Aiutare chi soffre a togliersi la vita? La resa di una società che rimuove il dolore

La ripresa del dibattito politico sulla legalizzazione del suicidio assistito impone di confrontarsi con la realtà e le sue allergie alle situazioni di prostrazione fisica e psicologica. Il caso di Wendy, la mamma inglese depressa che ha scelto la morte in Svizzera
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May 12, 2026
Aiutare chi soffre a togliersi la vita? La resa di una società che rimuove il dolore
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Immaginate di scorgere su un ponte un uomo che cerca di scavalcare il parapetto per lasciarsi cadere. Vi fermate, provate a dissuaderlo. Ma quello vi spiega che è disperato: no, non è malato, non ha neppure problemi economici come il protagonista del film La vita è meravigliosa, salvato in extremis dall’angelo di seconda classe Clarence, però soffre terribilmente per gravi motivi suoi. Che cosa fate, allora: lo aiutate a scavalcare?
Più o meno, è quanto accaduto a Wendy Duffy, la ex operatrice sociosanitaria delle West Midlands, in Inghilterra, che quattro anni fa aveva perso il figlio ventitreenne soffocato dal mezzo pomodorino di un panino da lei stessa preparato. Un incidente banale, imprevedibile, divenuto tragedia. Di cui la donna si sentiva responsabile, in un crescendo di lutto persistente. E così, nel giorno che precede quello che in Italia celebra la Liberazione, è riuscita a liberarsi del fardello che non le era più tollerabile. Ha trovato qualcuno che l’ha aiutata a scavalcare il ponte: è andata in Svizzera – espressione che nel linguaggio corrente ha smesso di evocare la visione di ridenti pascoli alpini, per trasformarsi nella sinistra metonimia di un viaggio senza ritorno – e nella clinica Pegasos di Basilea, specializzata in questo genere di trattamenti, per la modica cifra di 10mila sterline (circa 11.500 euro) ha risolto il suo problema.
Wendy Duffy aveva 56 anni, era pienamente sana nel corpo ma devastata nella psiche. È questa una ragione sufficiente per voler morire?
Certamente sì. Perdere un figlio non vuol dire soltanto, e tanto più per una madre, perdere la persona alla quale si è biologicamente, visceralmente più legati, ma anche venire privati del futuro, di quella parte di sé che sopravvive nella memoria di chi resta e che, dagli antichi Egizi ai Sepolcri di Ugo Foscolo, si configura come il pegno della propria permanenza nella realtà terrena. Il dolore che ne consegue è qualche cosa di atroce e inconcepibile, lo sprofondare in una condizione così innaturale da non avere neppure un nome: “orfana del figlio” ha paradossalmente titolato Avvenire, con una forzatura lessicale, nel riferire la storia di Wendy.
Ma è anche una ragione sufficiente per lasciar morire? Di più, per aiutare a morire?
Nei Paesi che ammettono il suicidio assistito, questo è generalmente soggetto a precise condizioni, più o meno restrittive, che si possono così riassumere: richiesta volontaria e informata da parte dell’interessato, pieno possesso delle capacità mentali, malattia incurabile e conseguenti sofferenze insopportabili, valutazione dei medici, procedura controllata e documentata. Una di queste condizioni, la malattia incurabile con sofferenze (fisiche) insostenibili, era assente nel caso dü Wendy, e tuttavia non è considerata un requisito inderogabile in Svizzera, il Paese più permissivo in materia, sempre sollecito quando si tratta di dispensare morte (a pagamento, come nella clinica di Basilea, o gratis, per colpevoli omissioni, come a Crans-Montana). Erano comunque soddisfatte le altre condizioni, e infatti Ruedi Habegger, il fondatore della Pegasos Swiss Association, ha spiegato al Daily Mail che «la procedura si è conclusa senza incidenti e nel pieno rispetto dei desideri» della signora, e che «né noi né alcuno dei professionisti che hanno valutato la sua capacità mentale abbiamo mai avuto dubbi circa le sue intenzioni, la sua comprensione e la sua indipendenza di pensiero e di azione».
