martedì 13 febbraio 2024
L'ad Morselli in commissione Industria: non si produce acciaio senza soldi. Il ministro Urso: cambiare rotta. Protesta senza fine degli imprenditori che temono di perdere 140 milioni di crediti
L'ad Lucia Morselli oggi attesa in commissione Industria al Senato

L'ad Lucia Morselli oggi attesa in commissione Industria al Senato - Ansa

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«Cambiare rotta ed equipaggio» per uscire dall’impasse in cui da mesi è caduta Acciaierie d’Italia. Al termine dell’ennesima giornata caotica, con le aziende dell’indotto che protestano a Taranto, Sace che continua a chiedere l’elenco dei creditori, il fronte sindacale si riparte con una convocazione a Palazzo Chigi per lunedì pomeriggio e l’ad Lucia Morselli che snocciola dati in commissione Industria al Senato, è il ministro del Made in Italy Alfonso Urso a dire che la trattativa in extremis per evitare l’amministrazione straordinaria è appesa ad un filo. «Dato che il principale azionista che guida l’azienda, cioé ArcelorMittal, ci ha comunicato di non avere alcuna intenzione di mettere risorse e di investire in azienda» sottolinea Urso, è chiaro che bisogna trovare altre strade. Lo Stato non prenderà il posto del socio privato ma sta cercando soluzioni per consentire l’uscita dei Mittal senza il commissariamento e soprattuto sta cercando di salvare le aziende dell’indotto.

Le esternazioni dell’ad Morselli sono apparse fuori luogo in una situazione ormai così deteriorata. In commissione ha ridimensionato la gravità della situazione parlando di un debito reale della società di 700 milioni di euro, e non di 3,1 miliardi. «Questo debito di cui si parla è in massima parte verso la capogruppo, per circa un miliardo. Poi c’è un miliardo circa di debito che dovremmo pagare nel caso in cui dovessimo comprare gli impianti». Il vero problema per Morselli è dettato dalla mancanza di liquidità che ha reso impossibile incentivare la produzione rendendo insostenibili i costi. «Questa azienda ha circa 10mila persone con una produzione, quest’anno, di tre milioni di tonnellate. Abbiamo un enorme eccesso di personale. Nonostante questo abbiamo sempre pagato gli stipendi, anche in questo mese». Respinte al mittente tutte le accuse di mancata collaborazione con il governo, dalla visita sospesa dei commissari nello stabilimento di Taranto all’elenco dei creditori negato. Secondo l’ad i crediti dell’indotto sarebbero appena di 72 milioni con 78 aziende interessate. Cifre smentite sia da Sace che da giorni ha chiesto informazioni per poter attivare le misure previste dal decreto salva-indotto, sia dai diretti interessati che continuano la loro protesta

Gli imprenditori dell'indotto ex Ilva aderenti ad Aigi oggi hanno occupato il ponte girevole di Taranto nell'ambito della protesta avviata da giorni per invocare la tutela di crediti per 140 milioni di euro vantati dalle aziende nei confronti di Acciaierie d'Italia. Il traffico nel centro cittadino è rimasto paralizzato per ore, poi la protesta si è spostata sotto la sede del Comune. “Adesso basta, no al 2015 bis": è lo striscione più significativo della protesta ad oltranza delle aziende dell’indotto di Acciaierie d’Italia. Invocano tutele per i crediti vantati nei confronti di Adi che rischiano di perdere in caso di ricorso all'amministrazione straordinaria. Uno scenario purtroppo familiare per loro: avvenne così nel 2015 quando l'Ilva (si chiamava ancora così) fu commissariata e andarono in fumo crediti per 150 milioni.

Ieri una rappresentanza dei manifestanti è stata ricevuta dal prefetto Paola Dessì, a cui sono state consegnate simbolicamente le chiavi dell'azienda. Poi una delegazione si è spostata a Bari per incontrare il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, e gli assessori allo Sviluppo economico Alessandro Delli Noci e al Lavoro Sebastiano Leo. Le imprese dell'indotto hanno sospeso da diversi giorni le attività per il siderurgico e in molti casi hanno dovuto fare ricorso alla cassa integrazione per i lavoratori. "L'unica possibilità - ha commentato Fabio Greco, presidente di Aigi - è un accordo bonario tra le parti per poter pagare i crediti immediati ai nostri fornitori. Questo ci darebbe la possibilità di ripartire". Le aziende probabilmente non saranno nemmeno nelle condizioni di onorare le scadenze fiscali e previdenziali.

L'ipotesi del commissariamento resta la più concreta al momento. Il governo Meloni ha varato due decreti con misure ad hoc per la procedura e interventi per salvaguardare le imprese dell'indotto concedendo la preducibilità dei prestiti e l’accesso a fondi di garanzia per la liquidità. I due decreti, che potrebbero fondersi in uno, sono all'esame della commissione Industria del Senato e l'obiettivo è procedere con un iter spedito per la conversione in legge.

Proprio il decreto sull’indotto è al centro del braccio di ferro tra AdI e Sace sui documenti e le informazioni riguardanti le aziende da tutelare. Il confronto, al momento, non si sarebbe ancora risolto, e Acciaierie - si apprende da fonti vicine al dossier - avrebbe sollevato dubbi applicativi per l'individuazione delle società da aiutare e per il rispetto dei necessari criteri di riservatezza aziendali.

Intanto Fim, Fiom e Uilm sono stati convocati per il 19 febbraio dopo aver chiesto con insistenza al governo di ascoltarli. "Da giorni sembrerebbe essere in atto una trattativa segreta tra i soci di Acciaierie d'Italia alla ricerca di una soluzione condivisa per il cambio di gestione. È inaccettabile che dopo due decreti voluti dal governo per estromettere Mittal, attraverso l'attivazione dell'amministrazione straordinaria, la situazione e il futuro dell'ex Ilva rimangano nella totale incertezza" sottolineano i sindacati.
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