mercoledì 16 dicembre 2020
L’ipotesi più severa è la zona rossa nazionale nei festivi, ma il premier è contrario. La più probabile: arancione tra il 24 dicembre e il 6 gennaio, con coprifuoco anticipato
L'albero di Natale in Galleria Vittorio Emanuele a Milano

L'albero di Natale in Galleria Vittorio Emanuele a Milano - Lapresse

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«I Dpcm sono stati condivisi, partecipati. Una dittatura? Giuseppe Conte che decide da solo? Slogan che non corrispondono alla realtà, non sono un uomo solo al comando». Non ci sta il premier, a fare da bersaglio alle critiche che da più parti lo dipingono talora come decisionista, talaltra come indeciso. La stretta natalizia da più parti invocata per frenare anzitutto gli assembramenti per lo shopping è ancora al vaglio del governo.

La decisione sui contenuti di un ennesimo Dpcm potrebbe arrivare oggi o al massimo domattina. Conte, secondo alcune fonti, non sarebbe fra i più propensi a un lockdown totale, con serrata di negozi e locali e stop a ogni spostamento. Lui stesso, in serata, lo lascia intendere, parlando di "ritocchini": «Abbiamo già predisposto un piano per le festività natalizie – argomenta –. Forse qualche ritocchino ci sarà, alla luce dei suggerimenti del Comitato tecnico scientifico qualche misura ulteriore la introdurremo. Ci stiamo riflettendo».

In ogni caso, aggiunge il premier, «dobbiamo scongiurare una terza ondata perché sarebbe molto pesante». Stretto fra le richieste del Cts, le tensioni interne alla maggioranza e le pressioni dei governatori delle Regioni, Conte cerca di tenere la posizione: «Il sistema delle regioni colorate sta funzionando, abbiamo evitato un lockdown generalizzato come in Germania. Con misure calibrate e ben circoscritte stiamo reggendo bene questa seconda ondata», è la sua valutazione. Dal canto suo, attraverso il coordinatore Agostino Miozzo, il Cts anticipa quanto dirà oggi al governo: «Abbiamo raggiunto un punto d’incontro e condiviso all’unanimità la necessità di inasprire le misure di contenimento del contagio – fa sapere Miozzo –. Al ministro Roberto Speranza e al governo abbiamo quindi suggerito di considerare quanto previsto dalla normativa già in vigore».

Le Regioni e il nodo ristori. Nell’esecutivo, con la ministra Teresa Bellanova Italia Viva ha sollevato lunedì la questione: se si decidesse di far chiudere negozi e ristoranti, allora servirebbero ristori adeguati alle perdite economiche degli esercenti. Ieri la questione è tornata anche nelle considerazioni dei presidenti di Regione, che stamani vedranno Conte: «Discuteremo col governo sulle eventuali misure da prendere», dice il presidente leghista del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, che avverte: «Se si vuole fare un intervento forte lo si faccia, garantendo però una copertura totale. Nessuno vuole fare sacrifici se poi la soluzione non arriva, così come i ristori». Fedriga non si dice contrario a un lockdown totale, ma «solo se il governo troverà le coperture economiche dal 25 dicembre al 6 gennaio, per le categorie più esposte servirebbe un ristoro totale». Dalla Liguria, il presidente Giovanni Toti considera una eventuale nuova stretta «non coerente col metodo usato finora. A me sembravano regole già abbastanza strette. Ora perché cambia idea la Merkel, cambiamo idea anche noi?».

Le ipotesi sul tavolo. Fra le opzioni al vaglio del governo, una zona arancione nazionale dal 24 dicembre al 1 gennaio, con bar e ristoranti chiusi anche a pranzo e circolazione permessa solo nel proprio Comune. Oppure una zona rossa nazionale, ma solo nei giorni prefestivi e festivi (24–25–26 dicembre; 31 dicembre–1° gennaio; 5–6 gennaio), con chiusura di tutti gli esercizi e attività non essenziali e la possibilità di uscire di casa solo per ragioni di salute, lavoro e necessità. Terza ipotesi, forse la più probabile, è quella mediana di un’Italia tutta arancione fra il 24 dicembre e il 6 gennaio, con negozi e ristoranti aperti ma con l’anticipazione del coprifuoco alle 18 o alle 20.

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