martedì 27 novembre 2012
Con il nuovo regolamento attuativo l'imposta è evitata solo con rette simboliche. «Impossibile», dicono gli istituti. Le opinioni di Cdo, Fism e Agesc.
Senatori si oppongono alla tassazione delle paritarie​
LA LETTERA «Io, un parassita della scuola d'infanzia» di don Carlo Velludo
TASSE & CHIESA VAI AL DOSSIER
COMMENTA E CONDIVIDI
«Così siamo condannati alla chiusura». È un coro unanime quello che si leva dalla scuola paritaria cattolica dopo la pubblicazione del decreto 200 con il relativo regolamento sulle esenzioni dal pagamento dell’Imu per gli immobili utilizzati dagli enti. È dopo l’iniziale sconcerto, ora è il momento della rabbia. «Questo decreto ha l’amaro sapore di una grave presa in giro nei confronti delle scuole paritarie» commenta amara la Cdo-opere educative, che riunisce alcune centinaia di istituti scolastici. «Ci chiediamo: è uno scherzo o che cosa? – aggiunge –. Non facevano prima a dire semplicemente che le scuole paritarie non sono esentate dall’Imu?».Non meno amaro il commento del segretario nazionale della Federazione delle scuole materne di ispirazione cristiana (Fism), Luigi Morgano, che rappresenta con quasi 8mila scuole e oltre 700mila iscritti la fetta più consistente della scuola paritaria cattolica. «Siamo davvero al paradosso – dice –: da una parte lo Stato ci impone una nuova tassa e dall’altra continua a ridurre costantemente i fondi, tra l’altro esigui, stanziati in bilancio per la scuola paritaria. Però la legge, giustamente, così come la Dottrina sociale della Chiesa, impone che il nostro personale abbia un contratto e venga pagato. Spese a cui è impossibile fare fronte con rette che il decreto 200 vorrebbe simboliche o tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio». Ma già oggi, aggiunge con forza Morgano, «le rette coprono solo in parte i costi che una scuola paritaria deve affrontare». Impossibile dare una percentuale media, perché «sono molte le variabili da tenere in considerazione a seconda della collocazione geografica della materna. Di certo le rette non sono in alcun caso in grado di coprire i costi di una scuola paritaria, che deve ricorre ai fondi dello Stato, delle Regioni e degli enti locali - quando sono previsti - alle attività extrascolastiche per raccogliere fondi e soprattutto al ripianamento operato dagli enti gestori, in particolare Congregazioni e comunità ecclesiali».Sulla stessa lunghezza d’onda don Francesco Macrì, presidente nazionale della Fidae, la Federazione che riunisce primarie, medie e superiori paritarie cattoliche. «I requisiti aggiunti da questo regolamento costituiscono la definitiva sentenza di morte delle scuole paritarie. Ma come si pensa che le scuole paritarie possano fare fronte al rispetto della contrattazione collettiva, dell’adeguatezza funzionale degli edifici, del sostegno agli alunni portatori di handicap, quando per essere esentata dall’Imu dovrebbe offrire un servizio scolastico ed educativo a titolo gratuito o simbolico?». E «non regge» neppure il richiamo agli obblighi previsti dall’Europa: «non si tiene conto – aggiungono all’unisono Macrì e Morgano – che negli altri Paesi dell’Unione le scuole non statali godono di un finanziamento pubblico tale da poter davvero praticare rette simboliche ad integrazione del contributo statale», che permette loro di coprire gran parte dei costi. «Ma in Italia la musica è diversa – denuncia don Macrì –. Il finanziamento pubblico della scuola paritaria è irrisorio e per di più si arresta alle scuole materne e primarie convenzionate. Tutte le altre non hanno alcun finanziamento». Ecco allora l’invito del presidente nazionale dell’Associazione genitori scuole cattoliche (Agesc) Roberto Gontero: «Se davvero vogliamo allinearci all’Europa occorre anche adeguare i finanziamenti a favore della scuola non statale» ponendo così fine alla discriminazione in base al reddito per le famiglie che vogliono esercitare il diritto costituzionale di libertà di scelta in campo educativo.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: