sabato 2 ottobre 2021
A 150 anni dalla nascita il Centro Pompidou ha dedicato una mostra al grande pittore che cantò l’epopea del «capro espiatorio» attraverso i tipi della miseria umana e della sua redenzione in Cristo
La parete allestita al Centro Pompidou di Parigi con le tavole del “Miserere” di Georges Rouault, in occasione dei 150 anni della nascita

La parete allestita al Centro Pompidou di Parigi con le tavole del “Miserere” di Georges Rouault, in occasione dei 150 anni della nascita - -

COMMENTA E CONDIVIDI

Al Museo nazionale d’Arte moderna del Centro Pompidou si chiude domani una piccola mostra dedicata a Georges Rouault, allestita nel centocinquantesimo della nascita. Mostra fatta con le opere già in possesso del Museo, poco appariscente rispetto a quella memorabile che venne allestita nel 1971 per il centenario. Eppure, mostra a suo modo étonnante, come dicono i francesi. Straordinaria e sorprendente. È il “colpo d’occhio” che la rende diversa da altre che si sono fatte o si potevano allestire. Ed è quello che lo spettatore prova entrando nella “Seconda sala” al quinto piano del museo, quando, dopo le prime opere, sulla parete di fondo vede, l’una affiancata all’altra, le immagini del Miserere. Non è una scelta che sia da adottare sempre, perché quelle immagini chiedono anche una visione ritmata, il tempo lento che si dedica a un’opera quasi come se si sfogliasse un libro d’arte (che, in effetti, nel 1948 venne realizzato coronando un vecchio proposito del mercante Vollard; la suite era stata eseguita dall’artista partendo da una meditazione sulla Grande Guerra, ma la finì soltanto nel 1927); tuttavia l’effetto consente allo spettatore di afferrare nell’insieme il valore di “unicità” che conserva quell’opera e le ragioni che la ispirarono. Qui, naturalmente, si possono rispolverare certi luoghi comuni sull’artista, considerato da alcuni oscuro, tristemente drammatico, pessimista, per approdare a una delle accuse che, a mio parere, cascano fuori dal vaso: “giansenista”.

Georges Rouault, “L'apprenti ouvrier” '1925)

Georges Rouault, “L'apprenti ouvrier” /1925) - Centre Pompidou, Paris

Per capire cosa c’è alla fonte dell’opera, bisogna seguire la traccia di dolore e di pietà che segna l’immaginario di Rouault all’epoca. Facciamo, dunque, qualche passo alle origini della sua creazione. Anzi, cominciamo dalla nascita di Georges. Si era quasi alla fine della guerra civile scoppiata dopo la disfatta francese a Sedan, strascico che aveva ulteriormente insanguinato e incendiato Parigi. I cannoni continuavano a tuonare, le palle degli obici piovevano sulla città e una di queste scoppiò vicino alla casa dove la madre di Rouault sta per partorire. Fuggendo nelle “cave”, i sotterranei che sono di misterioso intestino di Parigi, la donna partorì il 27 maggio 1871, il giorno prima del cessate il fuoco. Rouault riceve dunque il battesimo dalla guerra e nasce in un sobborgo parigino, Belleville, su cui intitolerà una celebre incisione del 1929, Faubourg des Longues Peines (La Pauvre Famille), dove raffigura anche la sua nascita nelle cave. Belleville è un quartiere operaio – quartier ouvrier –, dominato da fabbriche e abitazioni insalubri.

Al Pompidou è esposto il celebre autoritratto, dal titolo evocativo: L’Apprenti ouvrier, dipinto nel 1925 e donato dal pittore nel 1953. L’apprendista operaio, come scrive la curatrice delle collezioni moderne del Museo Angela Lampe, è un distillato del “progetto artistico” di Rouault, che mira a fondere sacro e profano in una icona “laica”. Ovviamente, la curatrice, da francese deve mettere le mani avanti ricordando che «vedere in lui soltanto un artista cristiano sarà come limitare la portata della sua opera». È pur sempre questo il Paese della laïcité. E la lapalissiana notazione s’appoggia sulla parola di Jacques Maritain, che con Raïssa fu molto vicino a Rouault, il quale scrive che egli «è pittore, esclusivamente pittore». Che è come ribadire che per essere poeti non basta avere un animo lirico.

