I Mondiali di calcio e il rischio di un cortocircuito geopolitico
di Fabio Carminati
A giugno gli Usa ospiteranno il massimo evento del mondo del pallone insieme a Canada e Messico, due Paesi verso i quali l'amministrazione Trump si è esibita recentemente con minacce e insulti. Ancora una volta sport e politica estera potrebbero entrare in contatto in maniera pericolosa
La “sparata” dell’italo-americano Paolo Zampolli, che si è scoperto essere il Rappresentante speciale Usa per le partnership globali e si è orgogliosamente dichiarato “amico di Trump” avendogli presentato l’attuale moglie Melania, sta lentamente uscendo (per fortuna) di scena. Con l’unico merito forse di aver unito, almeno sul campo da calcio, maggioranza e opposizione della politica nel rigettare la ridicola idea di ripescaggio dell’Italia ai Mondiali “made in Usa”, al posto del bellicoso Iran. Motivazione e colpe che hanno riempito i giornali e i siti in un periodo di magra per i colloqui, per la tregua e per le sorti del prezzo del petrolio.
Il campionato che raccoglie le squadre di 48 Paesi, tra un mese e mezzo, potrebbe rivelarsi una cartina di tornasole della politica estera di Trump, ma soprattutto un’altra tegola sulla strada del primo vero test sulla sua sopravvivenza politica: le elezioni di midterm del 3 novembre. E questa volta si potrebbe andare ben oltre la boutade. La manifestazione, infatti, si svolgerà in tre nazioni: gli Stati Uniti, il Canada e il Messico. Scomodi vicini di casa e commensali alla tavola della più importante manifestazione dell’anno, che precederà le Olimpiadi di Los Angeles del 2028 che coincideranno con gli ultimi mesi del mandato di The Donald, evocative della precedente edizione dei Giochi del 1984 boicottati dai sovietici. Insomma potrebbe riproporsi quell’inestricabile legame tra sport, scenari interni e geopolitica che si è “giocato” in passato a suon di palettate di ping pong, pugni neri guantati sul podio, sequestri di atleti nel villaggio olimpico o, appunto, boicottaggi.
Anche perché l’estremo rischio della coabitazione a tre è proprio quello di far prevalere le polemiche sulle pedate. Perché il fatto che Trump, fin dall’inizio del suo secondo mandato, abbia identificato come “nemico” lo scomodo vicino canadese al di là delle cascate del Niagara è storia: fatta di sanzioni, visti negati, dazi e minacce all’attuale premier Mark Carney e, ancora prima, a Justin Trudeau. I contenziosi economici avviati dalla squadra di Trump con il Paese che è il primo importatore di petrolio proprio negli Usa si sprecano. Sedere quindi allo stesso tavolo di regia dei Mondiali non sarà facile. Più difficile ancora farlo con i vicini messicani, per i quali Trump e i suoi governatori di confine preferiti hanno usato insulti da saloon. In Messico si giocheranno 13 partite, 4 delle quali proprio a Guadalajara, capitale dello Stato di Jalisco, dove l’uccisione di Oseguera Cervantes, meglio noto come El Mencho nonché capo del cartello della droga “Jalisco nueva generatión”, sta scatenando dall’inverno un’autentica guerra con l’esercito.
Infine, su tutto questo, troneggia la sigla che ha terrorizzato da più di un anno la scena delle migrazioni negli Usa: l’Ice. Al punto che addirittura il capo della Fifa, che regola il calcio mondiale, Gianni Infantino (amico fedele di Trump tanto da onorarlo con il Premio Fifa per la pace, dopo la creazione del Board per ricostruire Gaza e la relativa Riviera), si è sentito in obbligo di chiedere una «moratoria» per gli arresti nelle città in cui si svolgeranno le partite. Proposta vecchia, già fatta dai dem americani di Camera e Senato, e già presa a “calci” dalla maggioranza e dalla Casa Bianca.
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