Il Papa: «Il mondo è avvolto da strategie armate. Ma Dio spera con gli umili»
di Matteo Liut
Nel Te Deum e nell’ultima udienza generale dell'anno, ieri Leone XIV ha tracciato il bilancio del 2025: gratitudine per i pellegrini, dolore per la perdita di Francesco e per le guerre, l’invito a ripartire con lo stile di Dio

Nel tramonto dell’anno civile, ieri papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa e al mondo due messaggi che, letti insieme, hanno il passo di un esame di coscienza comunitario e il respiro della speranza nel suo significato cristiano: la catechesi dell’Udienza generale del mattino in piazza San Pietro e l’omelia ai primi Vepri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio con il Te Deum nella Basilica Vaticana ieri sera. Due testi diversi per contesto e tono, ma uniti da una trama comune: guardare il tempo che finisce e quello che s’apre alla luce del Giubileo della speranza, lasciando che l’iniziativa di Dio — discreta, fedele, «umile» — risvegli la responsabilità di ciascuno davanti alle ferite della storia.
Nell’udienza del mattino il Pontefice ha invitato a «mettere tutto davanti al Signore», concludendo l’anno nella fiducia alla Provvidenza, e ha collegato la tradizione del Te Deum alla necessità di una memoria grata e insieme penitenziale: «Noi ti lodiamo, Dio... Tu sei la nostra speranza... Sia sempre con noi la tua misericordia». La riflessione ha attraversato l’intero arco del Giubileo: il pellegrinaggio di «tantissimi» fedeli alla Tomba di Pietro, il passaggio delle Porte Sante, l’indulgenza implorata per sé e per i propri cari, segni che dicono un cammino verso la comunione eterna e che invitano a varcare «la soglia di una vita nuova». Su questo sfondo giubilare, il Papa ha riconosciuto le gioie e i dolori dell’anno che si è chiuso: la folla dei pellegrini e, insieme, le guerre che «continuano a sconvolgere il pianeta», fino al ricordo grato del suo predecessore Francesco, scomparso proprio questo 2025. È un bilancio che non si accontenta di uno sguardo neutro sulla realtà: la fede — ha spiegato — chiede di valutare la risposta ai doni ricevuti, di domandare perdono per le mancanze, di rimettere Dio al centro per poter ripartire.











La sera, nella Basilica Vaticana, l’omelia ai Primi Vespri e al Te Deum ha proposto la chiave spirituale che regge questo «bilancio»: lo sguardo di Maria, la Madre, che nel suo Magnificat racconta il «disegno» di Dio sulla storia. Non un progetto di potenza, ma un’opera di misericordia, capace di dispersione delle trame superbe e di innalzamento degli umili. È qui che il Papa ha pronunciato parole che suonano come diagnosi e terapia insieme: Dio ha un disegno sapiente per il mondo, ha detto Prevost, ma «altri disegni, oggi come ieri, avvolgono il mondo. Sono piuttosto strategie. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi. Ma l’Altissimo disperde le trame dei superbi, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili», ha sottolineato il Pontefice. Un giudizio netto sulle logiche di guerra e dominio, illuminato dalla promessa evangelica: la forza di Dio è la misericordia che rialza i piccoli e riempie le mani degli affamati. Questa contrapposizione tra «strategie armate» e «disegno» di Dio ha un punto di sintesi nello stile divino evocato dal Pontefice: un progetto «sapiente, benevolo, misericordioso», «libero e liberante, pacifico, fedele», che non si impone con clangore ma si comunica nel passo paziente della grazia. È lo stesso stile che la liturgia del Te Deum consegna alla preghiera della Chiesa: lode, stupore, riconoscenza, il contrario della gratitudine «mondana» oggi sempre più appiattita sull’io. Cantando «Tu sei la nostra speranza», la comunità dice al tempo che passa e a quello che viene che il centro è la «pienezza del tempo» in Cristo, «nato da donna» per farci figli. Nell’udienza, questo stile ha preso la forma concreta di alcuni verbi: ricordare, affidarsi, chiedere, camminare. «La nostra vita è un viaggio» — ha insistito Leone XIV — e il Giubileo l’ha reso visibile con i passi di milioni di pellegrini che, varcando le Porte Sante, hanno detto «sì» a un’esistenza «animata dalla grazia, modellata sul Vangelo».
La catechesi della mattina ha proposto anche un criterio di discernimento per il nuovo anno: vivere l’impegno del presente «orientato all’eternità», lasciando che la luce del Natale — «Dio-con-noi» — illumini le scelte quotidiane. Il Papa ha annodato queste indicazioni con una memoria ecclesiale precisa: san Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, definiva il senso dell’Anno Santo come un grande atto di fede nell’attesa dei «futuri destini» che già pregustiamo e prepariamo. E, soprattutto, sigillava quel cammino con una parola semplice e assoluta: «amore». «Dio è Amore — diceva Montini —! Dio mi ama! Dio mi aspettava e io l’ho ritrovato!». Sono parole che Leone XIV ha ripreso esplicitamente, ponendole come sintesi al termine dell’udienza: che la coscienza del perdono, della misericordia e della pace di Dio accompagni il passaggio tra l’anno vecchio e il nuovo, «oggi e sempre».
