mercoledì 6 giugno 2018
Le nuove chiese costituiscono spesso il solo presidio relazionale, estetico e spirituale delle periferie. Allo stesso tempo però la Chiesa soffre una debolezza culturale che la confina ai margini
Il render della nuova chiesa di Sant'Ignazio Laconi a Olbia (architetto Francesca Leto), frutto dei Progetti pilota della Cei. La chiesa e il complesso parrocchiale sono attualmente in costruzione

Il render della nuova chiesa di Sant'Ignazio Laconi a Olbia (architetto Francesca Leto), frutto dei Progetti pilota della Cei. La chiesa e il complesso parrocchiale sono attualmente in costruzione

C’è una doppia “perifericità” della Chiesa come committente di architettura e arte nella contemporaneità che fa di lei una figura insieme forte e debole. Non è un tema secondario rispetto alla vita ecclesiale e sociale, specialmente per l’attenzione portata da Francesco al tema – fisico e metaforico – delle periferie.

La Chiesa dal dopoguerra a oggi ha accompagnato l’attività pastorale nella crescita delle città e nei suoi effetti sul territorio con la costruzione di chiese e centri parrocchiali. Una necessità a cui si è risposto spesso con soluzioni sulla scia dell’urgenza e in economia di mezzi, altre volte con una pianificazione e una attenzione alla qualità della progettazione.

Sotto questo aspetto l’impegno della Chiesa come committente non è mai venuto meno. Al momento è impossibile stimare quante chiese siano state costruite in Italia negli ultimi 60 anni: siamo però nell’ordine delle migliaia. Tutte brutte, come vorrebbe la retorica corrente? Certamente no. E anzi non stupirebbe se, in una statistica impossibile tra le chiese realizzate negli ultimi decenni e quelle del passato, scoprissimo che il rapporto tra edifici di qualità, di routine e di nessun peso, sia identico. Inoltre i criteri di valutazione di una chiesa oggi si devono basare anche su nuove dinamiche liturgiche, per cui un edificio poco appariscente può rivelarsi eccellente dal punto di vista celebrativo e comunitario.

In ogni caso la chiesa (parrocchiale ma non solo) spesso è stato ed è il solo presidio relazionale, spirituale ed estetico contro la pressione della speculazione edilizia. Impressionano la lucidità e l’esemplarità di metodo di Montini. Quando nel novembre del 1961 da cardinale lancia il piano di 22 nuove chiese per Milano, riconosce che la risposta al deserto spirituale della città contemporanea è anche una fonte di bellezza, perché l’arte e l’architettura possono essere una delle forme più alte di carità. Così come aveva chiaro che la costruzione di una chiesa corrisponde alla costruzione di una comunità.

Ma proprio su questo aspetto si gioca una prima dinamica di forza e debolezza della committenza ecclesiastica. La continuità di esperienza in questi contesti pongono la Chiesa in una posizione di primo piano rispetto a un tema centrale e nel quale non di rado la voce riqualificazione maschera processi economici e di gentrificazione. Allo stesso tempo, però, la scarsa coscienza delle potenzialità generatrici dell’arte rischiano di svuotare la portata degli interventi. Non è infrequente che il tema sia ridotto a un fatto funzionale, come se la qualità degli spazi fosse secondaria, indice di un approccio di fatto materialista alla pastorale.

Il fallimento di un edificio sacro recente non è colpa degli architetti ma della committenza: che non ha saputo formulare le domande “giuste”, o ha agito con fretta, per la prossimità con progettisti mediocri o solo per il prestigio della firma; oppure perché non era dotata di mezzi culturali adeguati al compito.

Sotto questo aspetto bisogna sottolineare l’importanza di una serie di iniziative messe in atto dalla Cei per il rilancio della pratica concorsuale e dalla definizione di buone pratiche, a partire dai “Progetti pilota” (1998-2011). Oggi molti dei progetti avviati nelle diocesi passano attraverso concorsi.

La vera debolezza della committenza ecclesiastica è la sua perifericità rispetto alla cultura contemporanea. In questa situazione la Chiesa si trova per una perniciosa sintesi di autoesclusione e ostracismo. Da centro dello spazio sociale e culturale, con la modernità la Chiesa si è trovata polo tra altri poli. La reazione è duplice. Accanto al rifiuto, per cui arte e architettura non sono più “come dovrebbero essere”, si registrano disinteresse o ignoranza. Sul piano della formazione, nonostante segnali incoraggianti, la situazione resta carente.

Dall’altra c’è invece un senso di inferiorità verso la cultura dominante, accettata acriticamente. Così si torna ad avere visibilità: ma a che prezzo? Sebbene motivata dal dialogo, questa posizione fa scomparire la specificità cristiana, che viene anzi sottoposta a travisamenti e deformazioni. In entrambi i casi si nota l’assenza di strumenti ermeneutici. È sempre più urgente la coscienza che una committenza culturalmente forte, organica e sistematica, si traduce, nella debolezza dell’era postcristiana, nella presenza di una voce tanto leggera quanto nitida.

In occasione della mostra “Lo spazio del sacro: artisti e architetti nella chiesa del Santo Volto del Gesù”, il Museo Nivola di Orani (Nuoro) organizza venerdì una giornata di studio su “Nuove committenze. Forme luoghi contesti per l’arte contemporanea”. Intervengono tra gli altri Alessandro Beltrami (di cui pubblichiamo qui una sintesi), Cristian Chironi (artista), Domenico d’Orsogna (giurista, Università di Sassari), Luigi Fassi (direttore Man, Nuoro), Mario Pieroni (presidente Associazione Zerynthia), Luisa Perlo (cutratrice a.titolo, mediatrice programma Nuovi Committenti), Oliva Sartogo (curatrice della mostra Lo spazio del Sacro), Renato Soru (politico e collezionista). Coordinano Giuliana Altea (presidente Fondazione Nivola) e Antonella Camarda (direttrice Museo Nivola).

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