giovedì 10 marzo 2022
A aperto nel 1990 subito dopo il crollo dell'Urss era il segno di una nuova era. A pochi passi dalla statua di Pushkin era anche il punto di ritrovo per le manifestazioni dell’opposizione
Un'immagine d'archivio di uno dei quattro McDonald's chiusi a Mosca

Un'immagine d'archivio di uno dei quattro McDonald's chiusi a Mosca - Ansa / Epa

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Da simbolo della fine dell’Unione Sovietica e dell’apertura al mondo a emblema di un Paese che, in questi giorni e chissà per quanto tempo ancora, sembra tornato al mondo di ieri. McDonald’s sospende le attività in Russia: fra i 700 ristoranti nella sola Mosca, ha chiuso i battenti anche quello sulla Bolshaija Bronnaija Ulitsa, uno dei viali che partono dalla Ploshad’ Pushinskaija. È la prima sede aperta nell’ormai ex Unione Sovietica dalla catena di fast food americana. Era il 31 gennaio 1990 e agli occhi dei moscoviti, oltre al Big Mac, si mostrava un avvenire nuovo, almeno sulla carta.

Quella che oggi sembra, quasi, una mera nota di colore, a quei tempi rappresentò una rivoluzione culturale. La prima sede di McDonald’s, infatti, fu aperta, vuoi per opportunità commerciale, vuoi per marcare il segno di un mondo che era cambiato, in uno dei luoghi più simbolici della capitale. Dall’altra parte dell’Ulitsa Tveskaija, una della principali arteria di Mosca dalla quale si vedono le torri del Cremlino, c’è lo storico palazzo, in stile da socialismo reale, che ospita la sede del quotidiano Izvestia. Di fianco, c’è la statua a Alexander Pushkin, considerato il fondatore e punto di riferimento per la lingua letteraria russa, che, fino a pochi giorni fa, rappresentava il ritrovo per le manifestazioni di opposizione (o meglio, quel che ne rimane) o i gruppi di amici che dovevano andare proprio al McDonald’s lì vicino.

Oggi quel punto di riferimento, anche solo per pura prassi quotidiana, è venuto a mancare. Sono passati poco più di 30 anni, ma gli abitanti della capitale sono stati rigettati in un passato che si sono dimenticati molto in fretta e che avrebbero richiamato alla memoria poco volentieri. «Nel 1990 ero piccola – spiega Darija ad Avvenire – e sentivo i racconti delle persone in coda davanti al primo McDonald’s russo già dalla mattina. Mio figlio si incontra con i suoi amici lì dopo la scuola. Non avrei mai pensato che una cosa normale sarebbe diventata eccezionale». In realtà, per chi ha il cuore che batte a Mosca, anche bere una Coca Cola (altro brand che da due giorni fa non opererà più in Russia), acquistava un sapore molto speciale, sotto più punti di vista.

Pensare che lì, a due passi dal teatro di Konstantin Stanislavskij, nel 1990 migliaia di persone al giorno si mettevano in coda per mangiare un hambuger, in mezzo a “stolovije” (le vecchie mense sovietiche, ndr) o qualche rivenditore nei sottopassi della metropolitana, doveva sembrare poco convenzionale. Almeno per i russi con la memoria lunga. Il benessere è il miglior modo per fare dimenticare le ombre del passato, fino a quando, pochi giorni fa, i moscoviti e in genere tutta la Russia è stata costretta a ricordarsi che quel passato, soprattutto a livelli di privazioni, è sempre pronto a farsi avanti.

Il McDonald’s alla Pushinskaija, con tutto il suo portato storico, è solo l’esempio più evidente. La Russia di oggi è un Paese privato dalle circostanze praticamente di tutto, dai circuiti bancari internazionali, ai servizi di streaming, dai brand del lusso a quelli low cost e all’import di tutti quei prodotti che per i moscoviti, ma non solo, erano la norma e oggi hanno deciso di non distribuire più nel Paese. Evidenza del fatto che libertà non significa solo circolazione delle merci e che, oltre a brand e prodotti, hanno smesso di circolare anche le idee che davano una diversa interpretazione del presente e potevano traghettare nella Russia del futuro.

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