martedì 28 novembre 2017
Il portavoce dell’episcopato locale Soe Naing: la priorità è la lotta alla povertà. Anche i non cristiani comprendonoil valore del viaggio papale
Padre Mariano Soe Naing

Padre Mariano Soe Naing

Quella del Papa in Myanmar è una visita dai contenuti importanti e dalle grandi attese. Generalmente la popolazione sa dell’illustre ospite e a grandi linee conosce anche le ragioni e appuntamenti del suo primo pellegrinaggio in terra birmana, ma il Paese è lontano da una coscienza di che cosa questo significhi, non solo per i 650mila cattolici su quasi 52 milioni di abitanti, ma per il Myanmar nel suo complesso. «Anzitutto, ci aspettiamo che il Santo Padre lanci dal nostro Paese un messaggio contro la povertà, che è anche nostra – spiega Mariano Soe Naing, por- tavoce della Conferenza episcopale birmana –. Allo stesso tempo, ci aspettiamo che il Papa possa dare voce a questo Paese per troppo tempo chiuso al mondo. Noi che siamo parte della Chiesa comprendiamo i valori evangelici e cerchiamo di propagarli, tuttavia se a parlarne sarà lo stesso Papa, l’impatto sarà maggiore. Noi abbiamo poche possibilità di trasmettere il nostro messaggio, lui darà sicuramente un contributo. L’annuncio ufficiale del viaggio il 28 agosto ci ha reso tutti felici - e estremamente impegnati - per qualcosa che nessuno pensava possibile, ancor più dopo che l’invito nel 2014, in occasione dei 500 anni della presenza cattolica in Myanmar non aveva dato risultati. Uno slancio significativo, ovviamente, è stato dato dall’avvio delle relazioni diplomatiche lo scorso maggio e dagli incontri di papa Francesco con Aung San Suu Kyi.

Come viene percepita la visita dai non cattolici?
In modo sostanzialmente positivo. Io ho avuto vari colloqui con musulmani, buddisti, altri. Tutti sono coscienti dell’importanza di questo evento e che del rilievo unico che esso darà a questo Paese che molti all’estero non conoscono. Sul un piano che unisce religione e politica, vi è anche attesa data la crisi in corso nello Stato Rakhine, al centro dell’esodo dei mesi scorsi della popolazione musulmana verso il Bangladesh..

Inevitabilmente, la 'questione Rohingya' peserà sulle giornate birmane del Santo Padre. In che modo?
Speriamo nel senso di rendere un’immagine migliore della nazione. Il viaggio asiatico si situa in tempo particolare e riguarderà due Paesi (Myanmar e Bangladesh) che condividono lo stesso problema dei profughi. Questo, al di là di quello che il Papa dirà o farà, potrebbe portare a varie interpretazioni. La maggioranza della popolazione conosce che cosa sta succedendo. Alcuni vogliono profittare delle situazioni di conflitto, altri cercano di comprenderle e altri ancora di agire per porvi fine. Per questo, la visita papale potrebbe migliorare la situazione, dando maggior coraggio alle forze positive, oppure peggiorarla, alimentando ulteriore discriminazione. Dipenderà da come come sarà percepita e forse strumentalizzata da alcuni. Per comprendere meglio, occorre tenere presente un più ampio quadro birmano, delle situazioni di conflitto ancora aperte, non solo nel Rakhine.

In che senso?
Il Paese ha bisogna di pace ma teniamo conto che da mezzo secolo abbiamo conflitti etnici da risolvere. Questo sfida il Paese ma anche la comunità internazionale. Noi come i governanti, non possiamo parlare solo dei problemi che riguardano una minoranza musulmana e non tenere conto, ad esempio, di quelli di etnie come Kachin e Kayah con una maggioranza o una consistente minoranza cristiana. Il rischio di accrescere i problemi è reale e va compreso. Occorre tenere presente che, nonostante le tornate di colloqui di pace incentivate da Aung San Suu Kyi e dal suo governo, restano attivi diversi focolai di conflitto. Occorre vedere tutto nella complessità del nostro Paese. Ad esempio, capire che chi guadagna dalle tensioni non sono solo le forze armate birmane ma anche le milizie etniche che a essi si oppongono, o alcune di esse.

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