mercoledì 30 novembre 2011
Oltre 1.400 città hanno aderito alla giornata promossa dal movimento. Cresce il numero di Stati abolizionisti: sono 139 contro i 58 che ancora eseguono condanne capitali. Il Guardasigilli italiano Severino:  non è garanzia di sicurezza. Oggi si illumina il Colosseo.
Il Papa: bene l'impegno per eliminare la pena di morte
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È la sintesi di tutte le debolezze dei sistemi giudiziari. Nega il potere di riabilitazione della pena. Favorisce gli abusi sui detenuti. Crea altre vittime. Diffonde dolore tra i familiari dei condannati. L’omicidio di Stato – perché la pena capitale non è altro che una vendetta istituzionalizzata – disumanizza chi la infligge senza nemmeno funzionare da deterrente. Quando poi non uccide innocenti. Nella Giornata internazionale «Città per la vita» – promossa dalla Comunità di Sant’Egidio in più di 1.400 centri di 87 Paesi – più di 20 ministri della Giustizia da Africa, Asia, America Latina ed Europa sono arrivati a Roma per ribadire con le organizzazioni della società civile l’impegno nella mobilitazione mondiale. Un cammino che sta riducendo, anno dopo anno, il numero degli Stati che mantengono la pena capitale.Proprio i ministri dell’Africa, continente tormentato, confermano una sensibilità sorprendente: ad agosto il Kenya ha commutato 4mila condanne capitali in ergastoli, il Benin si è impegnato a cancellarla nella riforma costituzionale, negli ultimi sei anni altrettanti Paesi hanno mandato in pensione definitivamente il boia. Un cammino che Benedetto XVI ha incoraggiato nell’esortazione apostolica “Africae Munus” appena consegnata nella sua visita in Benin: «Occorre fare di tutto per abolire la pena capitale».Oggi i Paesi che legittimano l’omicidio se è di Stato sono 58, a fronte di 139 che l’hanno cancellato, per legge o disapplicandolo: tra questi, 96 sono abolizionisti per tutti i crimini, 9 per crimini comuni, 34 gli abolizionisti di fatto che da anni non eseguono condanne. L’anno scorso si sono verificate esecuzioni in 23 Paesi.Ad aprire la Conferenza internazionale dei ministri della giustizia, ospitata singolarmente proprio nella “sala della Clemenza” di Palazzo Altieri, sede dell’Abi, c’è il Guardasigilli italiano Paola Severino. «Siamo convinti che l’abolizione della pena capitale dia un contributo alla tutela dei diritti civili – dice il ministro italiano – perché non costituisce in alcun modo una garanzia di sicurezza». Severino ricorda le tre risoluzioni Onu come «tappe fondamentali verso l’eliminazione della pena di morte: un traguardo lontano, che però va perseguito con determinazione. L’Italia è in prima linea». C’è anche Andrea Riccardi, stavolta non nei panni di fondatore della Comunità ma di ministro della Cooperazione: «È una battaglia radicata nella cultura italiana, che è amore per la vita, senso del diritto e della giustizia». Un percorso «che dà dignità allo Stato, cominciato da lontano, quando la pena di morte era ritenuta qualcosa di giusto e razionale».Mario Marazziti, portavoce della Comunità, ricorda che la data scelta per la giornata celebra la prima abolizione, il 30 novembre 1786, nel Granducato di Toscana. No alla pena di morte, dunque, «per non legittimare al livello più alto, quello della giustizia pubblica, la possibilità di togliere la vita. L’inumanità avviene nel momento in cui si uccide». Tra le tante ragioni per dire no, Marazziti ne sceglie una: «Perché non possiamo mai essere come loro, come chi uccide». Con le risoluzioni dell’Onu, anche se non vincolanti, «l’abolizione della pena di morte ha ormai fatto il suo ingresso ufficiale all’interno degli standard di umanità e civiltà che la comunità internazionale intende raggiungere. È solo un problema di “quando”, non di “se”». Anche perché, ricorda Marazziti «non c’è nessuna statistica che mostri come a più sentenze capitali corrisponda meno violenza e meno crimine». L’effetto deterrente, in chi di norma uccide in preda all’ira o ad alcol e droghe, è inesistente.Elisabeth Zitrin, membro statunitense della Coalizione mondiale contro la pena di morte, ricorda lo scandalo dei 3mila condannati «in un Paese che pensa di essere la più grande democrazia del mondo». Negli Usa dal 2007 tre Stati hanno abolito la pena capitale: New Jersey, New Mexico, Illinois. Zitrin è fiduciosa: «Tra un anno crediamo che anche il mio stato, la California, la cancellerà e torneremo a Roma a festeggiare». Christian Sow è il ministro della Giustizia della Guinea Conacry, abolizionista “de facto”, che nelle votazioni sulla moratoria si è sempre astenuto. Sow ricorda che in Africa «la violenza è vissuta quotidianamente e nelle prigioni spesso i detenuti muoiono senza condanna: per denutrizione, malattia, risse, incendi o per le violenze degli agenti». Ma l’Africa «può compiere assieme all’Europa il cammino per rinunciare al male che si aggiunge al male». Oggi pomeriggio i ministri della Giustizia incontrano il presidente del Senato Renato Schifani. Stasera alle 19 la cerimonia finale con l’illuminazione speciale del Colosseo, ieri sede di spettacoli cruenti, oggi simbolo mondiale della Giornata delle città per la vita.
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