L’eutanasia di Noelia, paraplegica: la Spagna si interroga sulla morte per chi soffre
Un caso giudiziario che ha diviso la 25enne, vittima di violenze e protagonista di un tentato suicidio che le ha lesionato il midollo spinale, e il padre, che ha disperatamente tentato di fermarla. La Chiesa spagnola: «Quando la vita fa male la risposta non può essere interromperla»

Dunque, Noelia alla fine è riuscita a spuntarla nella sua battaglia per farsi uccidere con l’eutanasia, come desiderava da tempo e seguitava a chiedere con determinazione. «Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato – aveva detto in una recente intervista –, voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire, ho molta difficoltà a dormire e soffro di dolori fisici quotidiani».
A noi che siamo attoniti davanti a ogni suicidio, a ogni morte chiesta e ottenuta, la storia a tragico fine e le parole di questa 25enne catalana che nella sua estrema fragilità è diventata protagonista di una vicenda giudiziaria senza precedenti in Spagna, resta un nugolo di domande tremende e ineludibili. A cominciare da questa: se una persona ci chiede di morire perché non riesce più ad accettare una vita divenuta insopportabile la devo aiutare, anche solo per interposta persona, e in forza di una legge che lo consente? Oppure la questione è talmente personale che preferisco non esprimermi e lasciare che proceda come ritiene meglio? O ancora, faccio appello a quel che mi dice la mia umanità nel profondo e chiedo che si trovi un’altra soluzione, non la morte? E la morte volontaria, in definitiva, può essere mai una “soluzione”?
Noelia – paraplegica dal 2022 in seguito a un tentativo di suicidio – è morta alle 18 di giovedì 26 marzo, fruendo della “Ley organica de regulacion de la eutanasia” varata dalle Cortes nel marzo 2021, che assicura ai maggiorenni con capacità di intendere e volere il diritto di ottenere la morte (procurata per suicidio assistito o con atto compiuto da terzi su istanza del diretto interessato) quando la propria malattia è incurabile e la condizione è considerata grave, cronica e invalidante. La richiesta va espressa due volte per iscritto, a distanza di almeno 15 giorni, ed è valutata dal medico curante e da un altro medico, per poi essere sottoposta a una Commissione di garanzia e valutazione.
Nel 2024 sono morti applicando questa procedura 426 spagnoli su 929 richieste formalizzate. Di queste ne sono state respinte solo 141: dei restanti casi, 308 sono deceduti durante l’iter e 54 hanno revocato la loro volontà. Nel 2023 i casi di morte per eutanasia e suicidio assistito erano stati 334 su 776 richieste. Il 27% in più in un solo anno.
Noelia Castillo aveva avviato l’iter di legge venti mesi fa. Un’adolescenza segnata dalla separazione dei genitori con l’affidamento appena 13enne a una comunità protetta per minori, Noelia aveva subìto una volta maggiorenne diverse violenze sessuali in più episodi: dapprima il fidanzato, poi due giovani conosciuti in discoteca, infine un vero e proprio stupro di gruppo. La sua fragilità emotiva era stata drammaticamente spezzata dagli abusi, un precipizio che l’aveva condotta a tentare il suicidio il 4 ottobre 2022 gettandosi da una finestra al quinto piano e sopravvivendo miracolosamente ma con una lesione midollare irreversibile. Lo stato psichico della giovane dopo questo nuovo dramma è immaginabile. Di qui alla richiesta di eutanasia il passo è stato purtroppo molto breve.
Il padre Geronimo ha tentato in ogni modo di fermare la figlia, ricorrendo alle vie legali per dimostrare l’incapacità di Noelia di assumere liberamente una decisione come quella che avrebbe posto fine alla sua vita. Ad appoggiarlo un’associazione di legali cattolici, Abogados Cristianos, che quasi tutte le fonti mediatiche dipingono con la stessa parola (“ultraconservatori”), proprio per questo più che sospetta per essere credibile, ma che molto semplicemente si batte per evitare che l’eutanasia diventi il mezzo ordinario per porre fine a sofferenze personali ritenute intollerabili. Il caso di Noelia, seguito passo passo dai media spagnoli, ha visto i loro ripetuti ricorsi respinti un livello di giudizio dopo l’altro, e comunque capaci di fermare l’esecuzione dell’eutanasia fissata in un primo momento il 2 agosto 2024, pochi giorni dopo l’ok della Commissione catalana.
