giovedì 27 aprile 2017
Non furono molti gli intellettuali cristiani tedeschi che seppero opporsi a Hitler: fra le poche eccezioni Karl Barth, che scrisse un appello ai teologi per la resistenza morale; Rudolf Bultmann, che disse no al compromesso della Chiesa protestante col Terzo Reich; Dietrich Bonhoeffer, che pagò con la vita la sua ferma opposizione alla persecuzione degli ebrei; Romano Guardini, che già nel 1933 tenne una conferenza pubblica a Marburgo irridendo il regime.
Proprio il filosofo e teologo italo-tedesco, nato a Verona ma docente per lunghi anni all'università di Monaco, elaborò negli anni della dittatura un pensiero articolato e lungimirante, capace di spaziare in tutte le discipline e soprattutto di rivolgersi ai giovani, verso i quali esercitò un'attrazione educativa e un vero e proprio magistero così da strappare le coscienze di molti alla scellerata dottrina nazista. Come detto, Guardini si occupò di tutti gli ambiti del sapere, dalla poesia alla musica, dalla scienza alla politica: non è un caso se la sua materia di insegnamento si chiamava «Weltanschauung cristiana», vale a dire la visione del mondo espressa dal cristianesimo.
Uno dei suoi libri più acuti è La fine dell'epoca moderna, uscito nel 1950 e pubblicato in Italia da Morcelliana nel 1954. È il concetto di potenza che Guardini esplora e dal quale mette in guardia l'uomo contemporaneo. Come lui stesso scrive: «Il problema centrale attorno a cui dovrà aggirarsi il lavoro della cultura futura e dalla cui soluzione dipenderà non solo il benessere o la miseria, ma la vita o la morte, è la potenza. Non il suo aumento, che questo avviene da sé, ma la via di domarla e di farne un retto uso». Inutile dire che egli pensa al progresso scientifico e tecnologico, alle sue enormi potenzialità, che certamente non disconosce e che anzi apprezza, ma anche ai pericoli che vi sono connessi, dalle bombe atomiche alle guerre batteriologiche allo sfruttamento dissennato delle risorse naturali. «L'uomo moderno – precisa – non è stato educato al retto uso della potenza».
Il volumetto (poco più di cento pagine) contiene un excursus che va dal Medioevo all'epoca moderna appunto, individuando nei presupposti di quest'ultima i prodromi di una concezione della vita basata sull'idea del dominio. Guardini riconosce positivamente il riconoscimento di un'autonomia della scienza, della politica e dell'economia che il pensiero moderno ha acquisito rispetto all'immagine medievale del mondo; quello che rifiuta è la progressiva messa in disparte dell'elemento spirituale della vita. Sono la consapevolezza del contenuto simbolico dell'esistenza, la capacità di meditazione e di contemplazione dell'essere e dell'universo, proprie dell'antropologia medievale, che a poco a poco vengono meno a favore di una pura razionalità, incentrata sempre più sul paradigma tecnocratico. Ma come detto Guardini va oltre, è consapevole che «i tempi moderni volgono alla fine» e che l'uomo postmoderno si trova di fronte a «una crisi di disincantamento». E prospetta tre virtù che ritiene essenziali per il futuro: la serietà, cioè il rendersi conto della reale posta in gioco in mezzo a tutte le chiacchiere sul progresso; il coraggio, il saper prendere posizione di fronte alla possibile distruzione del pianeta; la libertà, capace di resistere al potere suggestionante dei media e cui si arriva solo con un'educazione, interiore ed esteriore, in poche parole attraverso l'ascetica. «L'uomo deve imparare a divenire signore di sé superandosi e rinunciando a se stesso, e diverrà così anche signore della sua potenza».
Parole forti che sono fatte proprie da papa Francesco nell'enciclica Laudato si', in cui Guardini è citato ben otto volte, più di qualsiasi altro pensatore. E non è inutile ricordare come egli sia stato punto di riferimento per molti papi recenti, da Montini a Ratzinger a Bergoglio appunto, che assieme a Michel de Certeau ha individuato in Guardini il teologo più capace di parlare al mondo contemporaneo.
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