giovedì 13 aprile 2017
In «Hortus conclusus», struggente poesia sull'aldilà dedicata alla madre, quello che considero il maggior scrittore cattolico italiano del 900, Luigi Santucci, fa intuire che della nostra esistenza qualcosa va irrimediabilmente perduto, qualunque sia la nostra sorte dopo la morte. «Anche se nuova terra e nuovi cieli / troveremo al risveglio / irripetibile è la nostra storia», è l'inizio del componimento. Allo stesso modo, in tutti i sondaggi realizzati negli ultimi tempi su che cosa ci attendiamo dal mondo ultraterreno la risposta prevalente è sempre la ricomposizione degli affetti, il desiderio di ricongiungerci con coloro che abbiamo amato nella speranza che nulla di ciò che abbiamo vissuto di bello e autentico – come scrive Santucci – vada smarrito. Anche se la cultura postmoderna in cui siamo immersi sembra aver smarrito le immagini per descrivere il Paradiso, l'ansia di misericordia che emerge nell'umanità contemporanea è il segno che ciò cui essa aspira è l'esatto contrario della sentenza di Sartre: «L'inferno sono gli altri».
Ma è sempre stato così? In realtà, il desiderio di spezzare l'isolamento e di riprendere una viva comunicazione con gli abitanti della città celeste, e soprattutto con i propri cari, nel corso dei secoli è stato perlopiù sopraffatto da una visione cupa e angosciante dell'aldilà. Lo ha messo in luce con i suoi studi lo storico Jean Delumeau: la civiltà occidentale per oltre un millennio è stata dominata dal senso di colpa, finendo per ampliare a dismisura le dimensioni del peccato rispetto a quelle del perdono, e nella mentalità comune ha prevalso l'idea della paura. Il concetto emerge anche nel libro Storia del paradiso (il Mulino, 1994), che ripercorre, dall'Antichità ai giorni nostri, attraverso una ricchissima documentazione storica ma anche letteraria e iconografica, una pagina essenziale dell'immaginario occidentale e non solo.
A partire dall'etimologia, che fa del paradiso un giardino: «L'antica parola persiana apiri-daeza indicava un "orto circondato da un muro". L'antico ebraico lo adattò nella forma pardès. Poi i Settanta tradussero con paradeisos sia pardès sia il termine ebraico più classico per designare un giardino, gan. In questo giardino, piantato esso stesso in una campagna felice (eden), tutto era dolcezza, sapore e profumo. L'uomo e la donna vi vivevano in armonia con la natura».
Si intuisce subito come per molto tempo dire paradiso significava dire paradiso terrestre. Delumeau mostra bene come la nostalgia del paradiso terrestre e l'attesa di un regno di felicità, magari già su questa terra, sono assai spesso un cliché che si ripete: nella sua descrizione tratti comuni si ritrovano fra la Bibbia e altri scritti antichi. Autori della prima patristica come Giustino e Tertulliano ravvisano elementi comuni fra i Campi Elisi descritti da Omero, Esiodo e Virgilio e i passi della Genesi. Ancora, dall'africano Lattanzio allo spagnolo Prudenzio, è tutto un rilevare come i poeti pagani adorassero inconsapevolmente il vero Dio quando evocavano il regno di Saturno e, con il mito dell'età dell'oro, immaginavano lo stato felice dell'uomo prima della caduta.
Se a lungo i pensatori cristiani si sono interrogati sulla storicità del paradiso terrestre, cercando anche di individuarne la posizione geografica, la cristianizzazione dei miti antichi ha finito con l'assumere nella riflessione teologica un senso più approfondito. Per Gregorio di Nissa, l'episodio del paradiso terrestre costituisce un annuncio escatologico scritto al passato, mentre per sant'Agostino esso rappresenta «una realtà spirituale e corporea al tempo stesso».
Delumeau ripercorre nei dettagli le tante interpretazioni dei teologi, sia occidentali sia orientali, che non poco hanno influito sulle ricerche degli esploratori dell'età rinascimentale, fino a porre nella Riforma protestante e in quella cattolica una svolta: matura la consapevolezza che il paradiso terrestre aveva un significato simbolico e che non v'era più da cercarne le tracce storiche su questa terra, fosse in Mesopotamia, in Armenia o Terrasanta. L'ansia del paradiso diventa così la speranza di una gioia perfetta e di una comunione vera nell'aldilà cristiano.
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