Dopo il no della Corte costituzionale iberica, l’ultima speranza per chi voleva evitare a Noelia la morte per eutanasia si è spenta davanti al rigetto del ricorso da parte della Corte europea per i Diritti dell’uomo. E quando un tribunale di Barcellona ha bocciato anche l’estremo tentativo ottenere una sospensiva, chiesta dall’associazione di avvocati cattolici, il padre ha dovuto arrendersi.
Ma le domande sulla fine di Noelia – che paradossalmente si è consumata in una struttura sanitaria intitolata a un gigante dell’ospedalità ispirata al Vangelo, il Sant Camil di Sant Pere de Ribes, in Catalogna – restano tutte, più acuminate di prima. Davvero a chi dice «non ho voglia di nulla, né di uscire né di mangiare, niente di niente, ho dolori continui», come ha detto infine Noelia, la sola risposta è accoglierne la domanda di morire? Da come le nostre società rispondono a questa domanda dipende il futuro di tutti, a cominciare dal destino dei Sistemi sanitari nazionali.
Le ultime parole della giovane catalana prima di andarsene – «Me ne vado e voi restate qui con tutto il dolore. Ma penso: e io, tutto il dolore che ho sofferto durante tutti questi anni?» – sono un atto di accusa e insieme un invito a considerare quante persone attorno a noi gridano la loro sofferenza sentendo che nessuno la sa accogliere davvero. «Non mi piace niente della direzione che sta prendendo la società, il mondo, preferisco scomparire», ha detto Noelia, che aveva provato ancora più volte a suicidarsi dopo quel primo tentativo, sprofondando nel suo pensiero fisso di morte.
La vicenda ha avuto un tale impatto sull’opinione pubblica che la stessa Conferenza episcopale spagnola, all’immediata vigilia dell’atto finale della vita di Noelia, è intervenuta con una nota: «Ieri (25 marzo, Annunciazione; ndr) abbiamo celebrato la Giornata per la Vita, nel contesto della Solennità dell’Incarnazione del Signore, con il motto “La vita, un dono inviolabile” – dicono i vescovi –. Oggi contempliamo con profondo dolore la situazione di Noelia, questa giovane di 25 anni la cui storia riflette un accumulo di sofferenze personali e carenze istituzionali che interpellano l’intera società. La sua situazione non può essere interpretata solo in chiave di autonomia individuale, ma richiede uno sguardo più profondo, capace di riconoscere il peso della sofferenza psicologica, della solitudine e della disperazione».
Tre le considerazioni espresse nella nota, firmata a nome dell’episcopato dal vescovo delle Canarie José Mazuelos Pérez, presidente della Commissione episcopale per la Famiglia e la Difesa della Vita. Anzitutto «l’eutanasia e il suicidio assistito non sono un atto medico ma la rottura deliberata del legame di cura, e costituiscono una sconfitta sociale quando si presentano come risposta alla sofferenza umana». Nel caso di Noelia « non siamo di fronte a una malattia terminale ma a ferite profonde che richiedono attenzione, cura e speranza».
La Chiesa cattolica spagnola invita poi a considerare che «la dignità della persona umana non dipende dal suo stato di salute, né dalla sua percezione soggettiva della vita, né dal suo grado di autonomia. È un valore intrinseco che esige di essere riconosciuto, protetto e promosso in ogni circostanza. Per questo, la risposta veramente umana di fronte alla sofferenza non può essere quella di provocare la morte, ma di offrire vicinanza, accompagnamento, cure adeguate e sostegno integrale».
L’ultimo punto è un impegno alla «vicinanza a Noelia e alla sua famiglia», cui si assicura la «preghiera», «il nostro affetto e il nostro impegno per una cultura della cura che non abbandoni nessuno. Allo stesso tempo – aggiunge la Conferenza episcopale spagnola – lanciamo un appello a tutta la società affinché rafforzi le risorse di assistenza psicologica, l’accompagnamento umano e le reti di sostegno, specialmente per le persone più vulnerabili».
«Quando la vita fa male – è la conclusione della nota – la risposta non può essere quella di accorciare il cammino ma di percorrerlo insieme. Solo così potremo costruire una società veramente giusta, dove nessuno si senta solo o emarginato».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






