconfitte subite sul campo rappresentarono un elemento di chiarificazione per gli stessi fascisti. Certo, ci furono partigiani dell’ultima ora e nei mesi precedenti la Liberazione si assistette a un intensificarsi della propaganda antifascista. Ma se ancora oggi, a livello storiografico, scopriamo sempre storie nuove di eroi che si opposero alla dittatura, è perché nel suo complesso la Resistenza toccò le vite di tutti.
Per le donne, di cui quest’anno celebriamo gli 80 anni dal primo voto, possiamo dire che quel periodo fu l’inizio delle battaglie per l’emancipazione sociale?
Se consideriamo le bande armate, la figura del partigiano maschio fu preponderante. Lo fu per due motivi: si pensava che la guerra fosse riservata ai soli uomini e questo, di conseguenza, provocava nei confronti delle donne partigiane un forte pregiudizio, che paradossalmente le stesse donne scontarono dopo la fine del conflitto. Chi aveva partecipato alla rivolta si trovò a dover difendere i mesi di libertà di cui aveva goduto, molte si ritirarono a vita privata, poche parteciparono ai lavori della Costituente.
Quanto durò quella “damnatio memoriae”?
Ci sono voluti decenni, anche per uscire dall’iconografia prevalente di quella fase storica, che ritraeva il partigiano maschio combattente, fiero delle proprie armi. Con l’inizio del secolo, si è avuta una sensibilità maggiore: le donne non erano più solo le staffette, peraltro preziosissime perché permettevano alle bande partigiane isolate di comunicare con i comitati di liberazione delle città. Portavano armi, volantini, comunicati. Furono commissarie politiche e punti di riferimento sul territorio.
Perché il 25 Aprile oggi non è ancora un momento unificante? Cosa pensa delle parole del presidente del Senato Ignazio La Russa, che ha detto che è giusto commemorare anche i caduti della Repubblica di Salò?
Non si può celebrare la Resistenza se si è nostalgici del fascismo. È come se in Germania oggi celebrassero contemporaneamente i giovani della Rosa Bianca che si opposero al Fuhrer e i morti delle Ss sul fronte orientale. Se lo immagina? Per il resto, detto che la pietà umana è per tutti, i caduti della Rsi non erano tutti giovani e ingenui: vi si trovavano fascisti della prima ora, reduci, razzisti. In loro non ci fu vero amor di patria, perché di fatto il destino dell’Italia era segnato. Prevedeva la cessione finale della nostra sovranità alla Germania.
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