La (bella) gara di solidarietà fa sperare in un futuro diverso per il Venezuela
Non bastava l'inflazione al 600 per cento, né la crisi sanitaria, né la fuga di 8 milioni di abitanti dal Paese. Oggi il Venezuela deve fare i conti con una catastrofe che non potrà gestire da solo

La (bella) gara di solidarietà fa sperare in un futuro diverso per il Venezuela
Care lettrici e cari lettori,
non bastava l'inflazione al 600 per cento, né la crisi sanitaria, né la fuga di 8 milioni di abitanti dal Paese. Oggi il Venezuela deve fare i conti con una catastrofe che non potrà gestire da solo. Difficile persino che si possa arrivare a una conta certa delle vittime del terremoto di mercoledì, con le stime dei dispersi che a tre giorni di distanza ancora oscillano tra i 10mila e i 100mila e il numero dei morti che è arrivati a quasi 600. Mancano i mezzi e le risorse per la ricerca di eventuali sopravvissuti e per il recupero dei corpi tra le macerie. È in bilico la stessa governabiità dei territori: si sono registrati infatti saccheggi ai negozi e vere e proprie razzie. In compenso sono arrivati i primi aiuti dall'estero, Italia compresa. Anche la Chiesa fa la sua parte, con gli invii di contributi importanti da parte del Papa e della Cei. Ed è proprio la gara di solidarietà ciò che più fa sperare per il destino di questo Paese che da dieci anni si dibatte tra sfacelo sociale, corruzione diffusa, povertà dilagante e una situazione politica precaria, con l'ex presidente caudillo Maduro "deportato" nelle carceri statunitenti e la reggente Delcy Rodríguez aggrappata al sostegno di Trump. L'inaspettata opportunità che il terremoto può offrire al Venezuela, crocevia degli appetiti economici di America, Cina e Russia, è quella di dar vita a una rete multilaterale di aiuti, investimenti e controlli reciproci, come scrive il nostro Giorgio Ferrari, «una rete cioè capace di diluire le ambizioni egemoniche di ciascuno. Le catastrofi, insomma, possono creare una sorta di "stato d'eccezione morale", in cui diventa difficile giustificare apertamente logiche di potenza troppo aggressive». Europa, Cina, Brics non resteranno estranei alla prossima ricostruzione del Venezuela, non solo per nobili fini ma anche per perseguire i propri interessi. Tutti insieme, senza nessuno che possa prevalere. E se il Paese riuscisse a utiizzare questa tragedia per costruire istituzioni più trasparenti e una gestione più efficiente delle rendite del petrolio, il terremoto potrebbe diventare per Caracas uno spartiacque storico. Qui tutti gli aggiornamenti sul terremoto; sul giornale oggi in edicola troverete l'analisi geopolitica di Lucia Capuzzi.
non bastava l'inflazione al 600 per cento, né la crisi sanitaria, né la fuga di 8 milioni di abitanti dal Paese. Oggi il Venezuela deve fare i conti con una catastrofe che non potrà gestire da solo. Difficile persino che si possa arrivare a una conta certa delle vittime del terremoto di mercoledì, con le stime dei dispersi che a tre giorni di distanza ancora oscillano tra i 10mila e i 100mila e il numero dei morti che è arrivati a quasi 600. Mancano i mezzi e le risorse per la ricerca di eventuali sopravvissuti e per il recupero dei corpi tra le macerie. È in bilico la stessa governabiità dei territori: si sono registrati infatti saccheggi ai negozi e vere e proprie razzie. In compenso sono arrivati i primi aiuti dall'estero, Italia compresa. Anche la Chiesa fa la sua parte, con gli invii di contributi importanti da parte del Papa e della Cei. Ed è proprio la gara di solidarietà ciò che più fa sperare per il destino di questo Paese che da dieci anni si dibatte tra sfacelo sociale, corruzione diffusa, povertà dilagante e una situazione politica precaria, con l'ex presidente caudillo Maduro "deportato" nelle carceri statunitenti e la reggente Delcy Rodríguez aggrappata al sostegno di Trump. L'inaspettata opportunità che il terremoto può offrire al Venezuela, crocevia degli appetiti economici di America, Cina e Russia, è quella di dar vita a una rete multilaterale di aiuti, investimenti e controlli reciproci, come scrive il nostro Giorgio Ferrari, «una rete cioè capace di diluire le ambizioni egemoniche di ciascuno. Le catastrofi, insomma, possono creare una sorta di "stato d'eccezione morale", in cui diventa difficile giustificare apertamente logiche di potenza troppo aggressive». Europa, Cina, Brics non resteranno estranei alla prossima ricostruzione del Venezuela, non solo per nobili fini ma anche per perseguire i propri interessi. Tutti insieme, senza nessuno che possa prevalere. E se il Paese riuscisse a utiizzare questa tragedia per costruire istituzioni più trasparenti e una gestione più efficiente delle rendite del petrolio, il terremoto potrebbe diventare per Caracas uno spartiacque storico. Qui tutti gli aggiornamenti sul terremoto; sul giornale oggi in edicola troverete l'analisi geopolitica di Lucia Capuzzi.
Papa Leone chiede ai cardinali riuniti in Vaticano di essere «franchi e leali»
Chiesa. Chiede «franchezza» e «lealtà» e un appoggio «forte, esplicito e pubblico», Leone XIV ai cardinali arrivati da tutto il mondo a Roma per il secondo Concistoro straordinario del suo pontificato che si conclude questa sera. «Conto su di voi», dice il Papa ai porporati che lo hanno eletto nel Conclave di un anno fa. «Vi chiedo di accompagnarmi nel servizio quotidiano alla comunione della Chiesa universale», aggiunge sottolineando che «il ministero che il Signore mi ha affidato non può essere vissuto da solo». È lo spirito dei Concistori straordinari, quelli in cui il Papa raduna i cardinali di tutti i continenti per confrontarsi con loro sulle sfide e le urgenze della Chiesa e del mondo. Leone XIV ha già annunciato che lo “strumento” del Concistoro sarà una prassi del pontificato. Nel 2026 i Concistori previsti da Leone XIV sono due e di breve durata, ossia due giorni: quello dello scorso gennaio e l’attuale a ridosso della solennità dei santi Pietro e Paolo del 29 giugno. Dal 2027 il Papa ha annunciato che convocherà un Concistoro ogni anno che sarà di almeno tre o quattro giorni e che avrà anche lo stile di un ritiro spirituale. Ad oggi sono 241 i cardinali di cui gli elettori - ossia quelli con diritto di voto e con meno di 80 anni - sono 117: numero inferiore alla “soglia” dei 120, considerata un limite ma più volte derogata dai Papi. L’ultimo a compiere 80 anni è stato Francesco Montenegro lo scorso 22 maggio, mentre il 18 luglio li festeggerà Michael Czerny, attuale prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Nel 2027 altri 12 cardinali diventeranno non elettori. (Giacomo Gambassi)
Fa caldo per tutti, ma chi soffre di più sono i poveri
Attualità. Gli esperti anglosassoni la chiamano cooling poverty, povertà da raffrescamento: è un indicatore di quanto una persona soffra con il caldo ed è una combinazione di redditi bassi e case non adeguate alle alte temperature. Insomma, a soffire di più per l'afa sono i poveri. Lo ha spiegato ad Avvenire il ricercatore Lorenzo De Vidovich, che fa un ragionamento interessante su come l'urbanistica e le politiche abitative abbiano un impatto anche sulla salute. Non è solo l'alloggio: a discriminare tra chi soffre il caldo e chi riesce a sopravvivere è anche la presenza nel quartiere di spazi pubblici in cui rifugiarsi o aree verdi comuni. Perché spesso il caldo estremo, come si verifica in questi giorni, aggrava la solitudine. Altro tema di cui si è dibattuto in questi giorni infuocati è il lavoro: alcune Regioni hanno emanato disposizioni perché siano evitate le ore più calde per chi opera all'aperto, mentre i sindacati suggeriscono di introdurre una Cassa integrazione straordinaria allo stesso scopo. Restano diversi nodi che sembrano irrisolvibili: dalle carceri che d'estate diventanto gironi infuocati, ai rider che rischiano malori pedalando nelle nostre città proprio all'ora di pranzo. Tutti temi ricorrenti, di cui si parla, ma solo... fino al prossimo acquazzone.