Volontà, intenzioni, comprensione e indipendenza di Wendy Duffy non sono in dubbio: It’s my life, my choice era il titolo dell’intervista rilasciata dalla donna allo stesso quotidiano alla vigilia della “procedura”. E questo, fino a un certo punto, si può capire: nella letteratura come nella cronaca non sono rari i casi di suicidi in seguito alla perdita della persona amata. Ma si tratta in genere di gesti d’impulso, sull’onda emotiva, che nessuno avrebbe potuto fermare; oppure dell’atto finale di una determinazione lungamente maturata e lucidamente pianificata, ma nascosta a tutti per non pregiudicarne l’attuazione.
Wendy, invece, la sua intenzione l’aveva non solo progettata ma pure resa pubblica, per così dire ufficializzata, quasi a rivendicare anche per casi come il suo il diritto al suicidio assistito. Ma proprio nel suo caso questo controverso diritto fa un salto di qualità estremamente inquietante che interroga la nostra coscienza, e la nostra ragion pratica. Non solo per la sua possibile generalizzazione e progressiva estensione (oggi per un grave lutto, domani magari per una delusione d’amore, un torto subito, un licenziamento o un insuccesso sportivo: eventi che, in determinate situazioni e in soggetti particolarmente vulnerabili, possono determinare una sofferenza insopportabile), ma anche per un’altra considerazione. Che riguarda noi, il nostro modo di porci di fronte a quella cosa ingarbugliata che è la vita.
Sana nel corpo, Wendy Duffy era malata nell’anima. Trasformare il proprio rapporto affettivo più grande in un sentimento esclusivo, così totalizzante da relegare in secondo piano, lontanissimo, al limite dell’irrilevanza, ogni altro rapporto, configura una dipendenza che sconfina nella patologia mentale. Tutti noi siamo l’esito e il punto di partenza di una storia di relazioni: quella dei due individui che ci hanno messi al mondo, e dei quattro individui prima di loro, e degli otto prima ancora e così via risalendo e moltiplicando; e quella a cui fin dai nostri primi passi abbiamo dato origine, semplicemente vivendo, fatta degli incontri, gli incroci, le occasioni, le scelte, gli incidenti che ci sono occorsi e attraverso i quali si è definita la nostra identità. Si può dire, in un certo senso, che noi siamo le nostre relazioni. E quando l’universo relazionale di una persona si riduce a un unico rapporto, l’inevitabile conseguenza, se questo rapporto viene meno, è quella che nella psicologia del trauma viene chiamata “rottura del legame vitale”. E che ha portato Wendy alla scelta estrema.
Non è una sua colpa, ovviamente, perché nessuno può essere ritenuto responsabile dei propri disturbi affettivi. Ma una responsabilità – diffusa, pulviscolare – in effetti c’è. Da Wendy dobbiamo spostare l’attenzione sulla rete di relazioni che la donna aveva messo in sonno, ma della quale inevitabilmente era (stata) parte: i suoi familiari (sappiamo che aveva fratelli e sorelle), gli amici, i colleghi, i conoscenti, i medici, fino a quelli che ne hanno reso possibile l’ultimo desiderio. È la riattivazione di questa rete che avrebbe potuto dare ancora un senso alla sua vita, perché Wendy Duffy non era soltanto il rapporto con il figlio perduto. La sua malattia dell’anima poteva essere curata – non guarita, ma curata: possibile che nessuno se ne sia fatto carico? Che il massimo di umana solidarietà sia consistito nell’agevolare la sua scelta, nell’accettazione passiva di un destino che forse poteva essere scongiurato?
È l’atteggiamento fatalistico di una società a sua volta malata nell’anima, che rinuncia a fare qualcosa per la vita, non solo quando non c’è più niente da fare ma anche quando qualcosa potrebbe (perlomeno) tentare. Una rassegnazione indolente che si riproduce pericolosamente su scala più vasta quando si tratta di guerre, della vita di molti, di tutti. Avremmo tanto bisogno di incontrare sulla nostra via un angelo di seconda classe, come James Stewart nel film di Frank Capra. Invece, come Wendy Duffy, non troviamo altro che Ruedi Habegger e la sua Pegasos.

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