Così, mentre il mondo resta «avvolto da strategie armate», la Chiesa, secondo quanto espresso nei due interventi di ieri del Papa, è chiamata a non stancarsi di cantare la gratitudine e di praticare la verità dell’amore, perché il Vangelo mostra un’altra potenza: quella che «innalza gli umili», che riempie le mani di chi ha fame, che svela la gloria di Dio nella scena più fragile di tutte, un Bambino a Betlemme. Il Te Deum, allora, non è fuga dall’oggi ma decisione di stare dentro la storia con lo stile di Dio: lode che si fa responsabilità, preghiera che diventa servizio, speranza che si traduce in opere di pace. Il bilancio di questo anno, segnato dall’Anno Santo e dal lutto per la morte di papa Francesco, ha assunto nelle parole di Leone XIV il tono di un invito coraggioso: riconoscere i doni e le infedeltà, le luci e le ombre, per domandare la grazia di un cuore capace di verità e misericordia.
Nel ricordare il predecessore, Leone XIV ha richiamato l’eredità della sua «voce profetica» e della centralità della misericordia, quasi a dire che la storia della Chiesa si fa carico delle memorie per avanzare nella missione e nella comunione. Una «Chiesa lieta e gioiosa, accogliente verso tutti, attenta ai più poveri»: così il Pontefice ha descritto, nella recente udienza alla Curia Romana, l’orizzonte pastorale che vuole respirare anche nel dopo-Giubileo. Per chi oggi — primo giorno dell’anno — rilegge quelle pagine, l’invito è chiaro: lasciarsi alle spalle le «strategie» che promettono sicurezza e generano violenza, e assumere il «disegno» che libera e costruisce pace. È un modo di vivere che passa dai gesti della liturgia, dalla preghiera, dall’ascolto della Parola, da gesti semplici di carità e di giustizia: il diario della speranza che il Giubileo ha stilato in questo lungo anno, e che ora diventa compito da vivere nella quotidianità. E se la domanda che lacera tante coscienze — che cosa può cambiare davvero il corso delle guerre, delle povertà, delle divisioni? — sembra troppo grande, la risposta della fede riprende l’ultima parola dell’udienza: «Dio è Amore». Non un motto consolatorio, ma la verità che fonda ogni rinascita. Perché il cuore umile — quello di Maria, quello di quanti hanno attraversato le Porte Sante, quello di chi serve — è il luogo dove Dio spera con noi e ci rende capaci di sperare per gli altri. Nel congedo dall’anno, la Chiesa ha cantato «Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi» e ha confessato di aver ricevuto talenti da investire nel servizio. È la grammatica dell’amore che Montini consegnava alla fine del 1975 e che ieri Leone XIV ha riproposto a distanza di mezzo secolo, al termine del 2025: nel mondo delle strategie, Dio scrive un disegno; nel frastuono delle armi, egli mormora misericordia; davanti alla superbia, innalza gli umili. E per questo — ieri come oggi — la comunità cristiana può dire: «Noi ti lodiamo, Dio. In te, Signore, la nostra speranza». Perché davvero, come ricordava Paolo VI e come Leone XIV ha rilanciato, «Dio è amore».
La giornata di ieri è stata scandita anche da alcuni gesti e incontri significativi: la mattina in piazza erano presenti i giovani del patriarcato latino di Gerusalemme che hanno ricevuto i saluti del Papa, il quale in serata, dopo la preghiera dei Vespri, si è recato in visita al presepe in piazza San Pietro, salutando e benedicendo i fedeli presenti. E un pensiero particolare, al termine dell'omelia dei Primi Vespri, è andato proprio a Roma: «Il Giubileo è un grande segno di un mondo nuovo, rinnovato e riconciliato secondo il disegno di Dio. E in questo disegno la Provvidenza ha riservato un posto particolare a questa città di Roma. Non per le sue glorie, non per la sua potenza, ma perché qui hanno versato il loro sangue per Cristo Pietro e Paolo e tanti altri Martiri. Per questo Roma è la città del Giubileo - ha detto il Papa -. Cosa possiamo augurare a Roma? Di essere all’altezza dei suoi piccoli. Dei bambini, degli anziani soli e fragili, delle famiglie che fanno più fatica ad andare avanti, di uomini e donne venuti da lontano sperando in una vita dignitosa». Oggi, solennità di Maria Santissima Madre di Dio, Giornata mondiale della pace, il Papa presiederà la Messa alle 10 nella Basilica di San Pietro, e poi, alle 12, reciterà l'Agelus.
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