
Ogni anno il rapporto dell’Unhcr sulle migrazioni forzate ci consegna una mappa del dolore del mondo (la presentazione a pagina 6 dell’edizione odierna, ndr ). Non solo numeri, dunque, ma vite sradicate, famiglie divise, comunità sospese, Paesi che non riescono a ritrovare pace e altri che faticano a farsi carico dell’accoglienza. L’ultimo rapporto contiene anche un segnale di lieve miglioramento: il numero complessivo dei rifugiati diminuisce rispetto all’anno precedente. Ma sarebbe un errore leggere questa flessione come un cambio di stagione. Nonostante il calo complessivo, infatti le crisi restano acute. Nel 2025 quasi 5,4 milioni di persone sono state costrette a fuggire. Nuove crisi continuano a emergere, mentre purtroppo quelle esistenti rimangono irrisolte.
Quasi 4,4 milioni di rifugiati sono tornati nei loro Paesi d’origine e più di 10 milioni di sfollati interni alle loro aree di origine. Nel complesso, questo rappresenta uno dei più grandi movimenti di ritorno registrati nella storia recente. Tuttavia, dobbiamo essere precisi su cosa rappresentano realmente questi numeri: molti di questi ritorni non sono avvenuti in condizioni di sicurezza e stabilità, ma sotto pressione. Verso Paesi in cui l’insicurezza persiste, dove le infrastrutture sono state danneggiate e dove i servizi di base e le opportunità economiche restano scarsi. Oltre i titoli e le cifre, dunque, il rapporto evidenzia una sfida che raramente riceve l’attenzione che merita. L’esilio sta diventando sempre più prolungato. Oggi il 70% dei rifugiati, quasi 25 milioni di persone, hanno trascorso decenni in esilio, tra cui famiglie e bambini che non hanno conosciuto altra vita.
Vorrei essere chiaro su cosa significa realmente una situazione prolungata per le persone che la vivono: significa vivere senza il diritto di lavorare, di muoversi liberamente o di accedere ai sistemi nazionali di istruzione e sanità. Significa dipendere dall’assistenza umanitaria non come soluzione temporanea, ma come modalità di vita permanente. Significa una graduale erosione della dignità, dell’autonomia e della speranza.
L’ambizione strategica dell’Unhcr per il prossimo decennio è contribuire a dimezzare il numero di rifugiati in situazioni prolungate. Lo chiamiamo “50 by 35”. È un appello a garantire che meno persone debbano dipendere dall’assistenza umanitaria per anni o decenni, perché dispongono di opportunità concrete per ricostruire le proprie vite.
Perché questa agenda abbia successo, i Paesi ospitanti devono aprire i propri sistemi nazionali ai rifugiati: il sistema educativo, quello sanitario, i mercati del lavoro e i servizi finanziari. Sappiamo che questo funziona. I Paesi che hanno garantito ai rifugiati il diritto al lavoro e alla libera circolazione hanno visto i rifugiati contribuire alle economie locali, pagare le tasse e ridurre la propria dipendenza dagli aiuti. L’inclusione non è un peso per le comunità ospitanti: è un beneficio per loro.
Riconosciamo che molti Paesi ospitanti affrontano significative pressioni economiche. I Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati non sono, per la maggior parte, Paesi ricchi e hanno dimostrato una notevole solidarietà sostenendo responsabilità che la comunità internazionale non ha adeguatamente condiviso.
Quest’anno ricorre il 75° anniversario della Convenzione sui rifugiati del 1951. Per tre quarti di secolo questa Convenzione ha fornito le basi della protezione internazionale e ha contribuito a salvare milioni di vite. I suoi principi restano oggi rilevanti quanto al momento della sua adozione. L’Unhcr invita gli Stati a riaffermare una serie di priorità fondamentali. In primo luogo, il principio di non-refoulement, il divieto di rimandare una persona in un Paese dove rischia persecuzione o gravi danni, è il cuore della Convenzione e non è negoziabile. Non esiste un sistema di protezione degno di questo nome senza il non-refoulement.
In secondo luogo, invitiamo gli Stati a rafforzare i sistemi di asilo garantendo accesso a procedure eque per chi ne ha bisogno e a proteggerne l’integrità da abusi. Nel 2025 meno di 82mila rifugiati a livello globale sono stati reinsediati dai <paesi di asilo a un Paese terzo, nonostante milioni continuino ad averne bisogno. Questo numero deve aumentare. Il reinsediamento non è beneficenza, ma uno strumento di protezione e di condivisione delle responsabilità. I Paesi che ospitano la stragrande maggioranza dei rifugiati nel mondo non possono essere lasciati soli a sostenere questo onere. Accanto al reinsediamento, chiediamo l’ampliamento di altri canali sicuri e regolari, come il ricongiungimento familiare, le borse di studio e i programmi di mobilità lavorativa.
Ogni traversata pericolosa in mare e ogni morte nel deserto rappresentano un fallimento della comunità internazionale nel fornire alternative sicure e legali. Il costo umano di questo fallimento si misura in vite. Le scelte che compiamo oggi determineranno se milioni di persone resteranno intrappolate in cicli di sfollamento e dipendenza, o se avranno la possibilità di ricostruire le proprie vite con dignità, scopo e speranza. La protezione conta, le soluzioni contano e la solidarietà internazionale conta più che mai.
Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati
Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





