La rivolta dei medici di base contro la riforma: «Vogliono distruggere la nostra professione»
Dipendenti pubblici, su base volontaria, e il perno della medicina generale spostato sulle Case di Comunità: questi alcuni dei contenuti della bozza della riforma di Schillaci che hanno sollevato la protesta dei sindacati

Medico condotto, di base, di famiglia, medico di medicina generale e di prossimità: la varietà delle definizioni che questa figura ha assunto nel tempo danno idea di come, forse più di qualsiasi altra categoria sanitaria, questo profilo professionale si sia sempre evoluto in stretta relazione con le trasformazioni della società che doveva servire. Oggi il “camice bianco” da sempre più vicino alle comunità potrebbe cambiare nuovamente profilo, passando da medico convenzionato – ossia libero professionista in regime di convenzione con le Asl – a medico “dipendente” o “d’azienda”, come l’hanno definito alcuni sindacati in reazione alla bozza di un decreto destinato a rivoluzionare la medicina territoriale entro il mese di maggio, presentata ieri alle Regioni dal ministro della Salute, Orazio Schillaci. L’obiettivo dichiarato è trasformare il medico di base da libero professionista convenzionato in un dipendente del Servizio sanitario nazionale, seppur su base volontaria, ossia una «componente stabile del modello organizzativo» delle Case di Comunità: le strutture multidisciplinari finanziate dal Pnrr che dovrebbero diventare pienamente operative entro giugno 2026, sebbene al 31 dicembre 2025 erano solo 781 le strutture con almeno un servizio e 66 le strutture pienamente operative, a fronte delle circa 1.715 programmate. La riforma cambierebbe anche la remunerazione: non più legata esclusivamente al numero di assistiti, ma basata sulla partecipazione alla rete territoriale e sulla presa in carico dei pazienti più fragili e cronici. Schillaci punta così a trasformare la medicina generale in una specializzazione ad hoc, pagata alla stregua di altre più blasonate e attrattive, a fronte di un vuoto di oltre 5.700 Mmg.
Il piano, però, ha innescato una reazione a catena di critiche e perplessità, a partire dai sindacati di categoria, che hanno chiesto anche l’intervento della presidente del Consiglio. La maggior parte ha lamentato la mancanza di coinvolgimento degli interessati. Per Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, la riforma è «inefficace, inutile e dannosa», soprattutto perché il professionista diventa un «medico dell’azienda», spinto dunque a tutelare gli interessi di questa. «I medici di famiglia ci sono già – ha continuato – e possono sin da oggi entrare nelle Case di comunità perché hanno debiti orari». Ancora più dura la posizione della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, che parla di un provvedimento «inattuabile e pericoloso per i pazienti». Il sindacato segnala infatti un paradosso: il decreto subordina l’accesso alla dipendenza alla specializzazione in medicina generale, ma per anni i percorsi formativi esistenti sono stati incompatibili con tale titolo. Questo escluderebbe un’intera generazione di medici già in attività. Il rischio, secondo la Fimmg, è inoltre quello di un abbandono di massa della medicina territoriale, specialmente nelle zone già più in sofferenza, dove il sistema oggi è retto anche da molti giovani, frequentanti il corso di formazione specifica o che lo hanno appena concluso, che potrebbero preferire altre carriere piuttosto che «restare in un sistema senza prospettive strutturate». Anche il Sindacato nazionale autonomo medici italiani – favorevole a un sistema che preveda il doppio canale organizzativo – esprime perplessità sulla dipendenza, dato che non esiste un percorso specialistico già spendibile. Da Snami dubbi anche sui medici convenzionati ancora lontani dalla pensione, che dovrebbero chiudere studi professionali costruiti negli anni, con il rischio concreto di aumentare ulteriormente la carenza. «Più utile e praticabile, in questa fase – ragiona Pasquale Orlando, segretario nazionale Snami – sarebbe invece valorizzare una contrattualizzazione come la specialistica ambulatoriale». Nel frattempo, i medici ospedalieri rappresentati dalla Federazione Cimo-Fesmed temono che, con l’ingresso dei medici di base nel regime di dipendenza, «risorse già oggi insufficienti verrebbero ulteriormente frammentate, innescando una competizione diretta tra professionisti che svolgono funzioni profondamente diverse», spiega Guido Quici, presidente Cimo-Fesmed. Per il sindacato, inoltre, la riforma rischia di peggiorare l’assistenza, perché prevede una sola Casa ogni 175 chilometri quadrati.
Tra le varie criticità sollevate, solo l’Unione generale del lavoro, infine, accoglie con favore le linee guida ritenendo il modello necessario per evitare che le Case di Comunità restino «scatole vuote». Si dichiara disponibile a discutere della dipendenza anche il Sindacato dei medici italiani, seppur con molte riserve. Quel che però è già chiaro da tutte queste rimostranze è che, nonostante per Schillaci l’Italia non possa permettersi di perdere questa «occasione storica», forse la storia non è ancora del tutto pronta ad accogliere questa nuova trasformazione del medico di famiglia.
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