Ora che si è capito il problema degli smartphone, ripartiamo dai genitori
Per anni telefonini e social non hanno conosciuto limitazioni. Oggi, mentre i governi corrono ai ripari per rispondere al disagio dei giovani, è necessario riflettere sull’importanza della relazione educativa

Il primo vero smartphone, l'iPhone della Apple, ha fatto la sua apparizione nel 2007. Facebook, il capostipite dei social network, era nato tre anni prima, e in Italia arriverà nel 2008. In quel periodo, con l’avvio della Grande Recessione, il mondo entrava ufficialmente nell’era dell’insicurezza globale: dopo l’attacco alle Torri gemelle del 2001 e la crisi dei mutui del 2007, sarebbero arrivati la consapevolezza della crisi climatica, la pandemia di Covid, le guerre. Una stagione per la quale è stato coniato il termine “permacrisi”, crisi permanente, e che ha segnato aspettative e percorsi di vita delle generazioni nate nel Terzo millennio, come ha messo bene in evidenza il demografo Alessandro Rosina nell’ultimo Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo. Il legame tra la fine di un’epoca di solide certezze e l’affermazione di smartphone e social è soltanto una coincidenza temporale, ma diventa più di una suggestione se si tratta di riflettere sul ruolo giocato dalla tecnologia nel determinare il benessere di ragazze e ragazzi.
Un esperimento sociale
Che i telefonini sempre connessi alla rete fossero qualcosa da maneggiare con cautela lo si poteva intuire sin dall’inizio, ma ci sono voluti quasi vent’anni per raggiungere una consapevolezza condivisa. Ad esempio, attorno al fatto che regalarli a bambini e preadolescenti è stato un grande esperimento sociale e neurobiologico di fatto utilizzando giovani cavie umane. Ora tanti sono convinti che qualche forma di divieto sia necessaria. Alcuni governi hanno introdotto limiti di età per l’uso dei social e anche l’Italia, dopo aver proibito l’uso degli smartphone nelle scuole, sta elaborando un piano di divieti. Eppure non è stato facile superare dubbi e resistenze di chi per anni ha difeso la tecnologia da ogni limitazione possibile, persuaso che non sono mai gli strumenti a dover essere temuti, ma l’uso che se ne fa. Argomento ineccepibile, se non fosse che il capitale sociale ed educativo non è sempre equamente distribuito, e che comunque c’è un’età per tutto, perché tra avere 8 anni oppure 14, o 16, la differenza è enorme. E poi, educare non è forse anche porre limiti, argini, saper dire dei “no”?
All’origine dell'ansia
Di certo chi aveva provato ad avvertire del pericolo, oggi si sente meno solo. I guasti correlati alla diffusione degli smartphone sono ormai documentati, tra dipendenza, rischi di isolamento, disturbi dell’attenzione, ansia e depressione, problemi psichici, quello che può generare la visione di porno in tenera età. Di fronte a questa presa di coscienza collettiva, che molto deve alla rivelazione di Jonathan Haidt, il guru della “Generazione ansiosa”, si sta però paventando un nuovo rischio, quello di passare da un eccesso all’altro. Invece è necessario mantenere vivo il dubbio che tanti dei problemi che caratterizzano l’universo giovanile non abbiano negli schermi il loro unico fondamento. Siamo sicuri, cioè, che sia tutta colpa di social e smartphone? Un modo per scalfire qualche certezza c’è. Si tratta di provare a rimanere a letto una mattina appena svegli, scrollare per un paio d’ore video stupidi e divertenti, chattare con i propri contatti, controllare tutte le notifiche social, e poi chiedersi: ma il malessere che si avverte, la sensazione di crepuscolo anticipato, questa forma di ansia da camera oscurata anche se le imposte sono aperte, è un prodotto dell’attività appena svolta, oppure proviene da più lontano, e qui ha trovato una tana confortevole? “Esci da quella stanza”, il titolo dell’ultimo libro dello psicoterapeuta Alberto Pellai, scritto con Barbara Tamborini, è una risposta netta e allo stesso tempo un programma affidato ai genitori. Ci sono relazioni e una prospettiva di speranza da recuperare.
La crisi educativa prima degli schermi
Il sospetto è che oltre allo smartphone vi sia di più. Già dieci, venti anni fa, pedagogisti e psicologi parlavano con preoccupazione di bambini adultizzati, di “piccoli tiranni”, di aumento dei problemi di aggressività e ansia, di disturbi del sonno e della concentrazione. A essere chiamata in causa era anche l’educazione, amorevole ma permissiva, letta come un’abdicazione dal ruolo genitoriale, espressione di padri e madri disorientati, convinti della bontà del confronto paritario, ma poi talmente concentrati su sé stessi da cedere all’inversione dei ruoli con i figli. Genitori pure iper-presenti, decisi a investire tutto nella cura e nell’educazione, ma deboli nel tracciare quei confini che oggi sono addirittura i governi a voler segnare. In un’epoca di madri spazzaneve e di “papà peluche”, come li chiama Daniele Novara, ai quali il pedagogista ha dedicato il suo ultimo saggio, forse dovremmo chiederci quale vuoto stiano riempiendo i social e gli smartphone, e quale crisi rischino di amplificare. Perché se gli effetti della “genitorialità intensiva” coincidono con quelli attribuiti alla tecnologia, la riflessione si amplia. E chi lo sa se nel profondere risorse ed energie per plasmare figli perfetti non sia andata smarrita proprio l’abilità di restare semplicemente accanto. Quando abbiamo incominciato a regalare i telefonini ai figli, l’idea era dotarli di uno strumento di controllo, ma anche di contatto, scoperta, socializzazione, autonomia. Col tempo sono arrivate le sale scommesse, i club a luci rosse, gli apparecchi mangiasonno, la caccia coi richiami. Per questo il dono incondizionato di uno smartphone senza limiti, prima di una certa età, può essere considerato la sintesi di una postura genitoriale carica di aspettative, ma fragile nella testimonianza. Un paradosso, se si pensa che la rinuncia a una famiglia con sorelle e fratelli è anche l’esito di una scelta finalizzata a “massimizzare l’investimento” sul figlio. Nella stagione della denatalità, della permacrisi e dell’insicurezza strutturale, domandiamoci allora cosa possa voler dire nascere in una società prestazionale già gravati da un eccesso di aspettative.
Educare e vigilare
Tempo fa abbiamo sbagliato a non vigilare sugli effetti che l’industria dell’attenzione avrebbe avuto sui giovani attraverso schermi e smartphone. Oggi la corsa ai ripari non dovrebbe far dimenticare il valore centrale della relazione educativa e della sua qualità, anche etica. Evitiamo di riproporre posizioni rigide, superficiali, o di comodo, nel momento in cui, alzando barriere a protezione dei giovani, rischiamo di trascurare il ruolo della famiglia. O di non accorgerci che all’orizzonte si presenta già una nuova sfida, quella dell’Intelligenza artificiale. Ai telefonini abbiamo permesso di rubare la noia, il silenzio, l’attesa, ingredienti di base della crescita, oggi l'IA inizia a intaccare l’immaginazione, il giudizio, il pensiero. Questa volta, cerchiamo di non arrivare divisi e in ritardo.
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