Il degrado, la speranza: il nostro viaggio a Mantova, nel quartiere dei 5 Continenti
di Marco Birolini, inviato a Castiglione delle Stiviere (Mantova)
A Castiglione delle Stiviere c'è un quartiere che vuol dire basta a rifiuti, subaffitti e perdite fognarie. Un residente: «La colpa è nostra». Il nuovo comitato ha organizzato una giornata per ripulire l’area. Il sindaco Volpi: «Buon segnale»

Appena costruito, 60 anni fa, quello dei 5 Continenti era un quartiere modello, un’oasi verde a poche centinaia di metri dal centro storico di Castiglione delle Stiviere, florido borgo adagiato tra le morbide colline moreniche del Basso Garda. Visto da vicino adesso, invece, sembra un mondo a parte. Cumuli di spazzatura a ogni angolo, garage sbarrati per scongiurare bivacchi e spaccio, aiuole disseminate di bottiglie rotte che rendono l’area un campo minato per i bambini. E ancora, strade interne piene di crateri allagati dall’ultima pioggia. Viene da chiedersi come sia possibile per un migliaio di persone - indiani, pakistani, africani, pochissimi italiani ormai - vivere così, dentro una parentesi di miseria piantata nel cuore del ricco Nord Est, che sembra voltarsi dall’altra parte pur di non fare i conti con questo degrado. Ishtiaq Ahmed, pakistano, esce dalla sua palazzina scavalcando un rivolo maleodorante. Per non sporcarsi le scarpe, i residenti hanno improvvisato una sorta di ponticello di legno. «È così da quasi un anno - sospira Ahmed - abbiamo chiamato il Comune, ma ci rispondono che è un’area privata, e che non possono farci nulla….». Ecco il punto. Le zone comuni non sono pubbliche, appartengono ai 15 condomini. Sono di tutti e dunque di nessuno. Manutenzione inesistente e senso civico ai minimi termini hanno trasformato i 5 Continenti in un luogo da evitare. «I nostri figli si vergognano quando a scuola gli chiedono dove abitano…» si sfoga un residente.
Eppure nei primi anni ’60 la storia era iniziata in modo ben diverso. I primi caseggiati furono voluti dalla famiglia Barzetti, che aveva avviato un grande dolcificio. I primi 300 residenti arrivarono dal sud: operai con le loro famiglie, all’inseguimento del miracolo economico italiano. In realtà si rivelò un miraggio che svanì presto. «La chiusura della fabbrica portò a un abbandono progressivo del quartiere: gli affitti e i prezzi si abbassarono e iniziarono ad arrivare personaggi poco raccomandabili - racconta il sindaco di centrodestra Ezio Volpi -. Nel punto più basso, 10 anni fa, un appartamento di 80 metri quadri veniva venduto a 10mila euro, quando in zona il prezzo medio supera abbondantemente i 200 mila. La rotazione di inquilini, più o meno regolari, ha fatto il resto. La situazione è precipitata in fretta: i 5 Continenti sono stati a lungo un posto dove si aveva paura ad entrare, con i pusher che la facevano da padrone». Abdelmajid El Haitar è il presidente del comitato di residenti formato nel novembre scorso. Racconta che «la droga la trovavi qui nel piazzale, a ogni ora. La vendevano come se si trattasse di pomodori…» Adesso le cose sono cambiate: la pressione delle forze dell’ordine ha disperso il grosso della microcriminalità. Resta il degrado, che ormai ha attecchito anche negli animi.

«Se viviamo in queste condizioni là colpa è nostra - ammette Hassan Belfinche, 50enne marocchino che vive ai 5 Continenti da un quarto di secolo - a nessuno importa del quartiere. E a farne le spese sono soprattutto i giovani e i bambini. Per loro qui non c’è nulla, rischiano di tagliasi correndo nell’erba. Mia figlia, nata qui, l’ho sempre portata a giocare al parco». Belfinche è il segretario del comitato: insieme agli altri membri ha deciso che è ora di fermare la deriva. Per passare dalle parole ai fatti è stata organizzata una raccolta rifiuti cui hanno partecipato più di 70 persone, tra cui molti giovani. Hanno setacciato l’erba, riempito decine di sacchi neri. E poi hanno conferito l’immondizia alla municipalizzata. «C’è stata una mobilitazione generale, da ogni palazzina sono uscite persone per dare una mano» racconta soddisfatto Franco Tiana, memoria storica del quartiere. Un’iniziativa non solo simbolica, da cui ripartire per ripulire il quartiere. Il prossimo passo, più difficile, consisterà nel mantenere i buoni propositi. «Porteremo dei piccoli cassonetti davanti a ogni palazzina - spiega il sindaco Volpi - per favorire la raccolta differenziata. Solo i residenti avranno la chiave. Intanto vigileremo sui furbi che vengono a scaricare qui ogni sorta di materiale. Ogni settimana i nostri operatori portano via almeno 50 chili di scarti abbandonati». Come denuncia Ahmed, «c’è gente che arriva e getta di tutto, persino lavatrici e vecchie cucine. Ma ci sono anche alcuni ristoranti della zona, soprattutto cinesi, che si disfano degli avanzi buttandoli davanti alle nostre case».

L’andazzo è in parte già ripreso: qualche cumulo è riapparso, anche se in modo più contenuto. Ma il seme è stato gettato. L’obiettivo è uscire dal clima di far west dialogando con il Comune. C’è da contrastare anche il business dei subaffitti, che prospera negli scantinati riciclati in dormitori per disperati. «Qualcuno 30 anni fa ha pensato bene di concedere l’ingrandimento dei lucernari, rendendo agibili questi locali. Risultato: c’è chi affitta 30 metri quadri a una decina di persone, al prezzo di 200 euro al mese». Si specula sulla pelle degli ultimi, come sempre accade nelle guerre tra poveri. Per consentire un maggior presidio della zona, però, si pensa all’acquisizione pubblica delle aree comuni. Dopo un paio di progetti di rigenerazione partoriti da Regione e Comune e rimasti su carta negli anni scorsi, questa è la via tracciata da Volpi. «Il problema è che si dovrà procedere con gli espropri. Ma rintracciare tutti proprietari è impresa proibitiva. C’è chi subaffitta magari dal Bangladesh e non si fa vedere da anni. Salvo poi magari rispuntare e bloccare tutto l’iter con un ricorso amministrativo». Guai però sperare nella bacchetta magica. Il cambiamento sarà lento e faticoso. «Il dialogo con gli abitanti è l’unica strada da percorrere. Non esistono soluzioni rapide, tantomeno drastiche. Perché ricordiamoci che parliamo di tante famiglie che non possono certo finire a dormire sotto un ponte. Stanno arrivando segnali positivi, c’è voglia di collaborare. Soprattutto da parte dei giovani: è più facile parlare con le seconde e terze generazioni che con i loro genitori». In tempi segnati dal disagio giovanile, è già un buon inizio.
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