Goerges Rouault, “Filles et usin” (1931)

Goerges Rouault, “Filles et usin” (1931) - Centre Pompidou, Paris

Qui è bene ricordare che egli si definiva un uomo dalle «origini popolari: Il retroterra umano è la mia vita». E Rouault conosceva bene quell’humus: il padre, Alexandre, di origini bretoni, era un artigiano ebanista e rifinitore di pianoforti. La madre, Marie-Louise, sarta, ma poi impiegata in banca, lo stimola fin da piccolo a disegnare ritratti sulle piastrelle della cucina. La figura chiave della famiglia per Georges è però il nonno materno, Alexandre Champdavoine, che vive nel Marais e ama l’arte moderna, collezionando stampe di Daumier e Manet, Courbet e Forain. Da ragazzo Georges scopre l’architettura medievale, fa i suoi apprendistati alla Scuola d’arti decorative, impara l’arte della vetrata e il cloisonnisme col piombo.

Il salto definitivo avviene diventando allievo del grandissimo Gustave Moreau, della cui casa museo, dopo la morte, diventerà conservatore. Qui, scopre una pittura che apre il solco al fauvisme. A quella scuola si forma, infatti, anche Matisse. Rouault, maturando, appare più tormentato. Comincia a lavorare sul circo, abbandona i temi religiosi degli inizi, scende in strada, respira la miseria umana, adotta qualche prostituta come modella offrendo loro un angolo di ristoro e produce quadri che documentano quella condizione «oltraggiosa» dell’esistenza. Qualcuno scandaliz- parla di vénus d’égout, cioè “veneri delle fogne”, ma in realtà Louis Vaucellex, il critico che coniò il termine “Fauve”, scrisse che Rouault non gode crudamente come Toulouse-Lautrec del vizio di quelle creature, ma «ne soffre e piange», le vede come il capro espiatorio della società. E prova una “indicibile pietà” per loro, come notano i Maritain. In questo si scoprirà poi vicino a Léon Bloy, autore di romanzi come Il disperato e La donna povera.

Un dipinto di Georges Rouault degli anni Venti

Un dipinto di Georges Rouault degli anni Venti - Centre Pompidou, Paris

Sono, come titola la mostra parigina, gli anni delle “sante ire” o collere rivolte contro l’empia borghesia, che culminano nel ciclo, grottesco e terribile, dei Giudici (ancora attuale), dove vede nei tribunali un «gioco al massacro» e si ritrova vicino a Daumier accostando grottesco e tragico; del resto, scrive, «li unisce la vita» (e lui la sperimenta nella duplice forma di clown e umile operaio). Resa di spiccata teatralizzazione, che nasce dall’«angoscia» sentita «alla vista di un essere umano che deve giudicare altri uomini» Da questa “notte oscura” di Rouault esce la visione del golgota moderno, il Miserere. Opera che non ha affatto un’origine “sacra”, ma umanissima e terragna, che si misura coi disastri della guerra e sceglie l’austerità dei mezzi espressivi. Si colloca in una storia che da Callot va fino a Goya – inizialmente doveva intitolarsi Miserere e guerra –, ma in realtà procede verso una religiosità che diventa preghiera penitenziale per la comune condizione umana, e rinnova la supplica Miserere nobis.

Serie, bellissima e tremenda, che somma tutti i temi principali di Rouault – i clown, le povere donne, i soldati al fronte, l’aridità risorgiva della terra, i paesaggi-sepolcri, la regalità –, ma ciò che si afferma è la centralità del Cristo, unico capace di redimere e salvare l’uomo dal male e da se stesso. Una meditazione per immagini, quella dell’ouvrier Rouault, che andrebbe riproposta al nostro tempo come una delle più alte espressioni “sacre” dell’arte moderna.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI