Quei ragazzi del ’25 che fecero la liberazione insieme ai preti
di Fulvio Fulvi
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarà oggi a San Severino Marche, cittadina insignita della Medaglia d’Oro per la Resistenza, che pagò il suo impegno con cento morti. Ecco tutta la storia

Alle ore 17 di sabato primo luglio 1944, anticipando di un giorno i soldati polacchi diretti ad Ancona, i partigiani del “Battaglione Mario” entrarono con le armi a San Severino Marche liberando la città: gli ultimi nazisti erano stati scacciati appena un’ora prima dalle montagne e fuggivano verso il Nord mentre dei repubblichini rimasti ormai non c’era più traccia. La popolazione, proveniente anche dalle campagne, si riversò in massa nella grande piazza rinascimentale per abbracciarsi, piangere di gioia e fare festa fino alla mattina del giorno seguente. Sul balcone del Municipio, accanto alle bandiere italiana, americana, inglese, sovietica e jugoslava che aveva chiesto di far sventolare per l’occasione, il comandante del gruppo partigiano, l’istriano Mario Depangher, attorniato dai membri del locale Cln, prese la parola e improvvisò un discorso. «Ora posso piangere pensando ai caduti, a tutti i caduti, all’angelico parroco di Braccano, alle donne innocenti, ai contadini martiri della loro eroica ospitalità, ai sei “ragazzi” del ’25 trucidati sul ponte di Chigiano, ai “soci” caduti in combattimento che certamente oggi mi sorridono come nei giorni in cui vivevamo insieme, e penso anche alle doloranti famiglie dei caduti avversari» scrisse Depangher – nominato sindaco in attesa delle elezioni – nel diario delle azioni militari compiute. San Severino Marche – che oggi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella per le celebrazioni dell’81° anniversario della Liberazione – era liberata, e poco dopo lo furono, dalle forze alleate, anche Matelica e gli altri centri intorno al Monte San Vicino e a Valdiola, i principali teatri di una sanguinosa lotta dei patrioti contro i nazifascisti. Tra quei boschi vi furono scontri a fuoco, incursioni, rastrellamenti, agguati, fucilazioni di inermi cittadini e un efferato eccidio ad opera delle Ss. Fra il 1° ottobre del ’43 e quel 1° luglio del ’44 nel territorio del Comune marchigiano, insignito nel 2022 della Medaglia d’Oro al valor civile per la Resistenza, si contarono oltre cento vittime: 15 civili, 34 partigiani, 16 militi fascisti, 60 soldati germanici. Ma è solo una parte dell’ampio tributo di sangue versato per la libertà nell’Alto Maceratese dove fu spesso determinante il ruolo di sacerdoti come don Enrico Pocognoni, curato di Braccano, frazione di Matelica, arrestato «per collusione con le bande» che aiutava con cibo, abiti e medicine e nascondeva in canonica. Agli aguzzini non fece nomi e venne rilasciato per l’intervento del vescovo, Luigi Maria Ermini. Il 24 marzo del ’44, durante un rastrellamento, mentre cercava di portare in salvo alcuni uomini del paese, il parroco venne catturato dai fascisti che lo insultarono e lo percossero a sangue. Lo costrinsero a togliersi le scarpe e a camminare nell’acqua fredda di un torrente, poi lo colpirono alle spalle con raffiche di mitra. Sarà un ufficiale della Wermacht a dargli il colpo di grazia con una pallottola nella nuca. Don Enrico aveva 42 anni. Al suo assassinio seguì un eccidio nel quale furono trucidati sei civili.
Don Lino Ciarlantini, prete a Gaglianvecchio di San Severino, dove si trovava il quartier generale del capo partigiano Enrico Mattei, era il cappellano del “Battaglione Mario” e veniva spesso inviato a compiere delicate missioni per reperire risorse e informazioni. Assisteva spiritualmente i combattenti e li nascondeva in luoghi sicuri, con l’aiuto dei contadini. Don Nicola Rilli, giovane viceparroco nel vicino Comune di Serrapetrona aveva costituito e comandava una piccola brigata di militari fuggiti da Macerata a seguito dell’occupazione tedesca: dopo qualche tempo tutti si aggregarono al “Mario”, compagine multietnica di oltre 200 combattenti. C’erano anche donne, tra cui le sorelle Serracchiani che portavano armi e messaggi fatti pervenire da Mattei o dal comando di Ancona. L’ufficiale medico Mosè Di Segni, padre di Riccardo, attuale rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, dirigeva il servizio sanitario clandestino del battaglione: era scappato con la famiglia dalla Capitale occupata dai tedeschi e arrivò a Serripola di San Severino il 26 settembre del ’43: vi rimase nascosto per nove mesi fino alla Liberazione. Curò i partigiani feriti, organizzò infermerie in casolari sperduti, assistette i contadini e i bambini malati del paese. E partecipò a battaglie. «Durante l’infuriare di un combattimento, assunto il comando di un gruppo di valorosi, benché ferito, li trascinava con slancio al contrattacco del nemico che tentava l’avvolgimento, mutando in vittoria le sorti della giornata» è scritto nella motivazione della Medaglia d’argento al valor militare che gli fu assegnata dal presidente della Repubblica nel ’48. In quei mesi terribili, due figli dell’ebreo Mosé Di Segni, Elio e Frida, giocavano nel cortile di casa con il piccolo Edoardo Menichelli, futuro arcivescovo di Ancona e cardinale. Lui sapeva che con quei bambini si poteva stare, ma senza chiedere mai chi fossero né da dove venissero.
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