mercoledì 22 febbraio 2017
«Non ci sono pace e crescita sociale in presenza di questi sentimenti»: parla lo scrittore azero che in Azerbaigian si occupa di rapporti fra culture e religioni
Azerbaigian: il lungomare di Baku (Reuters)

Azerbaigian: il lungomare di Baku (Reuters)

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L’odio e la vendetta «vanno superati. Corrodono l’anima e con loro il deserto si allarga». È il messaggio lanciato da Kamal Abdulla, slavista e turcologo, già rettore dell’Università di Baku e oggi consulente di Stato per l’Azerbaigian per il multiculturalismo e i rapporti interconfessionali. Di lui, dopo Il Manoscritto incompleto, Sandro Teti Editore pubblica La Valle dei maghi (pp. 204, euro 15), ambientato in un Medioevo fantastico. Ispirato «all’antica epica azera come Il libro di mio nonno Horkut – dice ad “Avvenire” –, alle fiabe azere, ai miti antichi, greci e latini, alla mia infanzia a Baku, all’odore dell’estate, alla malinconia dell’autunno », è un romanzo tutto centrato sulla vendetta.


Perché un romanzo su questo argomento?

«In realtà ho capito cosa volevo dire al lettore solo successivamente, non durante la sua scrittura. Il messaggio è semplice: non si può vivere nutrendo vendetta. Bisogna eliminarla, strappare dall’anima questo sentimento indegno di un uomo. L’odio e la vendetta corrodono l’anima, sono gli eredi del Caos. E se una persona oggigiorno se- gue i precetti del cosmo nella sua costituzione interiore e spirituale, allora non deve permettere la presenza di questi sentimenti innaturali, contrari alle norme umane. Per parafrasare Nietzsche, non dobbiamo permettere che il deserto cresca intorno a noi».

Un po’ come nel Conte di Montecristo…

«Il romanzo di Dumas è bello, e l’eroe si avvicina passo dopo passo al ripristino della giustizia. Ma che cosa ottiene alla fine? Solo ulteriore rovina!».

Eppure anche Karavanbashi, protagonista del suo romanzo, sogna la vendetta…

«Il romanzo parla di vendetta, certo, ma anche del suo superamento. Capita che l’anima ribolla di rabbia, che uno pensi di doversi vendicare, credendo che sia la sua missione, il suo dovere. Poi però riceve un segno dall’altro mondo: non si può vivere nutrendo vendetta, non si può consacrare la propria vita a essa».

E come uscirne?

«Poco a poco nell’anima si fa strada un dubbio. Un uomo è nel giusto se insegue il desiderio di vendetta? Oppure deve ascoltare la sua voce interiore, che gli dice di evitare di svolgere il lavoro dell’Altissimo al suo posto e di non immischiarsi negli affari della Provvidenza Divina».

Cosa rappresenta il “Derviscio Bianco”?

«È un sufi, e per lui le cose più importanti del mondo sono le idee di giustizia, misericordia, persona, e da queste deriva la comunione con l’Altissimo. Forse non rappresenta nemmeno una persona, ma più probabilmente un principio che si trasmette di generazione in generazione. Se un’epoca è orfana del suo Derviscio Bianco, in essa la vita sarà difficile, sofferta. Il Derviscio Bianco è sogno, è gioia, è la celebrazione dello spirito dell’azero medievale».

E se l’uomo proseguisse nel suo intento di vendetta?

«Ci sarebbe devastazione, la devastazione dell’anima, la morte. E il deserto si allargherebbe. Per evitarlo, Karavanbashi dovrà pagare un prezzo: non per quello che avrebbe potuto fare, ma per quello che ha pensato di fare».

Ma rimarrà in vita suo figlio, che sognerà a sua volta la vendetta?

«Non proprio. Rimane viva la speranza nella salvezza. E nel romanzo accade quando il Derviscio Bianco prende il bambino dalle mani di Sajhak morente e lo porta nella Valle dei Maghi».

Quale conclusione trarre?

«Franco Cardini scrive nella sua magnifica introduzione che nella Valle dei Maghi si vede come bene e male siano una cosa sola, e che occorra dividerli l’uno dall’altro. Ma per poterli dividere è innanzitutto necessario credere, avere il tipo di fede di un mistico cristiano o di un sufi musulmano. La trovo un’osservazione molto giusta».

Ha parlato di cristianesimo e islam. Com’è la situazione in Caucaso?

«Del Caucaso fanno parte più di cento nazioni e gruppi etnici e diverse confessioni religiose. Non si può quindi parlare di un’unica cultura caucasica. Ognuno dei popoli del Caucaso ha una sua propria e unica cultura».

Com’è allora la situazione religiosa dell’Azerbaigian.

«Nel mio Paese convivono da tempo immemorabile, senza scontrarsi tra loro, molte fedi ed etnie. Questo è possibile anche grazie agli sforzi compiuti dallo Stato che si è mantenuto imparziale per sviluppare un modello di società basato sulla diversità etnoculturale».

Da voi il multiculturalismo funziona. Perché altrove è fallito?

«Il fallimento avviene nei Paesi che assistono a nuove ondate migratorie quando ormai il loro processo di formazione spirituale è già compiuto. Allora essi rigettano valori multiculturali fino a quel momento ignorati. In Azerbaigian invece questi valori si sono formati dall’inizio in uno spirito di cooperazione tra le varie comunità».

Dunque in cosa si differenzia l’Azerbaigian?

«Dobbiamo distinguere, a livello metodologico, il concetto di 'pluralità originaria' da quello di 'pluralità tardiva'. La 'pluralità originaria' non contiene in realtà elementi migratori, ma si manifesta come primordiale, come originaria coesistenza di culture diverse in un medesimo spazio culturale».

(Traduzione dal russo di Virginia Pili)

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