giovedì 7 ottobre 2021
Dice il poeta francese, che riceve oggi il premio Ceppo: «La donna – in Dante, Petrarca o Leopardi – ne è la metafora sorgiva e luminosa»
Il poeta francese Jean-Charles Vegliante

Il poeta francese Jean-Charles Vegliante - courtesy Premio letterario internazionale Ceppo

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Jean-Charles Vegliante, classe ’47, professore emerito alla Sorbonne Nouvelle, traduttore della Commedia per Gallimard, riceverà a Pistoia il 7 ottobre il Premio Ceppo Internazionale Piero Bigongiari alla carriera. Poeta di lungo corso, esperto di letteratura italiana contemporanea – ha curato edizioni francesi di Ungaretti, Montale e molti altri –, Vegliante presenterà anche la sua nuova silloge, Rauco in noi un linguaggio (a cura di Mia Lecomte, Interno Poesia, pagine 104, euro 15).

Professore, il titolo della sua lectio è “ Tradurre-scrivere senza tradir(si)”. La traduzione è, per lei, legata alla pura lingua di Walter Benjamin?

La pura lingua secondo Benjamin è una pura metafora, come la gramatica era forse per Dante, almeno all’altezza del De Vulgari Eloquentia (nel Paradiso, come sappiamo, l’anima di Adamo relativizza, in modo sorprendentemente moderno, i decorsi delle lingue umane); le metafore servono da stimoli a pensieri non ancora giunti a una piena chiarezza, fanno parte di quel pensare complesso proprio della poesia. Nel mio piccolo, l’ideale della pura lingua vale come transenna contro concezioni utilitaristiche del tradurre, strettamente semiotiche, finalizzate a un dato lettore, a favore di un lavoro creativo con le sue ambivalenze e novità perturbanti (ossia imprevedibili come dovrebbe essere ogni semantica). L’operazione traduttiva consente di avvicinare quella zona incerta, quella “nebulosa” del senso secondo De Saussure, nella quale avviene il passaggio dall’idea al segno, quel momento instabile che ho chiamato del sens naissant nel mio antico D’écrire la traduction. Ove si dà difatti il tradurre-scrivere (o anche tradurdire, proposto in altra sede) senza negare la propria voce, né ovvia- mente la voce dell’altro, tradotto perché “destinato” a – forse desideroso di – tale vero cimento di viaggio avventuroso verso mondi diversi. In tutto questo, si esercita quella pratique-théorie dell’atto traduttivo presentita da Leopardi.

Franco Fortini le dedicò una poesia. Quale ricordo ha di lui e dei poeti italiani di quella generazione?

Cosa potrei dire? Io so qualcosa dell’Italia, di italiani e dell’italiano, ma sto lontano e forse – per il venir meno di corrispondenze orali e scritte, a favore delle scorciatoie elettroniche e della rozza semplificazione dei “social” – sempre più lontano dalla conversazione viva tra chi si interessi di letteratura. Intendo, in qualità di scrivente o di vero lettore, non importa. Viene a mente un celebre passo di Fortini: «Come ci siamo allontanati./ Che cosa tetra e bella», se è lecito allargarlo a tutta la “social catena” di intellettuali, un tempo affiatati. Comunque, ricordo con affetto “quella generazione”, ormai quasi tutta scomparsa, da Fortini a Raboni a Sanguineti, Pagliarani o Amelia Rosselli, Ninni Sansone o Nava o Jolanda Insana... belle persone tutte, con una generosità e capacità ad accogliere di cui non si vede molto il colore oggi (e già che «vostra nominanza è color d’erba», però il rimpianto non è meno acuto)... Il dialogo con Raboni, di cui si trovano tracce in appendice al libro che volle tradurre, Nel lutto della luce, facendomi onore e regalo grande, rimane a testimone di tale mio ricordo.

Rauco in noi un linguaggio è un’antologia che comprende liriche da opere differenti. A cosa allude il titolo?

Il titolo è un verso, anzi un emistichio di una poesia, quindi dovrei citarla tutta (cosa alquanto ridicola poiché ne sono l’autore). Comunque, l’espressione, tra espressività e comunicazione – come avrebbe detto Fortini –, allude a fenomeni che tutti, credo, abbiamo sperimentato almeno una volta, di un linguaggio “di natura”, senza netta distinzione tra lingua e grido o verso o mugugno, insomma di un prelinguistico (vedi Pascoli, ammirato da Saussure e riletto da Contini), magari illusorio, quasi a riconnettere voce e corpora-lità, parole e cose. Tale “linguaggio”, in date circostanze, sembra volere affiorare in noi, come giustappunto una reine Sprache dimenticata, ma decaduta, bassa, inferiore o infera, rimossa, minorata. Per me, è da questo sostrato informe che nasce – quando nasce – la rara poesia.

Uno dei temi più cari della sua poesia è la presenza femminile, ninfa e alterità celeste. Cos’è per lei la donna in letteratura?

Come lei sa, un noto psicanalista ebbe a dire che «la donna non esiste». Si trattava certo di un provocatorio schematico riassunto del di lui pensiero, ma credo nondimeno che la “presenza femminile” non equivalga in assoluto alla “donna” amata, sognata, angelicata e quant’altro. Tanto meno, se espressa – come genialmente in Dante – da uno scrittore maschio; forse. La presenza del femminile, invece, mi pare scontata, diciamo pure – uscendo dal letterario – naturale, in ogni espressione umana, sia essa estetica o di semplice comunicazione. Potenza ispirante superiore (la Calliope ad apertura del Purgatorio dantesco, Laure d’Avignon per Petrarca), o più a noi fraterna come la Silvia di Leopardi, la ninfa-larva de L’isola ungarettiana, e via dicendo fino al recentissimo tu (“seduta in allerta” del “giorno”) di Italo Testa (Quattro). In una parola, ormai lo sanno tutti, «Madame Bovary c’est moi».

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