venerdì 10 agosto 2018
Il simbolo cristallizzato in didascalia e in prassi muore. Dentro l’arte e l'architettura per la liturgia deve esplodere la vita. Un "manifesto" dell'artista italoargentino Raul Gabriel
Raul Gabriel, tabernacolo della chiesa di Olmo, Perugia

Raul Gabriel, tabernacolo della chiesa di Olmo, Perugia

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Le riflessioni delle cinque puntate precedenti di “Lo spirito del luogo” sono nate dal mio lavoro di artista a confronto con lo spazio sacro in progetti e realizzazioni. Sono un manifesto concreto di un possibile approccio nel dialogo tra arte e sacro, riflessione in corso d’opera, diario aperto di un lavoro che prosegue.

A mio parere oggi rischia di consolidarsi una prassi che, sotto il manto della professionalità e della tensione verso la perfezione procedurale, cela mancanza di ispirazione e volontà di compromettersi con la visione. Non migliora le cose la separazione dei campi, se condotta come dialogo compartimentale e quindi sterile.

Sono artista militante, libero da influenze e vincoli accademici e mercantili per formazione e per carattere. In studio faccio ciò che incontro, indipendentemente dalle aspettative di chiunque. Sembrerebbe una contraddizione che mi sia entusiasmato quando mi è stata data la possibilità di realizzare il primo, estensivo intervento in una chiesa, ambito che spesso si immagina come luogo di limitazione artistica. Invece la sfida del luogo sacro riassume tutto ciò che dell’arte e della poesia sono gli elementi essenziali. Il confronto con il percorso liturgicosimbolico non è vincolante ma liberatorio. Mi stimola a fondere il rigore formale con il fluire costante di energia che caratterizza il mio fare arte, sfida intellettuale trasformata in materia pulsante attraverso forme che giocoforza fissano un dinamismo costantemente inarrestabile.

Raccogliere la sfida della storia e della contemporaneità e coniugarla con quella della propria identità, della visione che dovrà essere ispirante anche per altri, dal singolo fedele alla comunità all’intera città. Poche cose sono fertili come confrontarsi visceralmente con un luogo sacro e tentare il processo di incarnazione simbolica di una visione. Sacra è la stessa radice della poesia e del pensiero.

Tante sono le riflessioni possibili, e in queste settimane ho cercato di evidenziare le principali che stimolano la mia reazione. Una ulteriore, che riassume il mio modo di operare, investe la modalità con cui la forma simbolo traduce il dinamismo vitale di ciò che rappresenta: se essa è una pura descrizione, memoria cristallizzata, o ne diventa esperienza diretta, vibrante. La taratura del magma vitale che fluisce dalla visione con il confine preciso di un luogo è una delle sfide più entusiasmanti che si possano immaginare. Perché tenta di riprodurre la misteriosa contraddizione che ci costituisce. Il nostro corpo, un luogo definito, che racchiude l’infinito.

Santa Maria di Colle, ai piedi del centro storico di Perugia, la mia prima avventura, mi ha messo in dialogo con l’opera dell’architetto Vincenzo Tutarini, risalente alla seconda metà degli anni ’50. La sensazione che mi ha trasmesso è stata di entrare in un luogo mobile, che interferiva fortemente con la mia percezione di spazio. La struttura era, nell’esperienza, una perfetta manifestazione dello sbilanciamento. Entrando nella chiesa di Tutarini avevo l’impressione di cadere.

È stata una illuminazione. Il primo momento in cui ho compreso che la potenza di un simbolo non è nella didascalia, che pure può essere confortante e semplificativa, ma nella incredibile possibilità di trasmettere il processo vivo, in fieri, a coloro con cui ci si confronta. Il contatto senza parole è diventato per me fulcro dell’operare e del ragionare, la modalità di rapporto più simile al cardine, non solo del cristianesimo, ma di ogni ricerca sinceramente rivolta all’uomo: l’incontro. Incontrare la materia costitutiva del gesto liturgico dentro la struttura e il materiale degli elementi che compongono il luogo sacro. Il simbolo ha una sua liturgia formale interna che, se assente, rende inutile ogni tipo di etichetta gli si possa applicare, fossero anche tutti i versetti dei vangeli messi insieme. Perché è incontro concreto, manifestazione sostanziale della Parola, prima che della parola come esegesi sintattica e concettuale. La Parola, prima che narrazione, è evento.

L’immediata conseguenza è stato il primo simbolo liturgico che io abbia realizzato: l’ambone. Che ho immaginato come pietra che si spacca, letteralmente, sotto la pressione della parola. Si spacca in modo da lasciare a chi passa vicino la sensazione che possa cadergli addosso, con i suoi spigoli molto vicini alla parola- spada dei vangeli.

È fondamentale ricordare che prima ancora dell’intuizione strettamente descrittiva c’è stata la intuizione formale che, essendo potente, portava in sé l’arricchimento anche della visione interpretativa. L’intuizione formale ha a che fare non con un costrutto ideologico, ma con un ponte diretto tra la percezione, i sensi, la carne e la dimensione del gesto.

La sensazione dello sbilanciamento dell’architettura di Tutarini era diventata il fulcro estetico nel simbolo, per forma, materia e soprattutto processo. Tutto il mio progetto di Santa Maria di Colle è stato guidato da questa intuizione. Un altro esempio sono le opere che ho realizzato tra il 2013-2015 presso la chiesa di Santa Maria della Speranza a Olmo, Perugia. La struttura di nuova realizzazione – non priva di stimoli – richiedeva a mio parere l’indicazione della corporeità e della carne. Il mio medium sono stati i materiali che, come un fiume carsico, attraversano il bianco asettico dell’edificio per riapparire come affioramenti del corpo e della sostanza del mistero. Terra, sangue e acqua.

In quel contesto ho pensato a un fonte che fosse acqua anche senza l’acqua, tentando di rendere tangibile il suo processo, il suo fluire, la sua sospensione, la sua incontenibilità. Non come descrizione didascalica ma, attraverso il tentativo di catturare la vita dell’acqua, la sua essenza dinamica che può e deve dare anche la sensazione di sbilanciamento, condizione del flusso. Scandalo per coloro che immaginano il fonte come una bacinella o una pozza d’acqua da stabilimento termale.

È ovvio che il sacramento ha valore anche in una tinozza. Ma se dobbiamo intervenire con arte allora il compito è mostrare qualcosa che vada al di là della prassi, la quale è solo un aspetto marginale della nostra essenza. L’amore ne diventa profumo ed espansione, gloria e contemplazione.

Il tabernacolo è stato una gioia realizzarlo. Tutto in pietra eppure intriso di fisica dell’universo plasmabile. Come l’ambone non è un leggio, così il tabernacolo non è una scatola. È architettura di un mondo intero. E quello di Olmo, anche se in pietra, si torce come fosse argilla, sia all’esterno che all’interno dove l’architettura è curata come quella della chiesa. L’altare con le sue torsioni e la “simmetria asimmetrica” (per cui sacerdote e assemblea vedono la stessa forma), parla da sé di un fulcro che tende al cubo ma è articolato, vivo, complesso, sintesi formale di tutte le tensioni geometriche della chiesa, pulsante come dovrebbe essere la comunità.

Il luogo sacro è un luogo abitato da processi formali e sostanziali, processo a sua volta, casa che vibra in consonanza con ciò che la abita, di cui va ribadito il primato. Il luogo sacro è acqua anche senza acqua, fuoco anche senza fuoco. Parola anche senza lettera o voce. Vita.

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