Creta è la nuova Lampedusa:
l'isola non sa più come accogliere i migranti

Sempre più barconi dalla Libia raggiungono Heraklion, meta alternativa anche all’Italia. Una tendenza nuova che prende alla sprovvista
la popolazione
e anche le reti di soccorso
Google preferred source
June 20, 2026
Creta è la nuova Lampedusa:
l'isola non sa più come accogliere i migranti
Bagni chimici davanti all'Old Fridge, struttura che ospita i migranti che sbarcano a Creta /Ghirardelli
Fanno gesti di saluto alzando le braccia, da dietro la rete metallica che copre le finestre di quello che chiamano “Old Fridge”, la vecchia palazzina della Guardia Costiera greca dove sono rinchiusi nel porto di Heraklion. È l’unico contatto possibile con chi, intercettato o salvato qui nel mezzo del Mediterraneo, è sopravvissuto ai 300 chilometri di mare aperto da Tobruk, Libia orientale, fino a Creta. Dentro l’edificio non entrano né le agenzie dell’Onu, né gli avvocati locali, niente Ong che pure raccolgono aiuti. «Entra solo la Croce Rossa, quando viene, non quotidianamente – ci spiega un membro della Guardia costiera –. Ogni giorno è lo stesso, duecento, trecento persone sono qui dentro. Ieri, 500. In tempi brevi vengono trasferiti sulla terraferma».
Passa da questo edificio e da un altro paio di centri informali sull’isola, la rotta che negli ultimi due anni e mezzo ha superato per numero di transiti molti dei percorsi migratori verso l’Europa, sia quello del Mediterraneo occidentale e delle Canarie, che quello dei Balcani. Un corridoio rimasto a lungo inattivo, dalla Libia orientale del generale Khalifa Haftar fino alla Grecia, che nei primi cinque mesi del 2026 ha già visto sorpassare i livelli registrati nella prima metà del 2025. In tutto lo scorso anno, gli sbarchi erano stati 20.200, quadruplicati rispetto al 2024. Ora, da gennaio al 14 giugno, secondo Unhcr, hanno raggiunto l’isola 7.932 persone (da Sudan, Egitto e Bangladesh), cioè il 55,3% di tutti gli arrivi in Grecia (in totale, finora 14.337, mentre in Italia sono stati di meno, 13.042 al 18 giugno).
I volontari della Ong "A Drop in the Ocean" /Ghirardelli
I volontari della Ong "A Drop in the Ocean" /Ghirardelli
A Creta, che oggi appare come una Lampedusa dei primi anni, con la bella stagione, i salvataggi sono continui. Solo il 9 giugno sono approdate 550 persone. «Arrivano tutti i giorni, da aprile. Non c’è un posto dove metterli, è un grave problema per noi» ci dice un pescatore sul molo dietro l’Old Fridge. Nella parte orientale della Libia, prima della rivoluzione del 2011, operavano già reti di trafficanti per le partenze. La maggior parte si era poi concentrata sulla costa ovest. Dal 2022, i transiti da est verso l’Italia sono cresciuti, ma a fine 2023 si sono spostati verso Creta. «Qui la situazione è un po’ come un territorio inesplorato. Ci sono bisogni, ci sono persone, ma è un processo in corso. Le strutture non sono ancora a livelli adeguati», spiega ad Avvenire Dimitra Lygouri della Ong greco-norvegese A Drop in the Ocean. La incontriamo nel magazzino dove stocca abiti, kit igienici, aiuti non alimentari sufficienti per 3.000 persone. «Siamo in contatto con municipalità e Croce Rossa, li riforniamo affinché loro possano distribuirli. Abbiamo donatori in Grecia e all’estero, gli ultimi pallet provengono da Amburgo – prosegue –. Per noi non è possibile accedere ai centri e avere contatto con le persone ospitate dentro, aspettiamo che il ministero della Migrazione ne assuma il controllo perché per ora è la Guardia costiera a gestirli».
I nuovi arrivati non possono richiedere asilo a Creta. Niente screening delle vulnerabilità. Il centro di accoglienza maggiore è quello di Agia nei pressi di Chania, città del nord. La scorsa estate, lì si è giunti a mille persone ospitate con soli sette bagni chimici, senza letti (che ora ci sono), senza spazi separati per donne e minori. Ad Heraklion, l’Old Fridge è inadeguato. Si cerca, dunque, una nuova sede. Sulla costa sud, a Ierapetra, c’è la vecchia scuola di Kalogeri, con qualche decina di posti. Dall’esterno delle strutture, operano gruppi come il Greek Council for Refugees, Thalassa of Solidarity e Steki Metanaston. Le autorità locali danno cibo, Unhcr e Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, al momento non forniscono nulla.
La nave di Frontex nel porto di Heraklion /Ghirardelli
La nave di Frontex nel porto di Heraklion /Ghirardelli
Il villaggio di Agia Galini, località turistica per frotte di tedeschi, belgi e olandesi, è uno dei punti di sbarco dei naufraghi salvati. «Arrivano ogni giorno, se c’è bel tempo. Ci capita di uscire per dieci o quindici interventi al mese», ci spiega un membro della Guardia costiera, sul molo. Domenica era ormeggiata anche una nave di Frontex, con equipaggio lettone. «Questa notte nessun salvataggio. Ci lavoro da dieci anni, su diversi confini marittimi europei», racconta un marinaio. «Arrivano al porto e subito vengono trasferiti a Heraklion in bus. Sono tantissimi, tutti giovani», ci confida Eleni, albergatrice locale. «Sono giochi politici, chissà quanti verranno», dice e potrebbe avere ragione. La Libia orientale cerca nuovi legami diplomatici con i Paesi Ue. Lunedì, Saddam Haftar, vicecomandante delle forze armate dell’est e figlio del generale, uomo forte della Cirenaica, era ad Atene per incontrare il governo che offre formazione per la guardia costiera e sostegno per occupazione e investimenti.
Poco fuori dal paesino di Ierapetra, nel sud, l’Ong Crete for Life fa quello che può per i naufraghi nella ex scuola di Kalogeri. «Ci attiviamo a consegnare aiuti soprattutto se ci sono bambini e donne», ci riferisce Olimpia Theodoli. «L’arrivo dei rifugiati è un grosso problema per i locali, nessuno ne vuole sapere. Nel 2014 qui approdò la prima grande nave con 800 siriani. Poi, pochi sbarchi. Ovvio, c’è un nuovo passaggio aperto, usato per gommoni da dieci persone dove ne salgono quaranta. Chissà quanti non ce la fanno». Poi parla della sensazione di invasione in una comunità locale che «divisa, segue con tensione gli eventi. Ci sono eccezioni, ma la maggior parte degli abitanti è contraria. Gli approdi sono sempre connotati negativamente. Siamo lontani da qualsiasi riconoscimento di umanità».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire