domenica 25 giugno 2023
Cartagine appare come un’altura dissestata di spuntoni rocciosi a sud di Tunisi. Entrando nell’area archeologica di quella che fu una delle più grandi città fenice mi sorprendo a bisbigliare ancora una volta dentro di me il celebre monito che Giacomo Leopardi riservava all’Urbe, pure vittoriosa: «Or dov’è il suono / Di que’ popoli antichi? / or dov’è il grido / De’ nostri avi famosi, e il grande impero / Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio / Che n’andò per la terra e l’oceano? / Tutto è pace e silenzio, e tutto posa / Il mondo, e più di lor non si ragiona». Dal promontorio della vecchia regina che osò sfidare l’aquila imperiale sbircio fra le colonne spezzate la luce del mar Mediterraneo, non distante dalle rive da cui oggi partono i barchini di giovani migranti diretti in Italia. Mi tornano in mente le tante lezioni sulle guerre puniche che ho tenuto, anno dopo anno, negli istituti professionali dove insegnavo italiano e storia. I punti in cui i ragazzi si mostravano più svegli erano due: quando spiegavo il sistema di abbordaggio romano chiamato “corvo”, capace di trasformare la guerra navale in guerra terrestre, e quando raccontavo il sacrificio degli “immortali” cartaginesi. Era un modo per catturare la loro attenzione. Ma dopo averli caricati tornavo a Leopardi, per spegnerli. © riproduzione riservata
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