I rifugiati nel mondo sono in leggero calo, ma la guerra peggiora le loro condizioni di vita
Per la prima volta in dieci anni diminuisce il numero di chi chiede protezione internazionale (-3%). Ma la flessione è dovuta al record dei ritorni e sette su dieci vivono sotto la soglia di povertà

Dopo un decennio di crescita ininterrotta, nel 2025 diminuisce il numero globale dei rifugiati. Il calo è del 3%. Lo rivela il rapporto Global trends presentato oggi dall’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati. Nell’anno del 75° anniversario della Convenzione sui rifugiati, i dati mostrano che sono diminuiti nel 2025 attestandosi a 41,6 milioni nonostante l’intensificarsi delle cause, dai conflitti armati - mai così numerosi in 80 anni - ai mutamenti climatici estremi. Resta sempre inaccettabile il numero di 117 milioni di persone costrette alla fuga da casa nel mondo rispetto ai 123 milioni della fine del 2024.
Partiamo dalle provenienze. Oltre il 70% dei rifugiati e delle persone che necessitano di protezione internazionale è fuggito da Afghanistan, Sud Sudan, Sudan, Siria, Ucraina e Venezuela. Nel 2025 la Colombia è stato il primo paese ospitante con 2,8 milioni di rifugiati, seguita dalla Germania (2,7 milioni, unico stato europeo nell’elenco dei più accoglienti), poi Turchia (2,4 ), Uganda (1,9 ), Iran (1,7 milioni), Ciad (1,5) e Pakistan (1,3). Per avere un termine di confronto in Italia, alla fine del 2025, c'erano oltre 132.000 beneficiari di protezione internazionale, 234.000 richiedenti asilo e oltre 6o mila ucraini che beneficiavano di protezione temporanea, mentre il numero di apolidi è stimato intorno ai tremila. Nel mondo gli apolidi, stimati alla fine del 2025 in circa 4,5 milioni, sono aumentati del 3% rispetto all’anno precedente. Ma almeno 46.000 di loro hanno acquisito la cittadinanza in 24 paesi lo scorso anno.
Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, alla fine del 2025 circa 68,6 milioni di persone risultavano sfollate interne nel pianeta a causa di conflitti o violenze, con una diminuzione del 7% rispetto alla fine del 2024. Quella del Sudan resta la crisi umanitaria più grave a livello globale, con 9,1 milioni di sfollati interni. La guerra in Medio Oriente, iniziata nel febbraio 2026, ha causato invece circa un milione di sfollati interni in Libano fino a metà maggio 2026 e 3,2 milioni di persone risultavano temporaneamente sfollate in Iran a marzo 2026.
Altro dato del rapporto da sottolineare è l’accelerazione dei ritorni che l’anno scorso sono stati i secondi più alti degli ultimi 60 anni. Ben 14,7 milioni di persone sono infatti rientrate nei paesi di origine nel 2025 (4,4 milioni di rifugiati e 10,3 milioni di sfollati interni). L’Alto commissariato rileva, però, molti lo hanno fatto sotto pressione e in contesti estremamente fragili. Analizzando i dati, i ritorni sono infatti quasi tutti concentrati in tre paesi, Afghanistan, Sudan e Siria, dove l’instabilità è continua e non garantisce condizioni di vita sicure e decenti. In Sudan, ad esempio, la penuria di cibo nei campi profughi causata dalla chiusura dlell’agenzia di cooperazione americana Usaid, ha spinto centinaia di migliaia di persone sfollate a tornare nella capitale Khartum, riconquistata nella primavera del 2025 dall’esercito dopo due anni di occupazione dei paramilitari delle forze di supporto rapido e semidistrutta oltre che priva di acqua potabile ed energia elettrica.
Resta enorme il problema delle condizioni di vita di rifugiati e profughi, denuncia ancora il rapporto dell’Unhcr. Il 70% dei rifugiati vive infatti per lunghi periodi sotto la soglia di povertà, mentre quasi la stessa quota (68%) è ospitata in paesi a basso e medio reddito. L’Alto commissariato attaverso lo slogan “35-50” ha lanciato un’iniziativa che mira a dimezzare entro il 2035 il numero di rifugiati in esilio prolungato e dipendenti dall’assistenza umanitaria, promuovendo iniziative per creare lavoro, opportunità educative e soluzioni durature come i ritorni. Iniziative rese necessarie dai tagli agli aiuti per lo sviluppo effettuati anche da altri grandi donatori nel 2025. L’obiettivo, focalizzato sui paesi a basso e medio reddito che ospitano la maggior parte dei rifugiati, sarà perseguito ampliando le opportunità di ritorno, reinsediamento e i visti umanitari, e passando da forme tradizionali di aiuto all’autosufficienza. L’iniziativa invita governi, attori umanitari e dello sviluppo, il settore privato e la società civile a intensificare gli sforzi per rafforzare l’autonomia dei rifugiati, garantendo al contempo asilo e protezione. Il primo passo è portare il reddito guadagnato autonomamente dai rifugiati (escludendo gli aiuti umanitari) al livello della soglia di povertà nazionale del paese in cui vivono dopo aver presentato domanda di asilo.
Ma sono i ritorni volontari la soluzione principale. La risoluzione di alcuni dei principali conflitti mondiali permetterebbe a milioni di rifugiati di rientrare in patria in sicurezza e con dignità.
Altro pilastro fondamentale è l’inclusione dei rifugiati nei sistemi nazionali: istruzione, sanità, servizi finanziari e mercati del lavoro, per consentire loro di generare reddito e contribuire alle economie locali e nazionali. Ciò richiede maggiori investimenti da parte di un’ampia gamma di partner per sostenere i paesi ospitanti, a reddito medio e basso in maggioranza già sotto pressione.
È inoltre urgente aumentare il reinsediamento dei casi più vulnerabili, il ricongiungimento familiare e l’accesso a permessi di lavoro e borse di studio. Il divario tra posti disponibili e bisogni è, però, enorme e in crescita a causa delle chiusure degli stati. Nel 2025, gli arrivi attraverso programmi di reinsediamento o sponsorizzazione sono infatti diminuiti di oltre la metà rispetto all’anno precedente, fino a 81.800 persone. L'Italia, uno dei principali Paesi donatori dell’Agenzia Onu per i Rifugiati, continua a sostenerla nelle emergenze umanitarie, nel fornire protezione e nel promuovere iniziative di sviluppo con l'obiettivo di proteggere e stabilizzare le popolazioni lungo le rotte migratorie in Africa e in altre regioni colpite da crisi.
Inoltre il rapporto menziona anche quest’anno esperienze italiane riconosciute a livello internazionale nell'inclusione lavorativa e nell'apertura di canali regolari e sicuri, dai corridoi umanitari ai corridoi universitari e lavorativi per i rifugiati. Iniziative che dimostrano la validità della collaborazione tra istituzioni, società civile, istituzioni ecclesiali come la Conferenza episcopale italiana e il settore privato per trasformare la protezione in opportunità di sviluppo umano ed economico sia per i rifugiati che per le società che li hanno accolti.
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