venerdì 1 giugno 2018
Al XVI Convegno liturgico internazionale le nuove sfide dall’architettura sacra e la necessità di leggere e intepretare in modo nuovo le trasformazioni delle città.
Il Duomo e la basilica di San Pietro e Paolo ad Acireale

Il Duomo e la basilica di San Pietro e Paolo ad Acireale

La città «è un fenomeno affascinante e ambiguo. Può rappresentare la forma più avanzata di civiltà e il luogo più temuto dove abitare perché dispersore di relazioni umane». Mario Abis, sociologo, docente alla Iulm, al Convegno internazionale di liturgia in corso a Bose, dedicato ad Architetture di prossimità, traccia un profilo mobile della città. Termine ampio sia perché sempre più la popolazione mondiale vive in ambito urbano (nel 2030 il 75% degli 11 miliardi di abitanti del pianeta, sarà nativo cittadino) sia perché il concetto si è così esteso da far perdere di senso distinzioni antiche come città e campagna. «Cambiano modelli di rappresentazione sociale durati per secoli. È un territorio fisico che esplode o implode, dentro il quale esiste la complessità sociale». Questa complessità si fonda sulla «relazione fra soggetti, comunità, segmenti urbani, nuove forme di territorio».

Cambia soprattutto la dinamica, viziata di pregiudizi, centroperiferia. «Questa tensione storica si frantuma in un mondo caratterizzato da nuovi processi di decentramento. È la 'città-mondo' di Augé, una città-infrastruttura inanellata di non-luoghi nei quali si innescano dinamiche che annullano la capacità di generare relazioni ». Ci sono però alcuni fenomeni che suggeriscono letture ulteriori. «Nella società postindustriale assistiamo a uno sviluppo elastico della comunità. I singoli individui esprimono scelte che includono la propria qualità di vita, gusti e bisogni. L’area metropolitana come è oggi concepita - concetto funzionale e non territoriale - si configura come centro di produzione di valore immateriale». Questi nonluoghi, «riempiti di funzioni sociali anche degenerate, ma sempre ricche di significato antropologico e di valore economico, si trasformano in iperluoghi, spazi non condizionati di sperimentazione condivisa». «Occorre avviare uno studio dei luoghi periferici – prosegue Abis – non solo come semplice accezione di territorio generato da un’espansione metropolitana ma come luoghi a sé stanti e complessi, eterogenei dal punto di vista economico, sociale, demografico».

Il segreto è vedere le periferie come micro-comunità con background specifici in grado di generare domande specifiche da parte della comunità che vi vive. «Esse rappresentano la ri- sposta creativa al problema imperante dell’individualità latente, nascosta dalla forte spinta omologante». La funzione elastica e diversificata del tempo diviene uno dei cardini principali nella costruzione di politiche di inclusione future. «La Chiesa, storicamente, è già attrezzata di strutture di prossimità che lavorano in questo senso, pensiamo agli oratori». Abis porta alcuni esempi in Italia di città e quartieri che sperimentano azioni di governance partecipata e processi legati alla creatività. Uno dei casi più interessanti, secondo il sociologo, è quello di Acireale, città alla “periferia” di Catania. È il parco culturale ecclesiale di Sicilia, Terre dell’Etna dell’Alcantara. Itinerari della Fede. «È un nuovo modello di sviluppo creativo in grado di creare sinergie tra cultura, arte e ambiente attraverso la valorizzazione dei beni culturali di proprietà della Chiesa, all’insegna di un rammendo architettonico che assume la connotazione di intervento amministrativo su più livelli. Il progetto trasforma i territori periferici in nuovi percorsi museali che possano divenire esempi di un rinnovato dialogo tra passato/presente, tradizione e innovazione. Assistiamo alla nascita di un partenariato tra mondo laico e mondo cristiano. Il valore espansivo e la portata di tale esperienza è resa possibile grazie e soprattutto alla credibilità e alla capillarità della Chiesa nel territorio italiano e dai valori sociali che essa ha sempre saputo diffondere anche nelle realtà più marginali». Questo modello rappresenta «il ruolo strategico della Chiesa anche di supplenza rispetto alle politiche urbane pubbliche, nel costruire modelli di sviluppo nel rapporto fra città, periferie, luoghi, individui e comunità».

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