venerdì 18 settembre 2009
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Nella nostra società si sta assistendo a una sorta di «eclissi dell’educazione. Si esalta la libertà dell’individuo di determinare in piena autonomia il proprio cammino, di rielaborare la propria identità, senza doversi confrontare con uno standard prestabilito di normalità». Una crisi profonda e vasta, come dimostra il capitolo del Rapporto-proposta, dedicato all’ambito specifico della scuola. Del resto, quest’ultima «è specchio della società» e difficilmente non risente delle situazioni negative che l’essere comunità vive. «Nel passato tra le generazioni esisteva un passaggio di valori e tradizioni consolidati – commenta Luisa Ribolzi, esperta di problematiche educative e ordinaria di sociologia dell’educazione presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’università di Genova –. Oggi invece questa trasmissione è interrotta e avviene soltanto per poche cose». Insomma «è saltata quella solidarietà intergenerazionale», che nell’educazione aveva il suo momento più alto. «Viviamo in una postmodernità – si legge nel capitolo – caratterizzata dalla frammentazione, dalla complessità e dalla prevalenza della dimensione individuale. Il desiderio di autorealizzazione conta più del bene comune». Come dire, aggiunge la professoressa Ribolzi, che «il corpo sociale si è trasformato in una somma di particolarismi autoreferenziali». E tutto questo «non può non pesare su una realtà, come la scuola, strutturalmente basata sulla dimensione comunitaria». Ripercussioni che il Rapporto-proposta elenca e spiega con chiarezza. «Non bisogna mai dimenticare che l’educazione, intesa nel senso più nobile – commenta Luisa Ribolzi – comprende tre aspetti: educazione, formazione e istruzione. Spesso si assiste al potenziamento di solo uno di questi aspetti. E questo crea dello squilibrio nell’azione educativa». Infatti si può scivolare, come dice il capitolo, «in una scuola che avrebbe senso solo in quanto utile ai processi economici e produttivi». Ma si può cadere anche in una finalità che «rischia di ridursi ad apprendere per apprendere». O peggio ancora trasformare progressivamente la scuola in una sorta di supermercato, «in cui ognuno va a prendere quello che gli serve, in funzione del proprio progetto di autorealizzazione, senza però cercarvi, ovviamente le indicazioni esistenziali per mettere a punto il progetto di vita». La stessa figura del docente, aggiunge l’esperta, «subisce un declassamento, non solo sociale, ma anche funzionale: da figura capaci di educare al senso critico le giovani generazioni, a semplici impiegati, facilitatori culturali o addestratori». Un grave errore, perché, prosegue Ribolzi, «anche i giovani di oggi continuano a cercare modelli di riferimento tra gli adulti». Lo dice con chiarezza anche il capitolo: «I giovani continuano a guardare agli adulti. Sono forse gli adulti che hanno smarrito la propria responsabilità di educatori per stanchezza, sfiducia, senso di impotenza, malinteso rispetto per la libertà dei ragazzi». È così vero che ormai, denuncia ancora il capitolo, «nella nostra società non ci sono più i bambini. Sono molto più precoci dei loro coetanei di trent’anni fa. È come se fosse venuta meno una condizione che consentiva un approccio graduale alla realtà, proporzionandolo allo sviluppo complessivo della personalità». Ma il Rapporto-proposta indica anche una possibile via da perseguire per tentare l’inversione di rotta. È l’autonomia scolastica, che, si legge, «consentirebbe la realizzazione di vere e proprie comunità educanti, in grado di ridefinire incessantemente, attraverso un libero e responsabile confronto interno, le rispettive identità culturali e pedagogiche». «L’autonomia – commenta la professoressa Ribolzi – consente alla scuola di mettersi in rapporto con le persone che vivono in un territorio. È una risposta educativa costruita insieme, all’interno di una società sempre più differenziata. Insomma l’autonomia può essere inteso come uno strumento attraverso il quale responsabilizzare i soggetti dell’educazione». In questo contesto, secondo il capitolo che il Rapporto-proposta dedica alla scuola, «può trovare soluzione anche la questione della scuola statale e paritaria. Rivendicare la libertà di educazione non è una battaglia confessionale, bensì una battaglia per il pluralismo delle istituzioni e per la stessa laicità». Del resto, aggiunge la Ribolzi, «l’autonomia è una risposta differenziata alle esigenze dei diversi territori, pur con uno quadro unitario». Una risposta differenziata, che comunque rappresenta un patrimonio della scuola, così come la presenza «degli studenti stranieri, attraverso cui valorizzare le differenti espressioni dell’unica umanità». Di certo una via da perseguire.
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