Leggi anche Il caldo, gli anziani e la fraternità che unisce di Marco Trabucchi
Allegro e generoso: chi era don Francesco, morto a 37 anni a Vicenza con il 16enne Alberto
Chiesa. Non si trova una foto che non racconti la gioia profonda di don Francesco Andreoli, salesiano di quasi 37 anni, morto tragicamente in un incidente lungo la Superstrada Pedemontana Veneta all’altezza di Malo (Vi) giovedì mentre accompagnava i ragazzi del Grest per una giornata di svago a Gardaland. Con lui viaggiava anche un giovane animatore, Alberto Fioretto, sedicenne promessa della Novatletica Città di Schio. Alberto viene ricordato per il sorriso e la grande passione: un mix creato da una gioia grande, fatta anche di impegno e determinazione per raggiungere obiettivi precisi. A Schio don Francesco era arrivato 8 anni fa; con il suo carisma era diventato subito un riferimento per giovani e ragazzi, ma anche per le famiglie, la comunità civile e religiosa. Capace di fare rete, sia nelle realtà ecclesiali che extraecclesiali, era sempre in movimento, fisicamente e nel cuore, perché pieno di un Amore autentico incontrato fin da bambino grazie ai salesiani e alle Figlie di Maria Ausiliatrice. Ora la diocesi di Vicenza è in lutto per don Francesco e Alberto. Il racconto di Nike Monique Borgo.
Se la Ue scende a patti con i taleban: la libertà svenduta
Esteri. Un atto di cinismo istituzionale: questo è stato secondo molti osservatori il faccia a faccia di martedì scorso in Belgio tra i rappresentanti della Ue e cinque emissari dei mullah che dal 2021 tengono in scacco l’Afghanistan. Sul tavolo c'è la definizione delle procedure di rimpatrio di cittadini afghani che hanno commesso «reati gravi» in Europa o che «rappresentano una minaccia per la sicurezza». Secondo Euronews e Reuters però l’invito rivolto dalla Ue ai taleban fa riferimento tout court al rimpatrio di cittadini afghani senza diritto di soggiorno. Si capisce che il milione di afghani che oggi vivono in Europa non l'abbia presa bene. Il rischio è di essere mandati indietro in un Paese che opprime i propri cittadini, sopratutto le donne. Qualcuno l'ha anche ribattezzato “il patto della vergogna”: gli interessi particolari dei governi europei – lo spauracchio immigrazione! - sono stati anteposti alla rivendicazione e alla difesa dei diritti e alla libertà di un intero popolo. Alle ragazze in Afghanistan non è permesso studiare o lavorare, uscire di casa. Avranno parlato di questo in Belgio? Ne dubitiamo e anzi il nostro timore è che da oggi avranno ancora meno voce. Il commento di Antonella Mariani.
Lo smartphone ha cancellato le partite di 90 minuti: è il Mondiale degli highlights
Sport. È finito il tempo scandito dal rintocco del fischio d’inizio, dal silenzio delle piazze svuotate, e dal divano condiviso come altare laico di un rito collettivo. Oggi, nell'estate del primo Mondiale a 48 squadre e 104 partite complessive, la cattedrale del calcio è diventata uno spazio fluido, parcellizzato, quasi gassoso. Il Mondiale si è trasferito dentro i confini infiniti di uno smartphone, trasformandosi da blocco unico di 90 minuti in un flusso incessante di clip brevi, notifiche in tempo reale, meme e statistiche predittive. L’economia dell’attenzione ha travolto il gioco più bello del mondo. Affrontare la visione di 104 partite in tv è un’impresa titanica anche per l’appassionato più incallito. Di fronte a questa iper-offerta, il pubblico – in particolare la Generazione Z e i Millennials – ha attuato una completa mutazione del modo di consumare l’evento: il calcio non si guarda più per intero, ma si “frequenta” in modo liquido. L'analisi interessantissima di Alberto Caprotti.
Il Vangelo di domani commentato da don Luigi Verdi
Il Signore ci chiede la fedeltà alle piccole cose.
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: "Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me". Ascolta il podcast
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 

