Agli studenti la scuola mette ansia, eppure gli adulti non se ne accorgono

Da dieci anni crescono le condotte autolesive, ma «il 98% dei genitori non le vede». Il neuropsichiatra Vicari: «Sogno che i docenti possano sempre accorgersi dei tagli sui loro corpi»
April 9, 2026
Agli studenti la scuola mette ansia, eppure gli adulti non se ne accorgono
Chiara, 13 anni, si sente soffocare ogni volta che entra in aula. Marco, 7 anni, inizia a urlare e a piangere al solo pensiero di preparare lo zaino. Claudio, 15 anni, è portato per le materie scientifiche ma quando lo chiamano alla lavagna viene colto da un attacco di panico. «La prima volta mi è successo durante l’interrogazione di fisica – spiega –. È un po’ come restare bloccati sott’acqua, a pochi metri dalla spiaggia e con una bombola quasi vuota». Si tratta di una sensazione che, in realtà, condivide con molti compagni: l’ansia scolastica ormai riguarda studenti e studentesse di ogni età, ma spesso resta invisibile agli occhi degli adulti finché non sfocia in autolesionismo o nella violenza più efferata. Eppure, il disagio giovanile è in costante aumento: «È un fenomeno che cresce dagli anni della pandemia di Covid-19 e che ora riguarda un adolescente su cinque». A spiegarlo è Stefano Vicari, ordinario di Neuropsichiatria infantile all’università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, che ha raccolto le storie di Chiara, Marco e Claudio nel libro “Domani resto a casa” edito da Erickson e che, per la stessa casa editrice, oggi aprirà il convegno “Supereroi fragili” a Bologna sulle «profonde fragilità» dei più giovani.
L’ansia scolastica, in realtà, non è tecnicamente diagnosticabile come tale, perché non rientra nella letteratura medica ufficiale. Ma i dati sono comunque allarmanti. Ogni anno si tolgono la vita circa 46mila adolescenti in tutto il mondo, mentre un minore su sette convive con un disturbo mentale diagnosticato e il 20% dei giovani tra i 15 e i 24 anni dichiara di sentirsi depresso. In Italia, soffre di ansia una percentuale compresa tra il 5% e il 28% di bambini e adolescenti. «Significa che non dobbiamo fare allarmismo, perché la maggior parte dei nostri ragazzi sta bene – rassicura Vicari –. Ma la scuola resta un catalizzatore del vivere ansioso degli adolescenti». In aula, cioè, si manifesta la maggior parte dei sintomi del disagio giovanile.
«Se devo sognare, immagino una scuola in cui ogni docente è in grado di comprendere le ragioni che portano un adolescente a portare una felpa in classe a giugno». Il riferimento del professor Vicari è alle ferite che sempre più giovani infliggono sui propri corpi, nascondendole agli adulti. Le condotte autolesive sono cresciute del 75% negli ultimi dieci anni negli studenti tra i 9 e i 17 anni, con un’impennata in seguito alla pandemia di Covid-19. Secondo l’Osservatorio nazionale adolescenza, l’età media di chi ferisce se stesso per sfogare il proprio disagio è bassissima: 12,8 anni. Ma quel che preoccupa i professionisti «è che il 98% dei genitori resta all’oscuro delle loro condotte - commenta Vicari -. L’autolesionismo è l’immagine di una sofferenza psicologica: la maggior parte dei ragazzi che si tagliano lo fanno per colmare un vuoto e metabolizzare un dolore psicologico. Il problema è che molti genitori non guardano più i loro figli, non riescono a spogliarli». Il motivo ha a che fare anche con l’esposizione dei giovanissimi ai social network, al centro da mesi di una corsa alla regolamentazione in tutto il mondo. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato ieri alla Camera nuove «misure volte a proteggere i minori dai rischi del web», ma ancora non c’è un disegno di legge. «Il mondo degli adulti è regolato dalla legge del più forte – sintetizza il neuropsichiatra –. Questo modello, attraverso la rete, passa facilmente ai ragazzi che assorbono comportamenti aggressivi». Anche a danno di compagni e docenti: «Gli studi che abbiamo - spiega Vicari - mettono in stretta correlazione le ore trascorse in rete con la comparsa di comportamenti aggressivi anche eterodiretti».
Sandro Marenco, docente di inglese in un istituto tecnico di Alessandria, conosce bene il disagio dei suoi studenti. Da anni, per sopperire alla «carenza di ascolto» in aula, ritaglia un’ora del suo tempo per lavorare come «referente diversità e inclusione». «Non è uno sportello psicologico – precisa il docente – ma mi sono accorto che a scuola manca una figura che si occupi delle diversità che non sono medicalizzate e diagnosticate». Nel tempo, gli studenti hanno iniziato a fidarsi di lui, confessandogli i disagi più intimi: «Molti hanno difficoltà con i docenti e, in due casi, abbiamo anche evitato l’abbandono scolastico. Ascoltandoli, però, talvolta emergono problemi più profondi e familiari: anni fa ho attivato il centro antiviolenza per una studentessa che subiva le aggressioni del padre. Tempo dopo, è tornata a scuola sorridente».
Quella del professor Marenco, secondo il neuropsichiatra Vicari, sarebbe un’esperienza di successo per tutte le scuole d’Italia. «Non auspico uno psicologo in ogni classe, ma un docente che sappia essere educatore e notare i silenzi e i cambiamenti d’umore degli studenti – conclude –. Il ruolo dei genitori, invece, sarebbe quello di aiutarli a gestire le emozioni e la rabbia anche mettendoli di fronte a un “no”».

© RIPRODUZIONE RISERVATA