sabato 3 giugno 2017
Nel Ciad, Camerun, Niger e Nigeria oltre sette milioni di persone non hanno cibo, gran parte del bestiame è morto e l’accesso all’acqua è un lusso
La grande fame in Africa: il Sahel muore e il mondo non si muove

Borno, Adamawa e Yobe. Non sono solo remoti Stati federali, teatri del conflitto civile di matrice jihadista che infiamma il nord-est della Nigeria. Sono anche regioni in cui si sta consumando nel silenzio una delle più gravi crisi umanitarie degli ultimi decenni. È qui che gran parte dei 5,2 milioni di nigeriani soffre di insicurezza alimentare.

«La situazione nel Sahel è destinata ad aggravarsi a partire da questo mese di giugno», afferma un recente rapporto delle Nazioni Unite. E nell’intera regione subsahariana il totale delle persone minacciate dalla carestia è ormai vicino ai 26 milioni. «Diminuiranno le riserve di cibo in gran parte dei Paesi colpiti, soprattutto nella regione del Lago Ciad e nel nord del Mali. Inoltre – continua lo studio –, le persone sfollate e l’insicurezza in varie aree peggioreranno i livelli delle condizioni alimentari. Di conseguenza ci sarà un aumento del numero di civili in fase di crisi e emergenza».

Secondo le stime «oltre 9,6 milioni di persone si trovano da tre mesi in una situazione d’urgenza». Con il prossimo trimestre le cifre si alzeranno fino a raggiungere i «13,8 milioni». Tali risultati, però, rappresentano solo una piccola percentuale della popolazione analizzata in 16 Paesi saheliani colpiti dalla crisi. «La mia più grande preoccupazione ora è la fame – ha detto alla stampa Toby Lanzer, a capo del coordinamento umanitario dell’Onu per l’intero Sahel –. Resta comunque difficile stimare quanti esseri umani periranno per mancanza di cibo durante i prossimi mesi».


In un Paese come la Nigeria, dove i militanti islamici di Boko Haram combattono da otto anni per istituire un califfato, le condizioni dei civili sono sull’orlo di una «morte imminente». Gli scontri e gli attentati terroristici – oltre a mietere vittime in modo diretto – bloccano l’accesso a varie regioni dove sono urgenti gli aiuti umanitari. Drammatica anche la situazione in Niger: «Gli abitanti che soffrono di crisi alimentare sono passati da 748mila a 1,3 milioni in questi giorni – affermano le organizzazioni umanitarie che lavorano nel Paese ai cancelli d’entrata del Sahara –. Tra le più gravi regioni c’è quella di Diffa dove gli abitanti sono rimasti vittime anche di epidemie di meningite e epatite E».

Nonostante una stagione agricola soddisfacente nell’ultimo anno, il Niger si è ritrovato con un deficit alimentare di oltre 12 milioni di tonnellate, ossia il 48% del fabbisogno nazionale. «L’insicurezza nelle zone orientali del territorio, le inondazioni e la malnutrizione – spiegano le autorità –, tutte hanno contribuito ad aggravare le condizioni alimentari dei più vulnerabili ». Nel pericoloso bacino del lago Ciad su oltre nove milioni di sfollati, «più di 7,1 milioni sono affetti da una grave insicurezza alimentare». In questa regione, dove si incontrano le frontiere di Ciad, Camerun, Niger e Nigeria, la gente non ha cibo, gran parte del bestiame è morto e l’accesso all’acqua è un lusso. Gli eserciti di questi Paesi stanno inoltre combattendo, con alterni successi, i miliziani di Boko Haram.

E la violenza dilaga: ieri un doppio attacco kamikaze a Kolofata, nel nord del Camerun, in un campo di profughi fuggiti da Boko Haram, ha provocato 9 morti e 30 feriti. Sono però molti altri i teatri di guerra causati dalla miopia dei loro leader, accusati dalle organizzazioni internazionali di avere una «grande responsabilità » per tale crisi. «Quella in corso in Sud Sudan, per esempio, è una catastrofe provocata dall’essere umano – ha commentato Mark Toner, portavoce per il Dipartimento di Stato Usa –. È la conseguenza diretta di un conflitto prolungato dai leader sudsudanesi incapaci di privilegiare il bene della popolazione». È qui che lo scorso febbraio è stata dichiarata la carestia per la prima volta negli ultimi sei anni, da quando fu la Somalia ad esserne vittima nel 2011. Anche in Africa orientale, infatti, le condizioni della popolazione sono allarmanti.

«Facciamo appello alla comunità internazionale affinché la gente non muoia per mancanza di cibo», erano state le parole di Dominik Stillhart, a capo delle operazioni per il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), durante la sua recente visita in Somalia, dove nella precedente carestia morirono 250mila persone. Nel Corno d’Africa 6 milioni di civili hanno urgente bisogno di cibo. E i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati radicalmente in varie zone. In Kenya, la più forte economia della regione, il governo ha ricevuto forti pressioni affinché venissero rimossi «gli ostacoli commerciali» interni ed esterni. Mentre in Etiopia, dove «la crisi sta colpendo almeno 7,7 milioni di persone e milioni di animali “domestici”», si stima che «oltre 600 scuole hanno chiuso e l’istruzione di 5 milioni di bambini è a rischio».

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