lunedì 29 ottobre 2012
L'indice di gradimento, i polls, i sondaggi, l'altalena degli swing States, il numero crescente di americani che hanno seguito contemporaneamente l'ultimo dibattito con un occhio alla tv e uno a Twitter e ai social network contano, certo, ma fino a un certo punto», ammicca sardonico David Shepardson, ascoltato analista del Detroit News. Perché il numero magico da tenere d'occhio, quello che spaventa gli strateghi di Barack Obama al punto da esorcizzarlo con un risentito mutismo è un altro, ed è una percentuale che tutta la nazione conosce, e se non la conosce la sente comunque sulla pelle, come un prurito anticipatore: 7,2. Sette virgola due è la percentuale-limite di disoccupazione che l'America che va al voto storicamente riesce a sopportare. Oltre quella, nessun candidato da Roosevelt in poi è mai riuscito a farsi rieleggere. Nella West Wing, l'ala della Casa Bianca dove i consiglieri del presidente si affannano a limare i danni di un'economia in faticosa ripresa, la cifra da incubo, quella reale, è 7,8%, con un aumento dei sussidi di disoccupazione e Mitt Romney che attacca a testa bassa sostenendo che il dato reale viaggia attorno all'11% e che da quando Obama si è insediato a Washington sono andati perduti 600mila posti di lavoro. Un disastro. Un disastro che potrebbe arrivare a sovvertire i sondaggi favorevoli al presidente in carica, nonostante qualche timido segnale che ha fatto scendere la disoccupazione sotto la soglia dell'8%. Un successo, insistono i sostenitori della cura-Obama; troppo piccolo perché il prurito sotto la pelle possa estinguersi. Lo si capisce anche qui, nel Michigan, sulla sponda americana del Lake Erie, a un tiro di schioppo dal Canada, quel Canada che da tempo è scomparso dalle pagine dei giornali locali e dalla televisione e che per questo spicchio di Nordamerica che va da Milwaukee a Chicago a Detroit è diventato il Grande Rimosso: «Perché - spiega Shepardson - laggiù, appena al di là dall'Ambassador Bridge, il welfare funziona e la mano pubblica interviene, all'europea. In poche parole, fumo negli occhi per l'America che vuole Romney e che in parte vorrebbe anche Obama». Benvenuti a Detroit, la città di Charles Lindberg e di Henry Ford, ma anche di Madonna, di Francis Ford Coppola, della rivolta razziale della 12esima Strada del 1967, megalopoli a maggioranza nera raccontata da Eugenides nel suo romanzo Middlesex e da Clint Eastwood nel film Gran Torino, capitale dell'automobile e insieme del suo funerale, e oggi della faticosa rinascita dei tre grandi marchi americani, General Motors, Ford e Chrysler, recinto urbano grande due volte Manhattan e ridotto a una popolazione che non arriva a 750mila anime, quando nel 1950, all'apice della sua parabola industriale, ne contava un milione e 850 mila. Non per niente Detroit era soprannominata "The Great Arsenal of Democracy".Qui, come a Toledo nell'Ohio, Obama ha riacceso la speranza dei blue collars, le tute blu che lo hanno votato in massa rivitalizzando grazie al prestito concesso alle case automobilistiche, un settore che Romney viceversa voleva lasciar fallire. Ma la gratitudine, come la memoria, ha corto respiro. Gli stessi operai che la Chrysler ha riassunto a condizioni molto meno favorevoli (quelli nuovi addirittura a mezza paga, con prospettive molto più basse dei loro colleghi anziani e con pensione e assicurazione sanitaria da pagare in proprio) non sono esattamente un'orda di entusiasti. Voteranno Obama, certo, lo faranno vincere anche perché la disoccupazione nell'Ohio è scesa fino alla magica soglia del 7,2, ma turandosi il naso e distogliendo lo sguardo.In fondo anche il rapper Eminem - cittadino di Detroit e un tempo campione di turpiloquio - si è come convertito alle buone maniere e gira levigati spot sulla rinascita della città che il sindaco Bing vorrebbe riconvertire a giardino autarchico. Ma basta un giro di isolato fuori da downtown perché l'America più profonda e ferita, quella della povertà e dell'esclusione sociale mostri il più spietato dei suoi volti. Cornelia Newpone, una donna di colore, ha 44 anni, è disoccupata da dieci e non ha un brandello di sussidio, alla faccia di quanto proclama Romney, con quel 47 per cento di americani che - a suo dire - non lavorano, si lamentano e vivono alle spalle della comunità. L'edificio in cui vive con tre figli (del marito o compagno che sia è inutile domandare: l'abbandono del tetto da parte dei maschi neri è fisiologicamente elevatissimo in tutti gli States) sarebbe perfetto per un horror movie, molto meno per viverci: le finestre sono senza vetri, gli infissi rari, la porta d'ingresso ha un catenaccio arrugginito. «Due anni fa ha nevicato per tre mesi - dice -. Credevo saremmo morti tutti». «Dicono che i neri debbono essere bravi due volte, rispetto ai bianchi. Che la polizia ci guarda comunque con sospetto, anche se il poliziotto è nero come me». Voterà Obama? «Scusi?» Chi voterà? «Non mi sono iscritta - dice Cornelia - a che cosa serve? Sempre disoccupata rimango». Nel Michigan che si sta adornando dei magnifici colori dell'autunno Romney sa che non riempirà il carniere dei voti della affannata classe operaia e nemmeno dei neri. Ma, nonostante proprio lui abbia delocalizzato nei Paesi asiatici perché il costo del lavoro è più basso di quello americano, riscuoterà molte simpatie presso i colletti bianchi, che in Obama continuano a vedere una sorta di socialista mascherato.Forse non basteranno le martellanti accuse dell'ex governatore mormone del Massachusetts nei confronti del modello statalista di Obama, del suo welfare, della sua promessa - francamente utopistica - di milioni di nuovi posti di lavoro a fare breccia in quel firewall, quel muro di fuoco che lo staff del presidente era convinto fino a ieri di avere eretto attorno agli Stati cruciali, come l'Ohio. Ma proprio quella visita lampo a Dayton, a rinnovare i fasti dell'automobile e del salvataggio concesso alle majors di Detroit proprio da Obama cela a fatica il brivido che da due giorni corre lungo la schiena degli strateghi della Casa Bianca, dopo che i sondaggi - il temibile Rasmussen in testa - hanno rivelato a sorpresa che in Ohio c'è perfetta parità fra i due contendenti e che la vittoria o la sconfitta si giocheranno sull'umore dell'ultimo operaio, dell'ultimo white collar, fino a quel 6 novembre che per Obama sembra non arrivare mai.
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