mercoledì 6 giugno 2018
Undici ministri su 17 sono donne. Ma il futuro del governo di minoranza del Psoe è legato all’esito delle imminenti elezioni locali. Resta aperta la questione catalana
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Pedro Sánchez presenta la lista dei ministri del suo governo, che difficilmente riuscirà a reggere per tutta la durata della legislatura, con un’attenzione particolare all’effetto propagandistico e alla difficile ricomposizione dell’unità del suo stesso partito, il Psoe. Un carattere evidente è la “rivoluzione” rosa, che si concretizza nella prevalenza di donne nella compagine. Sono addirittura il doppio dei colleghi maschi: 11 su 17. Donna è pure l’unica vicepresidenza alla titolare dell’Eguaglianza di genere, Carmen Calvo. Sul piano politico la scelta più interessante è quella di Josep Borrell, catalano che fu anche presidente del Parlamento Europeo agli Esteri. Siccome Borrell è inviso agli indipendentisti per le sue posizioni nettamente unioniste, gli è stata affiancata, al ministero per le Regioni, un’altra catalana, Meritxell Batet, considerata più disponibile a una trattativa.

Per rassicurare l’Unione Europea, al ministero dell’Economia entra Nadia Calviño, direttrice di un dipartimento della Commissione di Bruxelles. Per tenere buoni i socialisti andalusi – ostili al segretario – oltre alla vicepresidente Calvo, entra alle Finanze María Jesús Montero, legata alla governatrice Susana Díaz, che nel recente passato fu rivale di Sánchez. Un colpo a effetto è l’attribuzione all’astronauta spagnolo Pedro Duque del ministero della Scienza.

Il futuro del governo socialista di minoranza è legato all’esito delle imminenti elezioni locali, ma anche all’evoluzione delle relazioni tra i due partiti di centrodestra, il Partido popular (Pp), che deve affrontare un congresso straordinario per scegliere il successore di Mariano Rajoy, e Ciudadanos, che i sondaggi mettono nettamente al primo posto. L’ex premier popolare José María Aznar ha proposto l’unificazione tra le due formazioni, raccogliendo solo dinieghi da parte dei popolari.

Anche al leader di Ciudadanos, Albert Rivera una soluzione di questo tipo non conviene, almeno finché non avrà affermato la sua egemonia sull’area moderata in elezioni politiche che vorrebbe si tenessero al più presto. Indirettamente rafforzato dalla competizione tra i suoi avversari, il governo socialista non avrà comunque vita facile: gli antagonisti di Podemos che avrebbero voluto essere cooptati nell’esecutivo, premono per ottenere una serie di misure economiche demagogiche.

Gli indipendentisti catalani e quelli baschi, che hanno votato la mozione di censura a Rajoy, non hanno intenzione di sostenere Sánchez, a meno che non rinunci a difendere l’unità nazionale spagnola, il che provocherebbe una rottura verticale nel Psoe. Gli osservatori prevedono che, senza poter fare un granché a causa della sua condizione di minoranza sulle partite rilevanti, istituzionali ed economiche, Sánchez si concentrerà, come fece José Luis Rodríguez Zapatero, sulle battaglie laiciste estreme.

Anche la composizione del governo sembra confermare agli analisti questa ipotesi, che corrisponde alla volontà di Sánchez di recuperare l’egemonia nella sinistra spagnola intervenendo solo su materie care al suo elettorato, cercando di rinviare tutte le decisioni difficili trovando qualche artificio retorico e dilatorio per non affrontarle, almeno fino alla prossima verifica elettorale.
Ha determinazione e tenacia, accompagnate da una forte ambizione, ma questo non cancella l’oggettiva debolezza politica e numerica del suo esecutivo.

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