Leah, Ali, Nataliia: dalla guerra all'ufficio. Come il lavoro restituisce futuro ai rifugiati

Mentre l’Europa accelera su rimpatri e controlli alle frontiere, l’Unhcr accende i riflettori sulle imprese che investono nell’accoglienza (dal 2017 oltre 1.300). «L’unica vera risposta alla remigrazione è l’integrazione».
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June 18, 2026
Leah al computer
Leah al computer
Leah ha 32 anni, è nata in Congo ma ha vissuto buona parte della sua vita in un campo per rifugiati in Uganda. Oggi studia economia alla Bocconi, ma soprattutto lavora: da ottobre 2025 è stagista in un grande studio legale di Milano, Ashurst. «Nel mio Paese una ragazza a 16 o 18 anni si sposa. Io invece, grazie a Unhcr (l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati ndr), non solo posso studiare, ma con la borsa di studio riesco ad aiutare altri due ragazzi ugandesi a frequentare le superiori nella scuola del campo. ll mio sogno è riuscire a supportarne molti di più: sono persone che passano attraverso troppe sofferenze e hanno bisogno di sostegno. L’istruzione è la chiave di tutto. E non serve avere tantissimi soldi, anche 50 euro possono fare una differenza grandissima».
La storia di Leah, insieme a quella di tanti altri ragazzi e ragazze, è stata raccontata da Unhcr a Roma, nell’aula magna dell’università Luiss, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, che quest’anno coincide con i 75 anni della Convenzione di Ginevra del 1951, il trattato che ha data vita alla prima definizione giuridica di rifugiato, stabilendone i diritti e definendo i doveri degli Stati ospitanti. «All’epoca, mentre il mondo si stava riprendendo dalla guerra e da storici fallimenti nel garantire protezione - ha spiegato Anna Leer Jorgensen, rappresentante ad interim Unhcr per l’Italia, la Santa Sede, Malta e San Marino -, gli Stati si sono riuniti attorno a un unico obiettivo, e a un motto fondamentale: “Affinché tutti siano al sicuro”».
Nei giorni in cui l’Unione europea ha operato una doppia stretta sull’immigrazione, prima con l’entrata in vigore del nuovo “Patto” il 12 giugno e poi con l’accelerazione sul nuovo regolamento rimpatri che due giorni fa avuto il via libera dell’Eurocamera e potrebbe essere approvato entro settembre, Unhcr ha deciso di premiare le aziende italiane che hanno scelto di assumere rifugiati e persone in fuga dalla guerra e dalla fame. Fanno tutte parte del programma “Welcome. Working for refugee integration” che, a partire dal 2017, ha attivato circa 69mila percorsi di inclusione lavorativa, coinvolgendo oltre 1.300 aziende. Ashurst, lo studio dove lavora Leah, è una di queste realtà: «Non bisogna pensare a questo progetto come a un’iniziativa di volontariato - spiega Michele Milanese, managing partner di Ashurst -. È molto di più: ha arricchito innanzitutto noi. Leah ogni giorno ci regala una prospettiva diversa, unica. Vedere la serenità, la maturità con cui riesce ad affrontare la vita e il lavoro, è un insegnamento per tutti noi, anche nelle piccole difficoltà di ogni giorno».
Ad Ali, invece, non piace raccontare la sua storia. All’evento di Unhcr sfoggia con orgoglio la sua maglietta “I’m from Guinea”, questo è tutto, tanto basta. Il suo presente è a Roma, dove lavora come falegname per Echo Labs, un’impresa sociale senza scopo di lucro che assume rifugiati. «Ho 21 anni, quando ho iniziato non avevo nessuna esperienza, mi hanno insegnato tutto loro, e mi piace tanto, è come se fossimo una famiglia». L’impresa lavora i pallet arrivati a fine vita dopo i trasporti, oppure il legno delle scenografie utilizzate per girare i film, e li trasforma in opere di eco-design. «Per noi non è solo lavoro, è uno scambio di percorsi, di intenti, di culture», spiega Claudia Coscarella, project manager di Echo Labs. Nataliia, invece, è una rifugiata ucraina, è sorda ed è arrivata in Italia dopo lo scoppio della guerra. «Il problema più grande all’inizio era capire e farmi capire - racconta -. Quando ho incontrato l’Ente nazionale sordi ho capito che potevo farcela». Oggi lavora a Mantova per Fiege eCommerce Logistics: «Per me lavorare qui significa potermi mantenere, pagare l’affitto, vivere. Vorrei riuscire a comprare una casa piccola, tutta mia».
Queste storie dimostrano che «l’unica vera risposta alla remigrazione è l’integrazione», ha sottolineato Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio. Alla fine dell’evento, Rehema Amisi, studentessa all’università di Cagliari grazie all’Unhcr, e attivista per l’accesso all’istruzione, ha salutato la Giornata mondiale del rifugiato con un augurio e insieme un monito: «Spero che un giorno i rifugiati non saranno conosciuti solo per ciò che hanno sopportato, ma per ciò che sono stati messi nelle condizioni di diventare».

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