Fine vita, dividono le linee guida lombarde

L'assessore al Welfare, Bertolaso, propone procedure che siano omogenee in tutta la Regione, con un "Collegio di valutazione" per esaminare le richieste di morte medicalmente assistita. Ma la maggioranza di centrodestra lo contesta: è un errore anche politico
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May 12, 2026
Fine vita, dividono le linee guida lombarde
L'assessore lombardo al Welfare Guido Bertolaso/ ANSA
Annunciate nei giorni scorsi dal presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, le linee guida regionali in tema di morte medicalmente assistita presentate dall’assessore regionale al Welfare, Guido Bertolaso, stanno creando più di un mal di pancia tra gli esponenti della maggioranza di centrodestra in Consiglio regionale, che ne stanno prendendo le distanze, mentre da parte di alcuni consiglieri dell’opposizione vengono valutate come un passo in avanti, ma non sufficiente.
Fontana aveva infatti dichiarato che la Regione non può normare sul suicidio medicalmente assistito, a maggior ragione dopo che la Corte costituzionale «ha fatto a pezzi la legge della Toscana». Tuttavia aveva anticipato che si stava lavorando «per dare delle linee guida che consentano di avere un comportamento omogeneo da parte di tutte le nostre Ats (le aziende sanitarie territoriali, ndr) e Asst (le aziende ospedaliere, ndr)». Il testo che Bertolaso ha fatto circolare tra i capigruppo di maggioranza (senza che lo approvassero, come l’assessore ha dichiarato al Corriere della Sera) parte dal riconoscere «l’impellente dovere di rispondere ai bisogni e alle sofferenze dei cittadini» e propone alcune indicazioni procedurali per il sistema sanitario regionale, che ricalcano in parte quelle fornite dalla Corte costituzionale nelle sentenze che avevano dichiarato non punibile chi aveva agevolato un suicidio medicalmente assistito (in parziale riforma dell’articolo 580 del Codice penale).
Secondo le linee guida lombarde, le richieste di cittadini che volessero morire con procedure mediche dovrebbero essere esaminate da un “Collegio di valutazione”: otto professionisti sanitari, coordinati e nominati dal direttore sanitario aziendale, che comprendono psichiatra, psicologo clinico, medico legale, palliativista, anestesista rianimatore, infermiere e uno specialista della patologia da cui è affetto il malato che chiede di morire. Si chiede anche che al paziente siano offerte cure palliative e si registrino gli interventi che ha ricevuto e se non li ha ritenuti efficaci, adeguati o sufficienti.
Il consigliere regionale lombardo Matteo Forte (Fdi) ritiene l’iniziativa di Bertolaso «un errore» perché «manca una legge nazionale e quindi si rischia di fare fughe in avanti. Ma soprattutto di creare una disparità di trattamento all’interno dello stesso territorio nazionale, andando verso quello che qualcuno ha definito come un vero e proprio “federalismo della morte”». In più si tratta di un «errore politico perché il Consiglio regionale si è già espresso nel novembre 2024 in modo chiaro votando la pregiudiziale di costituzionalità sulla proposta di legge dell’associazione Coscioni». Un tema su cui insiste il consigliere Jacopo Dozio (Forza Italia): « Dal lato della dialettica democratica, l’assessore Bertolaso si pone al di sopra del Consiglio regionale che, sul merito, aveva ritenuto che non fosse competenza regionale di legiferare e quindi di definire delle direttive sul merito, spettando queste a una norma nazionale». Peraltro nell’intervista al Corriere l’assessore ha dichiarato di assumersene completamente la responsabilità.
Le linee guida «potrebbero rappresentare un passo in avanti, non sufficiente però – dichiara la consigliera M5S Paola Pizzighini – se sul tema la maggioranza resta divisa». Secondo il capogruppo Pd Pierfrancesco Majorino Regione Lombardia dovrebbe fare «o una proposta di legge da mandare al Parlamento o una propria legge di carattere regionale», mentre finora la giunta Fontana le ha impedite entrambe: «Se hanno cambiato idea, ovviamente siamo solo contenti».
I consiglieri della Lega Alessandro Corbetta (capogruppo), Alessandra Cappellari, Floriano Massardi, Riccardo Pase, Silvia Scurati, Silvana Snider e Gigliola Spelzini, ritengono «indispensabile un intervento legislativo nazionale» su un tema che «non può essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione».

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