mercoledì 10 maggio 2023
Il capo della squadra Mobile, Cali: su Internet si formano bande violente che poi si sciolgono. Ma la città non è il Bronx. Don Burgio: molti ragazzi sono analfabeti emotivi e hanno una sofferenza
Baby gang

Baby gang - Fotogramma

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Si dice e si scrive baby gang, in realtà si legge altro. C’è un universo molto più variegato e complesso dietro quell’etichetta che da qualche anno ormai, soprattutto dopo le violenze del Capodanno 2022 in piazza Duomo, a Milano, dopo la pandemia, è sinonimo di insicurezza in città, di devianza giovanile.

«Parlerei più in generale di disagio giovanile profondo e diffuso, in continua evoluzione – evidenza il capo della Squadra mobile di Milano, Marco Calì -. E che si sviluppa ben oltre le baby gang organizzate con riti e simbologie ben specifiche, che possiamo contare in una trentina in città. Ma è di tantissimi gruppi fluidi, non organizzati, di ragazzi che si incontrano nei social, e che anche occasionalmente manifestano comportamenti antisociali, di mala-movida, condotte illecite. Come le rapine compiute ai danni di vittime occasionali anche loro, senza avere la consapevolezza del dis-valore di quello che stanno facendo, senza rendersi conto che si sta compiendo un reato. Anche grave.

Un fenomeno generazionale dunque, che preoccupa e che va oltre le baby gang. Che ci sono e sono strutturate e organizzate, con una fortissima identità di appartenenza, legata a un territorio, al cap, al municipio, all’etnia o alla musica, rap e trap in particolare, che viaggia dai social alle strade». Il dirigente della Polizia presenta questo quadro all’interno del convegno “Disagio giovanile e baby gang” promosso da Famiglia Cristiana in collaborazione con Ucsi Lombardia. «Ci sono tante tipologie di baby gang, e si muovono nel disagio economico, di quartieri difficili, ma anche fra ragazzi di buona famiglia.

Un fenomeno davvero trasversale, che assume contorni diversi. Per questo è espressione di un disagio generazionale. Ma guardando a questo fenomeno e a come sia esploso almeno nell’immaginario e nei media, mi chiedo se si tratta davvero di un’emergenza nuova o siamo noi media, etichettandolo, a dargli forza?», lancia la provocazione il giornalista di Famiglia Cristiana Eugenio Arcidiacono, autore di Baby Gang. Viaggio nella violenza giovanile italiana (San Paolo), trovando in tutte le realtà studiate «senso di appartenenza, la forza del gruppo, la necessità di mettere tutto nella pizza dei social». Ma anche «la fragilità di questi ragazzi incontrati nelle comunità», che dopo i primi atteggiamenti di «strafottenza e di sfida verso gli adulti poi si scoprono deboli, fragili e chiedono aiuto».

Di certo sui media il fenomeno nei termini di baby gang è esploso in maniera evidente. Come rileva il pedagogo dell’Università Cattolica, Stefano Pasta, leggendo i dati di Google News, se nel 2019 gli articoli dedicati erano stati 932 e 741 nel 2020, si è passati ai 1249 del 2021 e ai 1909 nei soli primi quattro mesi del 2022. «C’è una percezione del problema, fra letture a volte semplificate che non aiutano a inquadrarlo nella sua complessità – evidenzia Pasta –. Per questo è necessario approfondire, distinguere, cogliere le ragioni sociali nell’eterogeneità del fenomeno. Capire sulla scia di Danilo Dolci: “Sognando gli altri come ora non sono, ciascuno cresce solo se sognato”».

Su questa dimensione sociale si sofferma don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorale Beccaria di Milano e animatore della Comunità Kairos di Vimodrone, che ogni giorno incontra sulla strada e dietro le mura del carcere questi giovani: «Sono ragazzi analfabeti a livello emotivo, che non sanno cos’è l’empatia, non sentono il dolore dell’altro e neanche il loro. Si portano dietro una sofferenza che pensano di risolvere con droghe, psicofarmaci e comportamenti antisociali, senza alcun riconoscimento dell’autorità. Cosa fare? Partire dal dialogo, dalla testimonianza di adulti credibili, dalla fiducia».

Purtroppo anche «il carcere non riesce, da anni, a essere un’opportunità di riscatto come dovrebbe. Resta più punitivo che rieducativo. L’ideale è sempre scongiurare che si arrivi qui. Il lavoro va fatto prima. Va fatto nella società, a scuola, nelle famiglie, che spesso non ci sono».

Don Burgio riporta l’esperienza di San Siro, accreditandosi fra i ragazzi grazie a un rapper che aveva conosciuto al Beccaria. «Quando ho chiesto a questi ragazzi i loro desideri per stare bene lì dove sono, la prima risposta è stata: un campo da calcio. Paradossalmente a San Siro, dove c’è il tempio del calcio, non c’è un campo accessibile per loro. E il campo diventa via Zamagna, sull’asfalto, quartier generale del disagio».

Lo sguardo sul disagio giovanile diventa uno sguardo su Milano e quello che deve essere. «Mentre si investe in palazzi grandiosi - dice don Burgio - crescono le sacche di povertà. E allora perché non investire su scuole, quartieri difficili, giovani, in cultura ed educazione. Se c’è un’emergenza a Milano è questa. Una cultura sbagliata che sta penetrando fra i nostri ragazzi. Serve una rivoluzione culturale che riguarda tutti, il nostro senso civico, il prendersi cura dei nostri ragazzi». Controllo e repressione – riprende Calì – sono «nel Dna delle forze dell’ordine, ma la differenza si fa con la prevenzione. Milano non ha un problema di sicurezza pi di altre città. Non è il Bronx. La sfida è educare i nostri ragazzi. Che sono il nostro futuro».


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