sabato 12 novembre 2016
I profughi cristiani rifugiati a Erbil: «Via le bombe, poi la protezione internazionale»
Iraq, distribuzione di cibo al campo profughi di Khazer l'11 novembre (Lapresse)

Iraq, distribuzione di cibo al campo profughi di Khazer l'11 novembre (Lapresse)

«Qaraqosh». Solo il nome, pronunciato lungo i corridoi spettrali del centro commerciale “Nistiman”, ora provoca un sobbalzo di gioia fra i profughi cristiani. Quando, la sera del 18 ottobre, giunse dal fronte la notizia della liberazione della cittadella cristiana nel centro della Piana di Ninive, «è stata un’esplosione di gioia come per l’annuncio di Pasqua. Ancora più di Pasqua», racconta padre Jalal Jako. Suono di campanelle nei corridoi, urla e balli di festa dei bambini, e subito la preghiera nella cappella ricavata nell’ambulacro del quarto piano.

A inizio ottobre padre Jalal – il parroco delle baraccopoli – è tornato fra la sua gente dopo due mesi di sosta: a fine luglio il suo campo di Ashti era stato smantellato e le famiglie trasferite in appartamenti affittati dalla diocesi di Mosul. La notizia che il Daesh per qualche ora era rientrato in città è stato un tuffo al cuore per tutta la sua nuova comunità, circa 1.300 sfollati da Qaraqosh e Bartalla. Poi la certezza, con le prime foto dei soldati cristiani arruolati nell’esercito iracheno che rimbalzano di telefonino in telefonino: «Qaraqosh è libera». Ma non ancora accessibile. Solo alcuni sacerdoti, con la scorta dell’esercito, hanno varcato i posti di blocco: una prima Messa è stata celebrata domenica 20 ottobre, dopo due anni di silenzio forzato, nella cattedrale dell’Immacolata concezione ancora devastata e vuota di fedeli. Anche padre Jalal quella domenica è ritornato a Qaraqosh, ha baciato l’ingresso della cattedrale e accarezzato l’altare dove venne ordinato sacerdote.

Di certo un segno di speranza. Ma tutti sanno, in questo spettrale palazzone di sette piani nel centro di Erbil dietro al cimitero, con i primi due piani occupati da negozi, il terzo da uffici, e altri tre con i vani-negozio trasformati in affollati mini-appartamenti, tutti sanno che è ancora troppo presto per rientrare. Ogni sera, nella struttura che un ricchissimo orafo cristiano di Kirkuk ha messo a disposizione gratuitamente per i profughi siro-cattolico, la festa spontanea dei più piccoli nell’ampio corridoio si trasforma in un canto di liberazione: «Qaraqosh libera», «Bartalla libera», «Nimrud libera», «Mosul libera» inneggiano semplici cartelloni colorati mentre due casse collegate a un pc diffondono musiche popolari.

Una esultanza che nasconde ancora un mare di incertezza e angoscia. Quando si potrà tornare? «Prima devono bonificare la città da tutte le bombe. Poi si dovrà riallacciare l’acqua», risponde Rabee Yousif Soran, veterinario di Qaraqosh eletto capo di un’ala di “Nistiman”. «E poi ci vuole protezione internazionale. Vogliamo la presenza di milizie cristiane appoggiate da potenze europee». Di tutti gli altri «non abbiamo fiducia». In molti ricordano la notte del 6 agosto del 2014 come un «tradimento». La promessa dei peshmerga curdi di proteggere la cintura degli antichi villaggi cristiani dall’avanzata del Califfato rimangiata in una notte: ordini venuti dall’alto che hanno determinato, con la fuga dei 120mila cristiani, un vespaio di risentimenti e sospetti.

«Che sicurezza avremo dopo la liberazione. Chi ci difenderà?», si chiede anche Hassen. Fa parte di un gruppo di giovani catechisti. Con lui pure Saray: «Ora abbiamo la forza di ripartire. Ma quando saremo lì e vedremo le nostre case distrutte e avremo gli occhi pieni di macerie, forse ci verrà meno quella forza e capiremo che non è più casa nostra». È la paura del Daesh, che non si può cancellare con un colpo di spugna o una raffica di mitra: «Da due anni ci chiediamo: quando verrà sconfitto il Daesh? Ma potremo vivere con queste parole che risuonano nella nostra testa?», si chiede Diana.

Ritornare, per un popolo intero, nella terra dove si parla e si prega in aramaico dal 300 dopo Cristo? «Speriamo di tornare, ma gli anni della ricostruzione saranno ancora più difficili: si deve lavorare per la riconciliazione fra la gente», spiega fratel Basim, rogazionista come padre Jalal, pure lui a “Nistiman”.

Si combatte ancora mentre le autorità locali cercano di riannodare le fila spezzate da due anni di guerra. Il consiglio comunale di Mosul, in esilio a Dohuk, avrebbe ripreso a riunirsi, come pure le autorità locali degli altri villaggi liberati. Si sogna di ritornare, guardando la guerra in diretta sulle tv satellitari, ma intanto c’è chi combatte. Due battaglioni cristiani sono parte delle forze speciali antiterrorismo entrate a Bartalla. A Qaraqosh sarebbe in azione anche la “Ninive protection unit”, cristiani dipendenti dal ministero della Difesa di Baghdad. C’è chi parla anche degli “Ashuri”, gli Assiri, una milizia cristiana di circa 400 elementi pronta ad entrare in azione. Nuove alleanze e timore di signori della guerra locali capaci di fare da ago della bilancia: come Atil al-Yugefi, ex governatore di Mosul su cui pesa un ordine di cattura ma al comando di una potente milizia personale. Per questo ritornare, per i cristiani della Piana di Ninive, vorrà dire aver garantito uno spazio fra nuovi e vecchi poteri locali. Un «governatorato cristiano» sui villaggi liberati è una ipotesi che piace ad alcuni leader politici della comunità, ma è ancora troppo presto per tornare come per issare bandiere e scrivere ordinanze.

Intanto, come un mostro, il Daesh continua a colpire e a Mosul la battaglia casa per casa è solo ai primi giorni. Sui social si fa la conta dei «martiri». Molti di più di quelli dichiarati ufficialmente, ti dicono. E a sera tutti si sintonizzano su Google map e vanno a cercare la loro casa abbandonata. Sulle scale che portano all’uscita di “Nistiman” un anziano soldato, meglio non chiedere di quale battaglione o milizia, con un sorriso mesto saluta abuna Jalal: «Hanno bombardato la mia casa», dice. «Allah Karim!», esclama a mo’ di saluto. «Dio è generoso». Provvederà.

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